La musica era già finita (40 volte almeno)
Cosa resta della musica dopo l'ennesima "fine": riflessioni sul libro di Gino Castaldo, il riassunto degli articoli Letti per te e, soprattutto, i migliori dischi del mese secondo il sottoscritto
La musica era già finita:
Quando la stampa ha permesso di riprodurre le partiture nel XVI secolo.
Quando il metronomo ha iniziato a scandire il tempo in autonomia nel 1815.
Quando Edison ha inventato il fonografo nel 1877.
Quando Berliner ha introdotto il disco in gommalacca nel 1887.
Quando le prime radio hanno iniziato a trasmettere negli anni 20.
Quando i microfoni hanno cambiato il modo di cantare negli anni 20.
Quando i film sonori hanno reso obsolete le orchestre nei cinema nel 1927.
Quando i jukebox hanno portato i dischi nei locali americani degli anni 30.
Quando il nastro magnetico ha permesso di montare l’audio negli anni 40.
Quando il 45 giri ha messo un singolo in mano ad ognuno nel 1949.
Il Giorno che la Musica Morì il 3 febbraio 1959.
Quando la televisione ha portato i concerti nelle case negli anni 50.
Quando Robert Moog ha inventato il sintetizzatore nel 1964.
Il 18 settembre 1970.
Quando il Minimoog ha reso i sintetizzatori abbordabili per tutti negli anni 70.
Quando i Kraftwerk hanno creato con macchine ed elettronica a metà anni 70.
Quando il punk ha detto che bastavano tre accordi per saper suonare nel 1977.
Il 16 agosto 1977.
Quando i DJ hanno iniziato a usare dischi come strumenti nei club anni 70.
Quando il campionatore ha permesso di fare musica usando suoni altrui.
Quando la drum machine Roland TR-808 ha sostituito la batteria in studio.
L’8 dicembre 1980.
Quando la JVC ha introdotto RC-M90 il “Re dei Boombox” nel 1981.
Quando MTV ha trasformato le canzoni in videoclip nel 1981.
Quando il compact disc ha dichiarato obsoleto il vinile nel 1982.
Il 24 novembre 1991.
Quando il click nelle cuffie ha iniziato a tenere il tempo ai musicisti sul palco.
Quando la loudness war ha compresso la dinamica dei dischi.
Quando l’Auto-Tune ha iniziato a correggere le stonature in studio nel 1997.
Quando Napster ha reso scaricabile gratuitamente qualsiasi brano nel 1999.
Quando GarageBand ha messo uno studio di registrazione nei Mac nel 2004.
Quando MySpace ha permesso a chiunque di pubblicare musica nel 2005.
Quando Spotify ha trasformato la musica in un servizio ad abbonamento.
Il 25 giugno 2009.
Quando i plugin VST hanno replicato in digitale qualsiasi strumento.
Il 10 gennaio 2016.
Il 21 aprile 2016.
Quando i concerti in realtà virtuale hanno provato a sostituire quelli dal vivo.
Quando TikTok ha ridotto le canzoni a frammenti di 15 secondi per i reel.
Quando gli NFT hanno trasformato le canzoni in asset finanziari.
La Musica è Finita di Gino Castaldo
Quando il mese scorso è uscito La Musica è Finita, appunti per una rivoluzione di Gino Castaldo, secondo i miei calcoli la musica era già finita 40 volte almeno!
È difficile scrivere un breve commento su questo libro senza essere populista, retorico e incompleto, ma ci provo ugualmente. Confido che i commenti positivi, negativi, polemici, in accordo o in disaccordo, contribuiscano ad alimentare ulteriormente il dibattito (che poi è anche uno degli obiettivi di questo libro).
La premessa è che La Musica è Finita di Gino Castaldo è un gran bel libro: leggendolo hai l’impressione che sia Gino a leggerlo per te e le parole che ha scelto sono esattamente quelle che ti aspetteresti di ascoltare da lui in radio.
Il secondo preambolo è personale. Il vasto elenco di punti con cui ho aperto Indie Riviera sarebbe potuto essere ancora più sterminato, sai perché? Perché il gioco “la musica è già cambiata tante volte, supererà anche questa” lo conosco bene, visto che ho la stessa paura che ha Castaldo: che qualcosa che amo cambi a tal punto da non riuscire più riconoscerla. Paura e amore sono due temi chiave del libro.
Sono invece in disaccordo su alcuni punti.
