Stiamo spianando la strada alla musica slop?
Dove spiego perché le azioni di marketing della Chaotic Good (che ha cercato di rendere virali i pezzi di Geese e Wet Leg) non sono strategie come le altre. Ma anche una pila di dischi notevoli.
Ad aprile a tenere banco nelle chat del sottoscritto è stata la vicenda della Chaotic Good, un’agenzia di marketing musicale che ha il proposito di far diventare virali i brani dei propri assistiti.
Ricordi qualche mese fa il caso di Harness Your Hopes dei Pavement che, ad oltre 30 anni dalla sua uscita, passò dall’essere una b-side della band a brano più ascoltato del gruppo, fino ad ottenere un “Disco d’Oro”? Ecco, la Chaotic Good cerca di far accadere questo in vitro.
Il meccanismo è più o meno questo: un meme social diventa virale e rende molto familiare il brano scelto dall’autore come sottofondo. Le persone cominciano ad utilizzare quel brano nei propri contenuti (user generated content o UGC) e a cercarlo sulle app di streaming. Gli algoritmi capiscono che il brano sta diventando molto popolare, lo piazzano tra le canzoni consigliate e il pezzo comincia a macinare migliaia di stream.
Al di là della mia avversione ai social, comprendo che sia auspicabile per una band che un proprio brano diventi la colonna sonora di un trend. È altresì comprensibile che una società di marketing musicale come la Chaotic Good, si prodighi affinché ciò accada ai propri clienti. Il problema è che la Chaotic cercava di aggirare gli algoritmi pushando le canzoni dei propri artisti e artiste attraverso migliaia di account fake.
Lo scandalo è scoppiato quando Eliza McLamb (musicista indie di Brooklyn con un largo seguito su Substack) si è imbattuta in un’intervista rilasciata dai cofondatori di Chaotic Good a Billboard per il podcast On The Record. Nell’intervista si scopre che le strategie dell’agency sono qualcosa alla luce del giorno, per candida ammissione di Andrew Spelman:
Possiamo generare impression su qualsiasi cosa ormai. Sappiamo come diventare virali. Abbiamo migliaia di pagine.
Per inciso: da oltre 20 anni esistono intere farm di account fake utilizzate per ingannare gli algoritmi, a cominciare dal primo storico algoritmo Google Page Rank. Praticamente chiunque, per pochi euro, può noleggiare una massa critica di utenti fake che si comportino in un determinato modo online, al fine di frodare gli algoritmi.
Nello stesso podcast Adam Tarsia ha confermato che la società ha lavorato anche per gruppi indie come Wet Leg, Geese e Cameron Winter. È in questo preciso istante che ad Eliza sono scattati i cosiddetti 5 minuti che hanno portato alla pubblicazione del suo post-pietra-dello-scandalo The Fanfare Around the Band Geese Actually Was a Psyop (“La fanfara intorno ai Geese era in realtà un complotto”).
No, non è il solito marketing
Per quanto sia sottile la differenza, la verità è che non si tratta di un’operazione di marketing come le altre. Il marketing tradizionale funziona un po’ come una piramide: se Madonna indossa calze a rete è plausibile immaginare che ci sarà un aumento delle vendite delle calze a rete, perché (taglio i concetti con l’accetta) le persone vogliono somigliare a Madonna.
Ma con l’UGC la piramide è rovesciata: conta la massa e il bias usato come leva è quello della social proof (Riprova Sociale). In questi casi quello che vuole la massa dei creators non è una bella colonna sonora, ma un sottofondo musicale già parecchio usato da tanti altri utenti, che porti consensi e seduca l’algoritmo. Ad esempio se Mario Rossi pubblica la stories di un tramonto e c’è un trend musicale del momento in atto, Mario sceglierà di utilizzare proprio quel pezzo per il suo contenuto. In questo modo la sua scelta diventerà una variabile ricorsiva in grado di aumentare la viralità del suo post e del brano, portando più views al suo contenuto.
(Dio della musica perdonaci, non sappiamo quello che stiamo facendo!)
