Non esistono produttrici donne (a parte X)
Qualche numero sulla presenza femminile nella produzione musicale, un libro biografico su X, il disco del mese e altri album da tenere d’occhio.
A fine febbraio è andata in scena la 46° edizione dei BRIT Awards, l’equivalente inglese dei più noti Grammy Awards statunitensi. Si tratta di un evento di gala annuale in cui la British Phonographic Industry premia gli artisti e le artiste UK più meritevoli.
Il coup de théâtre (ovviamente ho copiato gli accenti da internet) di questa edizione è stato che per la prima volta il premio Producer of the Year è stato assegnato a una donna: PinkPantheress. In precedenza ci si era soltanto avvicinata Kate Bush, che aveva avuto una nomination nel 1990. Victoria Beverly Walker (aka PinkPantheress) ha infranto anche un altro record: si tratta della persona più giovane in assoluto ad essersi aggiudicata questo premio.
Una donna vincitrice dell’award Producer of the Year su 46 edizioni, significa che le vincitrici donne rappresentano il 2,17% dell’intero palmarès. Ti sembra strano? Invece è perfettamente logico (non ho scritto “giusto”), visto che a livello mondiale i produttori uomini sono ben l’86% del totale.
Si tratta di un fenomeno ben spiegato da Federica Pezzoni nel suo libro Musicarpia - guida femminista per una musica sovversiva e collettiva, edito dalla casa editrice Le Plurali: quando mancano dei “modelli” in cui le persone (in questo caso artiste donne) possono identificarsi, intraprendere quel determinato percorso sarà “eccezionale”. Inoltre, qualora una donna decidesse di intraprendere comunque questa strada poco battuta dalle colleghe, si sentirà obbligata a dimostrare qualcosa in più rispetto ai colleghi. Stai unendo i puntini? PinkPantheress non è solo la miglior producer inglese dell’anno, ma anche la più giovane ad aver mai vinto questo premio, perché essere un’ottima producer, se sei donna, non basta!
E in Italia è anche peggio (so che stai pensando “come spesso accade”). Sempre Pezzoni, in un capitolo dall’eloquente titolo “Silenziose o silenziate”, spiega che nella classifica di Sanremo del 2023 abbiamo avuto l’eccezionale (eufemismo) record di brani prodotti da donne: si trattava del 6,5%.
Biografia di X di Catherine Lacey
Biografia di X è un meta romanzo appartenente al genere nowtopian: il presente in cui vivono i protagonisti è contemporaneo al nostro, ma differisce per alcuni dettagli distopici. Nella realtà parallela in cui Catherine Lacey ha ambientato il suo quarto e ultimo romanzo, gli Stati Uniti si ritrovano divisi in due da un grande muro: il liberale nord e il tradizionalista sud, bloccato sotto la cappa di un governo semi-teocratico.
È al sud che nasce X: produttrice musicale, cantautrice, pittrice, scultrice, artista contemporanea, femminista, dissidente governativa, nonché soggetto di questa biografia immaginaria scritta dalla sua vedova.
Ma cominciamo dall’inizio, ovvero dalla fine. A metà anni 90, alla morte di X, la vedova dell’artista viene contattata dal saggista Smith, interessato a scriverne una biografia. Per farlo servono i molti documenti che la donna ha lasciato dietro di sé e di cui solo la vedova detiene i diritti. CM Lucca (la vedova di X) nega il consenso, ma la biografia non autorizzata esce comunque ed è piena di imprecisioni. CM Lucca decide di rimettere le cose a posto scrivendo Biografia di X. Così, dopo frontespizio e colophon che recano il nome della vera autrice (Catherine Lacey), troviamo nuove pagine preliminari di servizio di un altro libro, con lo stesso titolo ma intestato a un’altra autrice: CM Lucca. Una matrioska, un romanzo dentro un altro, che mi ricorda l’esilarante chiosa di Tropic Thunder:
La vera storia dietro le quinte della più costosa falsa storia vera di guerra.