Partiamo con un esempio. Se fossi nato tra fine 700 e inizio 800 e avessi avuto la passione del teatro, nel corso della mia vita lo avrei visto cambiare relativamente poco. Tra le prime rappresentazioni a cui avrei presenziato e le ultime, avrei assistito a spettacoli quasi identici. Forse avrei potuto dire a mio nipote: “Ah, ai miei tempi non c’era certo il regista, tutto era in mano al capocomico.” O avrei potuto sentenziare: “Ah, non c’è più il teatro di una volta!” Però sarei morto con una convinzione: “Il teatro non finirà mai!”
Invece se nasci nella seconda metà del 900 o all’inizio del nuovo millennio, hai ben altri cambiamenti con cui fare i conti. Questo dipende dal fatto che l’innovazione non è rappresentata da una linea retta, che cresce in maniera proporzionata e quindi prevedibile. L’innovazione esplode in modo imprevedibile, un grafico adatto a rappresentarla potrebbe essere quello di Fibonacci: una spirale che quando ti avvicini al centro ti sembra di stare in un frullatore.
Non è un caso che la musica più rappresentativa dei nostri tempi, la trap, incarni benissimo questo senso di precarietà e il conseguente nichilismo delle nuove generazioni. Per quanto questa musica mi faccia CA-GA-RE, reputo positivo il fatto che anche questa generazione si senta rappresentata da un genere (meglio fuori che dentro). Del resto nemmeno i miei genitori erano contenti del grunge eppure non sono diventato un delinquente (anche se a volte indosso ancora camicie di flanella).
Inoltre dissento quando l’autore scrive di fare attenzione alle Ai perché non sono democratiche, in quanto in mano a poche Big Tech. Attenzione: l’innovazione non è MAI stata democratica. Basterebbe poter chiedere ai nativi americani cosa ne pensassero della polvere da sparo o a Iqbal della globalizzazione. E di esempi del genere se ne potrebbero fare all’infinito. Nessuna innovazione è democratica, purtroppo possiamo solo sperare (ahimè) di nascere dalla parte “fortunata” (se esiste) del mondo.
L’ultimo punto sul quale mi discosto è l’idea che la musica finirà perché passerà nelle mani delle Big Tech. Dal mio punto di vista tra una Major Discografica e una Big Tech non c’è poi così tanta differenza: entrambe cercheranno di spremere quanti più soldi possibili dalle royalties, fregandosene di qualità, di artisti e artiste, dell’autenticità, di chi ascolta... e di tutto quello che amiamo. La musica da classifica - la sola che conosce la maggior parte delle persone - non è MAI stata libera.
Dunque lo star system sicuramente finirà - se è questo a cui si riferisce Castaldo - del resto è un fenomeno che non ha neppure 100 anni. Anzi, la morte dello star system è già iniziata con la digitalizzazione, ma questo non mi spaventa: nessuna innovazione tecnologica ci priverà del piacere di ascoltare, scrivere e raccontarci attraverso la musica.
Il grande merito di questo libro - IMHO - è sicuramente quello di puntare i riflettori su questo tema, anche provando a dare qualche risposta. Castaldo, con l’autorevolezza che gli è propria, invita tutti e tutte a tenere vigili le coscienze regalandoci “appunti per una rivoluzione”.
Letti per te
🔍 The Verge spiega che Deezer e Ipsos hanno condotto uno studio su 9.000 persone, rilevando che il 97% dellaggente non riesce a distinguere la musica generata dall’AI da quella umana. Ogni giorno su Deezer arrivano oltre 50.000 brani prodotti interamente da AI e per ora rappresentano lo 0,5% degli stream.
🤦♂️ La popstar svedese Zara Larsson, quasi dimenticata dopo i successi degli anni 10, ha rilanciato la carriera grazie a un meme andato virale su TikTok, che usava il ritornello della sua Symphony del 2017. L’ho letto su Il Post (Dove finiremo signora mia!)
📜 Ad aprile la società di Taylor Swift ha depositato tre domande di marchio all’USPTO per due clip audio con la sua voce e una sua foto sul palco. L’obiettivo è proteggersi dai deepfake generati dall’Ai. Ne ha scritto la NBC qui.