Agenzie come la Chaotic Good, utilizzando account fake, saturano i social con i brani dei propri assistiti, fino a raggiungere una massa critica tale per cui basta una scintilla a scatenare l’incendio della viralità. A quel punto il brano, svuotato del suo significato artistico, è già diventato un trend social e non importa più a nessuno che sia bello o brutto, autentico o slop, alternative o mainstream… (vai avanti tu con altri esempi) semplicemente diventerà l’ennesima variabile in pasto dell’algoritmo.
Eh sì, abbiamo bisogno di eroi alternativi!
L’Eroe Alternativo di Tim Thornton
L’Eroe Alternativo di Tim Thornton è il secondo1 romanzo musicale, apparentemente “cazzone alla Nick Hornby”, che mi ha fatto inspiegabilmente2 piangere di più.
Si tratta di un romanzo con più livelli di lettura, uno dei quali - quello che mi ha toccato - è la storia del rapporto tra rockstar e fan: nello specifico tra Lance Webster (il leader dei Thieving Magpies, band di fantasia) e Clive Beresford.
La trama in breve. Ad inizio anni 90 la deludente vita da studente di Clive viene salvata dall’incontro con i Thieving Magpies e con la scena indie britannica di allora. Quando all’ultimo festival dell’ultimo tour Lance Webster dà inspiegabilmente di matto e la band si scioglie, Clive - che nel frattempo era quasi diventato un giornalista musicale - è l’unico a prenderne le difese.
Passano quasi quindici anni e l’amore di Clive per i Thieving Magpies è ancora un irrisolto, finché un giorno Clive si rende conto di avere un nuovo vicino di casa: è proprio Lance Webster.
L’Eroe Alternativo è un divertente spaccato di quegli anni e di quella scena, ma il finale, commovente, parla dritto al cuore di ogni fan, come se il nostro beniamino ci stesse dicendo: “Grazie per tutto l’amore, non è andato sprecato.”
Letti per te
👮♂️ Robert Del Naja dei Massive Attack è stato arrestato a Londra l'11 aprile 2026 durante una manifestazione pro-Palestina, insieme ad altre 211 persone, per aver esposto un cartello a sostegno di Palestine Action, organizzazione messa al bando nel Regno Unito. Del Naja su Instagram dice di considerare l'arresto illegittimo e di essere pronto a contestarlo in tribunale. Ah, e comunque non è lui Banksy (forse)!
💽 Adam Jacobs, un appassionato di musica di Chicago, ha registrato di nascosto (quindi illegalmente) oltre 10.000 concerti, dal 1984 ai giorni nostri. Oggi dei volontari stanno digitalizzando tutto e il mastodontico archivio è a disposizione su Internet Archive, gratis e senza che nessuno ci lucri sopra. Ci sono live di Television, Low, Pavement e tanti altri. Abbiamo bisogno di più Adam Jacobs!
🎟️ Una giuria federale di New York ha stabilito che Live Nation ha monopolizzato illegalmente il mercato dei concerti negli Stati Uniti, costringendo i locali a usare Ticketmaster. La multinazionale rischia ora di essere divisa in due società distinte. È tutto molto chiaro su Il Post.
🤖 La Corte Suprema USA ha rifiutato di esaminare il ricorso dell'informatico Stephen Thaler, che chiedeva il copyright per un'immagine generata autonomamente dalla sua Ai. Confermata la posizione dei tribunali inferiori: se non c’è un autore umano, non può esistere diritto d'autore.
Something Worth Waiting For dei Friko è il disco del mese
Questo ritorno dei Friko, a due anni dall’esordio, vale da solo il piacere di scrivere e raccontare ancora di musica.
Se ai tempi guardavi altrove, ecco un breve recap. I Friko sono la band di Niko Kapetan (voce, chitarra) e Bailey Minzenberger (batteria), amici dai tempi del liceo giù a Chicago. Ai due l’anno scorso si sono aggiunti il chitarrista Korgan Robb e il bassista David Fuller.