CM Lucca ripercorre tutta la storia di X, dai natali al sud alla fuga verso il nord, fino al giorno in cui l’ha trovata morta. Ogni capitolo è dedicato a una persona che ha incrociato la propria vita con quella di X, ma spesso si tratta di un alter ego della stessa (Dorothy Eagle, Clyde Hill, Bee Converse…), perché X non è mai stata la stessa persona, ha incarnato tante personalità, pur rimanendo sempre autentica.
Le diverse incarnazioni di X hanno pubblicato bestseller, esposto al MoMA, scritto pezzi per David Bowie, prodotto Low a Berlino assieme a Brian Eno e registrato agli Electric Lady Studios con Tom Waits.
Letti per te
🕺 Bufera nella scena techno: il 21 e 22 febbraio, l’ex agente Brad Bedzyk ha diffuso su Instagram decine di accuse anonime di donne che hanno subito molestie da artisti techno. Le agenzie coinvolte hanno sospeso le collaborazioni e avviato le indagini, diversi festival hanno annullato i live. Ne scrive anche Internazionale.
🧙 In questo articolo pubblicato su Valigia Blu Lorenza Boninu osserva come negli USA la musica venga utilizzata per fini propagandistici. Alcuni generi musicali vengono strumentalizzati attraverso testi che glorificano Trump e promuovono l’agenda MAGA.
📙 Il 18 giugno per White Rabbit Books uscirà un nuovo libro di Simon Reynolds: Still in a Dream: Shoegaze, Slackers and the Reinvention of Rock, 1984–1994; in cui l’autore di culto ripercorre l’ascesa della musica underground tra la fine degli anni 80 e i primi 90. Non ho trovato nulla sull’eventuale uscita in italiano.
🎧 Se sei millennials come me ricorderai il meme delle cuffiette musicali: le mettevi in tasca o in borsa tutte ordinate e uscivano perfettamente annodate. Pensavamo di essercene liberati, invece stanno tornando di moda, sopratutto tra i giovani, le cuffie con il cavo. Sempre per il fatto che vintage è bello.
My Heart Is A Room With No Cameras In It dei Victoryland è il disco del mese
Una volta, quando ero giovane e i boccoli erano fluenti sulla mia fronte, questo disco lo avremmo definito blog rock. Si etichettava così certo indie rock di stampo pavementiano, registrato in camerette solitarie da self-made nerd (prima che i nerd-sapiens fossero scalzati dagli hipster-sapiens-sapiens). Oggi che ci sono i social, che le canzoni streammano, vanno in hype, diventano meme, la parola blog non ha più alcun senso. Eppure blog rock ben si addice a Julian McCamman, in arte Victoryland, e al suo progetto.
Un passo indietro: Julian McCamman, dopo essere stato il chitarrista ritmico dei Blood (band di Philadelphia oggi sciolta), nel 2024 fonda il progetto solista Victoryland e, dopo aver registrato su nastro il suo debutto lo-fi Sprain, decide di raggiungere l’amico produttore Dan Howard a Brooklyn.
Qui Julian, diviso tra il suo nuovo studio casalingo e lo studio di Dan a Williamsburg, dà vita a un disco che non poteva che nascere sulla sponda sud dell’East River: My Heart Is A Room With No Cameras In It, uscito a fine gennaio per la Good English Records.
L’album è composto da 10 canzoni che si appoggiano molto sull’estetica indie rock lo-fi, ma senza mai rinunciare alla melodia catchy. A metà strada tra produzione lo-fi e hi-fi, fatto di pezzi pop nervosi e sconnessi con un’urgenza tutta punk, ascoltandolo, al palato potrebbero riaffiorare tracce di Neutral Milk Hotel, New Pornographers, Car Seat Headrest e Clap Your Hands Say Yeah (ti ho sbloccato un ricordo?)
Un disco super divertente che, a dispetto degli sproloqui derivativi del sottoscritto, schiva abilmente qualsiasi revivalismo: disco del mese!