✏️ Il substack Edit History ha raccontato come Pitchfork abbia pubblicato un pezzo firmato da Kieran Press-Reynolds (il figlio del noto Simon) nel quale l’autore elogia apertamente tale Aradicus, un giovane editor di Wikipedia. Aradicus a sua volta riempie da tempo Wikipedia di citazioni e tributi rivolti allo stesso Kieran Press-Reynolds. Scatta la polemica: scambio di favori?
🤖 Paste Magazine lancia un monito: Suno, l’azienda di musica generata da AI (già in causa con Universal e Sony per violazione di copyright), ha preso il controllo dei dati personali di chi usa Songkick, l’app di concerti di proprietà di Warner. Account, preferenze sugli artisti, posizione e anni di integrazione con Spotify finiscono così a Suno.
🎙️ Bloomberg racconta l’ascesa del “podslop”: podcast generati dall’AI che inondano le piattaforme. Podcast Index ha stimato che in un periodo di analisi durato 9 giorni il 39% dei podcast caricati online erano slop.
🖕 È da poco uscita la compilation sperimentale, punk, noise e d’avanguardia No Capitulation, si tratta di un progetto di Paolo Palmacci (sì, il “folle” che ha creato l’archivio con tutte le fanzine italiane di tutti i tempi). No Capitulation è stata ufficialmente presentata dal 15 al 17 maggio presso Eufonica a Bologna ed è ora disponibile sia in vinile (300 copie numerate) che su Bandcamp. Trovi tutte le info qui.
Johnny’s Dreamworld di Modern Woman è il disco del mese
Johnny’s Dreamworld è l’atteso debutto dei Modern Woman, quartetto londinese nato da un’idea della cantautrice Sophie Harris, a cui si sono aggiunti David Denyer (compositore e violinista), Juan Brint-Gutiérrez (basso e sassofono) e Adam Blackhurst (batteria).
Uscito per la One Little Independent Records, il disco è stato prodotto da Joel Burton che è riuscito nella difficile sfida di trasferire su nastro la dinamicità live della band.
Il suono dei Modern Woman è il frutto di anni di affiatamento creativo sotto radar, che finalmente vede la luce: spigoloso e ricco di contrasti, violino e sassofono dosati con sapienza su basi di batteria e basso propulsivi. Difficile stabilire il corretto dosaggio tra art-rock, post-punk, noise e alternative, ma uno degli assi nella manica è sicuramente la voce di Sophie Harris così potente ed eclettica è a proprio agio sia nei pezzi post-punk che nelle ballad rock o nelle cavalcate più power. Lei stessa annovera Björk, Sinéad O’Connor e Cat Power tra le sue influenze principali.
Fan degli English Teacher, ecco cosa stavate aspettando!
Engraving Of Armor di Beck Zegans
La storia di Beck Zegans è quella di una giovane rocker del Queens che per anni ha bazzicato la scena indie come musicista di supporto e fonica live, appuntando sul taccuino ogni spunto utile per i suoi brani. Da qualche giorno quelle intuizioni sono incise e disponibili su Engraving of Armor, il suo album di debutto uscito per Exploding In Sound Records.
Questa volta è stata lei a essere supportata da Alex MacKay (basso e synth anche nei Nation of Language) e Julian Fader (batteria e synth negli Ava Luna). I due musicisti hanno anche partecipato alla produzione del disco, dando corpo e un suono straordinariamente ricco alle demo casalinghe di Zegans. In due brani compare anche El Kempner dei Palehound, band di cui Zegans fa parte da qualche anno.
Engraving of Armor è un disco grintoso che spazia tra indie rock nitido, lampi psichedelici, folk sperimentale ed esplosioni di chitarra ben bilanciate da arpeggi riflessivi e dalla voce sognante di Zegans.
Da spalla a protagonista, senza fare rumore (o quasi).
Remember The Humans dei Broken Social Scene
Il fatto che nel 2003 - in pieno hype You Forgot It in People - i Broken Social Scene si esibirono al Velvet di Rimini e io “preferii” andare al compleanno di un’amica, che da allora non ho M A I più rivisto, mi fa tremendamente incazzare ancora oggi.
Riavvolgo il nastro per chi non c’era (come me #$% &%$#a!). I Broken Social Scene sono un collettivo di Toronto con una lineup flessibile, che nelle sue incarnazioni ha sempre viaggiato tra un minimo di sei componenti fino ad un massimo di diciannove. La band è attiva dal 1999 da un’idea di Kevin Drew e Brendan Canning e da allora è considerata una delle realtà più rappresentative della scena indie canadese.
Remember The Humans è il loro sesto album in studio (sì, non sono molto prolifici), è uscito ancora una volta per Arts & Crafts e rappresenta una rinascita dopo nove anni di silenzio discografico. L’album fotografa la band di nuovo al lavoro con il produttore David Newfeld, già con il gruppo in You Forgot It in People (2002) e nel self titled del 2005.
Il risultato è un disco indie rock luminoso, ottimista (e per questo coraggioso), ricco di fiati, esaltato da archi epici e percussioni frenetiche. Tra le dodici tracce spicca un cast eccezionale di voci femminili: Feist (What Happens Now), Lisa Lobsinger (Relief), Ariel Engle (This Briefest Kiss), Emily Haines in coppia con Drew (Life Within the Ground), Hannah Georgas (Only the Good I Keep) e Amy Millan degli Stars (And I Think of You).
Come la prima boccata d’aria dopo una lunga apnea.
Modern Moonlight dei The Early Years
I The Early Years provengono da Hackney, uno dei borghi più vivaci e culturalmente creativi della zona nord-est di Londra. La band nasce all’inizio degli anni 2000 e, spinta con entusiasmo da alcune radio (BBC, Radio 1, XFM), arriva fino alle orecchie della Beggars Banquet Records. Dopo l’omonimo debutto del 2006, nel 2016 pubblicano II.
Modern Moonlight, il terzo disco del gruppo, è uscito per la Sonic Cathedral ed è stato interamente scritto, registrato e prodotto dagli Early Years. La loro label lo ha annunciato sui social come “un mix straordinario di David Bowie, Byrne, John Cage, Conny Plank, Brian Eno e Radiohead”, ma prima che ti scapicolli dalla sedia, voglio tranquillizzarti sul fatto che forse l’hanno sparata un po’ grossa. Però ammetto di aver trovato richiami a Bowie in A New Way Of Living e a Byrne in The River.
Modern Moonlight è un disco ambizioso, con maestosi arrangiamenti synth-rock che combinano post-punk, krautrock e space rock. A metà disco il ritmo si alza decisamente, catapultando chi ascolta nella Madchester degli anni 90. Shimmering Stone mescola LCD Soundsystem e Primal Scream, poi esplode nel puro dance-funk di The Gift, fino alla conclusione cinematica con i sei minuti di Silver Lips (Champagne Eyes).
Un album ogni dieci anni abbondanti è tanto (troppo?), ma almeno ne vale la pena: Modern Moonlight è il loro disco migliore finora.
Ugly Duckling Union dei Lowertown
I Lowertown sono un duo newyorkese che affonda le proprie radici ad Atlanta, in Georgia, nelle foreste, nei locali e nei ritrovi punk abusivi. Nascono da un’idea di Olivia Osby e Avsha Weinberg, ambedue voce e chitarra, ma Osby con un passato da poetessa e Weinberg da pianista classico. La band si forma nel 2018, ai tempi del liceo, tanto che il nome arriva dopo una gita scolastica nel quartiere Lower Town di Ottawa e il loro EP di debutto del 2019 si intitolava proprio Friends.
Ugly Duckling Union è il loro secondo album, il primo per la nuova label, la Summer Shade di Los Angeles. È stato interamente scritto, registrato, autoprodotto e mixato da Osby e Weinberg, con alcuni brani nati da jam session di oltre un’ora a colpi di chitarra a dodici corde e armonica.
I dodici pezzi del disco sono per lo più rock lo-fi riflessivo e bedroom pop disagiato, garage rock intervallato da sprazzi più folk e country. Quando entra in cuffia la voce di Avsha affiora anche un richiamo al revival emo-rock a cui stiamo assistendo di recente, penso ad esempio ai Friko.
Le tematiche sono confessionali, legate alla malinconia giovanile e alla crisi d’identità (fuori tempo massimo?), filtrate attraverso una lente più matura, distaccata e umoristica. Si tratta di un album meno istintivo dei lavori precedenti.
Per raccontarsi Avsha e Osby scelgono l’espediente di un concept album che ruota attorno a Dale, il protagonista anatroccolo, e ai suoi compagni, che provano a unirsi per sconfiggere la LBH, una tirannica corporazione mediatica decisa a dividere e isolare le persone nella sua ricerca del controllo.
Da seguire con interesse.
My job here is done

Alla prossima!
(Hai notato che non scrivo mai “A presto”?)