Irreversible dei Brigitte Calls Me Baby
Dice che gli album nostalgici vanno uno tira l’altro come le ciliegie, dunque ecco un disco che di sicuro ti farà fare una discreta figura se lo sfoderi all’aperitivo con gli amici: Irreversible dei Brigitte Calls Me Baby.
Con Irreversible non c’è molto da scrivere, è davvero molto più facile ascoltare e goderselo in pienezza e quando scrivo “in pienezza” intendo dire che qui troverai 25% Morrissey, 25% George Michael, 20% Smiths (ma senza il guizzo della chitarra di Marr), 20% Art Brut e 10% Echo and the Bunnymen.
I Brigitte Calls Me Baby sono originari di Chicago (avresti detto UK vero? Anche io) e si sono formati nel 2022. Il nome della band è dovuto a uno scambio di lettere - non email - tra il cantante Wes Leavins, quando era adolescente, e l’attrice francese Brigitte Bardot (sapresti immaginare qualcosa di più morrisseyano?). Nel 2022 hanno aperto per i Muse attirando l’attenzione della ATO Records, che li ha messi sotto contratto licenziando il loro album di debutto The Future is Our Way Out nel 2024.
Lo stile della band è piuttosto immediato e privo di fronzoli: sintetizzatori anni 80 in stile new wave che da soli varrebbero una nuova stagione di Stranger Things, chitarre new wave, attitudine dark che fa tanto post-punk della prima ora e jangle pop allegrotto a controbilanciare le liriche esistenziali.
L’ultima volta che mi sono divertito come quando ascolto Slumber Party era l’esordio degli Art Brut.
Somersaults dei deathcrash
I deathcrash nati nel 2019 a Londra nella classica formazione a quattro: Tiernan Banks cantante e chitarrista, Noah Bennett batterista, Patrick Fitzgerald bassista e Matthew Weinberge chitarrista. Hanno debuttato nel 2022 con Return, seguito dal secondo lavoro del 2023, Less. Nella scena nata attorno al Windmill pub di Brixton, che ha visto esplodere molte band di rock sperimentale, post-punk e post-rock, i deathcrash sono sempre apparsi come gli sfigati appoggiati al muro di fondo del locale. Questo li rende anche tremendamente interessanti.
Somersaults, pubblicato da Untitled (Recs) e prodotto da Stanley Gravett, tra i Black Box Studios in Francia e i Mountain Studios in Inghilterra, è composto da dieci tracce nostalgiche e malinconiche. Toniche sferzate di chitarre distorte si alternano alla delicatezza sussurrata di corde pizzicate in modo ipnotico. Meno strumentale dei precedenti, più cantato e forse anche più diretto e con arrangiamenti snelli, in poche parole: più accessibile.
Il suono nasce sotto lo stesso cielo denso e terso di certe band slowcore e post-rock della tradizione, come Codeine, Low, Slint e Mogwai, ma con una strizzata d’occhio al doom (The Thing You Did), a qualche fuoripista emo e con un finale dream pop degno dei primi Mercury Rev (Marie’s Last Dance).
PLAY ME di Kim Gordon
Guccini sostiene che “gli eroi son tutti giovani e belli” (e anche le eroine, s’intende), ma non ha mai detto che debbano essere per forza “buoni e coccolosi”, e nemmeno questo è il caso del personaggio pubblico Kim Gordon. Almeno è quanto emerge da una chiacchierata avvenuta all’interno del podcast di Billy Corgan, The Magnificent Others, tra quest’ultimo e Courtney Love. Non è un dissing, ma qualche sporadica menzione in oltre 100 minuti di podcast. Il fatto che l’abbiano definita elitaria e snob (e la sto addolcendo), si spiega anche con le critiche che Gordon aveva rivolto a entrambi nella sua autobiografia del 2015 (Girl in a Band).
Esticazzi dal mio punto di vista. Nelle sue opere Gordon (bassista, cantante, produttrice, stilista, autrice di successo) ha costantemente messo in discussione il consumismo e il ruolo delle donne nella società. Non si può essere così attivi per la comunità senza risultare - a tratti - anche scomodi, antipatici e prevaricatori.
Dal punto di vista artistico Kim appare sempre in blossom. Mi colpisce la capacità di pubblicare dischi contemporanei, attuali, fuori dal tempo, nonostante un passato così identitario (e non penso solo ai Sonic Youth). Spesso artisti e artiste restano legati a ciò che ha funzionato meglio in carriera, con lei succede il contrario. Anche se questo fosse un esordio, meriterebbe comunque grande attenzione.
Dal 2019, con l’ingresso in Matador, la sua carriera solista ha avuto un’accelerazione. The Collective ha ottenuto due nomination ai Grammy, mostrando disinvoltura anche nell’uso di elementi hip-hop e Play Me è ancora una volta un disco meraviglioso: produzione veloce - a tratti aggressiva - e tanto electropop noise.
a short history of decay dei Nothing
a short history of decay è il quinto album dei Nothing, pubblicato per Run for Cover e comincia con un insolito pezzo acustico catchy, impossibile da togliersi dalla testa - e infatti lo sto canticchiando da un mese - che è un eloquente preludio a quanto segue.
Dal loro debutto del 2014, con quel Guilty Of Everything che li fiondò immediatamente nel gota delle migliori band shoegaze non convenzionali, la band di Philadelphia è sempre stata attesa al varco.
Ancora una volta si fanno trovare al guado tra avant metal e shoegaze, con testi introspettivi generazionali, nichilisti e malinconici, tra un suono etereo e ricco di armonie.
Il disco, come recita il titolo, è una breve storia del decadimento (che definirei più come una demolizione controllata) di Dominic Palermo, chitarrista, cantante e riferimento della band. A Dominic è stato diagnosticato un disturbo simile al Parkinson (la traccia finale si intitola Essential Tremors) e in futuro le sue abilità potrebbero peggiorare. Da questo punto di vista, il messaggio dell’album è catartico, legato all’angoscia e al dolore della consapevolezza.
Si tratta di un disco che si affida a potenti muri di chitarre, riverberi e distorsioni, ma aggiunge nuovi elementi come passaggi acustici e breakbeat drum and bass.
Imperdibile.
My job here is done
Alla prossima!
(Hai notato che non scrivo mai “A presto”?)






Di presenza femminile nella produzione musicale non si parla mai abbastanza, ed è sempre confortante quando se ne parla in modo limpido e con esempi chiari. Inoltre, Musicarpia era sfuggito al mio radar, quindi ti ringrazio per il consiglio! Se riesco, oggi stesso lo cerco in libreria. Grazie!
Un appunto polemico, non ho letto il libro e penso non lo farò perché la divulgazione femminista di natura liberale non rientra tra le mie letture preferite, mi meraviglio però che nel libro non siano state citate Arca (ha prodotto gli ultimi 3 album di Bjork - anche lei produttrice - e Katy Perry e qualche altra) e Sophie (che produrre Rihanna), entrambe sono "donne trans" e cioè uomini, guarda caso. Detto questo lancio un'altra provocazione. Quando frequentavo i forum online musicali a fine anni 90 la presenza femminile tra le appassionate era già minima e non perché ci fosse una fantomatica "barriera all'ingresso", ma semplicemente perché le donne hanno scarso interesse a coltivare questo aspetto, ovvero tra i 15 e i 25 anni sono il perfetto target demografico su cui l'industria musicale punta perché è alto splendente (ecco perché ci ritroviamo tonnellate di pop star femminili con buona pace di Billy Corgan) ma è anche un target che per definizione è superficiale e non ha consistenza (si appassiona e spende nel breve termine). Tutto ciò si riversa dietro le quinte dove la presenza femminile è scarsa nella produzione e nell'esecuzione.