Nel 2024 hanno pubblicato l’autoprodotto Where We’ve Been, Where We Go From Here per la label newyorkese ATO Records. Questo esordio gli valse un tour con Flaming Lips e Modest Mouse, la copertina di NME e un piazzamento nei migliori album dell’anno di Pitchfork. Ça va sans dire che le aspettative sul secondo disco erano molto alte.
Tornando ai giorni nostri Something Worth Waiting For è arrivato sugli scaffali (digitali) la settimana scorsa, ancora per ATO, dopo aver gestato a Los Angeles sotto la guida del produttore John Congleton (Grammy winner, già al lavoro con Xiu Xiu, St. Vincent, Sleater-Kinney, Mogwai...) La scelta di Congleton è risultata determinante nel riuscire ad esaltare il sound grezzo e immediato dell’esordio. Il risultato è un mix energico di post-punk e indie rock a cui si aggiungono cori, orchestrazioni di piano e archi, con ritornelli che ti si appiccicano addosso (Seven Degrees non te la scrolli più).
Per il gioco delle assonanze, l’attitudine slacker dei Friko e quel cantato a tratti sgraziato, mi fanno ripensare a Okkervil River, Arcade Fire (nel prime), Bright Eyes e Modest Mouse.
Ne sentiremo parlare a lungo.
Ready For It dei Remotes
I Remotes sono un trio composto da Ollie Browne (voce e chitarra, già con gli Art of Fighting), Kristian Brenchley (chitarra principale, già con gli S:Bahn) e Laura MacFarlane (multistrumentista già batterista con le Sleater-Kinney).
Se conosci gli Art of Fighting sai che la loro proposta era uno slow-pop che poggiava molto sulla voce evocativa di Ollie (se invece non li conosci, recupera subito Second Storey), gli S:Bahn invece sono diametralmente inclini ad un certo noise rock.
Le distanze musicali tra i due ensemble sembrano sensibili, ma tra Ollie e Kristian c’è da sempre reciproca stima, così a fine anni 90, mentre suonavano nelle rispettive band, i Remotes hanno rappresentato per loro una sandbox dove sperimentare.
Poi per decenni tra i due c’è stato di mezzo l’oceano pacifico (Kristian era a New York e Ollie in Australia), ma nel 2024 si ritrovano a Melbourne ed è l’occasione giusta per sbrinare i Remotes. Ready For It, pubblicato da Hobbledehoy Records, è il frutto di questa reunion.
Il sound del disco se la gioca tutto sull’intreccio tra la voce delicata di Browne e le sue inclinazioni slow-pop e la chitarra solista ruggente di Brenchley, con il tocco misurato di MacFarlane ad amalgamare il tutto.
Consigliatissimo.
Cut the Lake degli Spaceport
Gli Spaceport sono un trio di Minneapolis composto da Arianna Wegley (cantante, autrice e polistrumentista), Todd Olson (batteria e testi) e Liam Moore (basso). Inizialmente si trattava di un progetto semi-segreto di Ari, dedita a registrare brani strumentali covidcore, poi evoluto in una vera e propria band.
Cut the Lake, pubblicato da Aura Vortex e registrato in tre giorni nello studio-residenza Pachyderm Recording in Minnesota, è il secondo album del gruppo dopo Window Seat. Si tratta di un disco introspettivo e riflessivo, costruito su un rock chitarristico dalle melodie accattivanti e imprevedibili, con elementi provenienti da generi disparati: dall’energia dell’indie rock a sonorità sperimentali e ricche orchestrazioni, tra folk, ambient, dream pop, kraut pop ed elettronica.
La voce di Arianna, calda, espressiva e ricca di sfumature, è esaltata da una produzione poco stratificata che punta sui cambi di direzione: i pezzi partono in modo semplice e poi introducono elementi inattesi, con variazioni di ritmo e intensità che ne modificano l’andamento.
È senz’altro uno dei dischi che ho ascoltato di più questo mese.
Birding dei deary
I deary nascono a Londra durante il lockdown, dall’incontro tra la cantante e chitarrista Rebecca Cockram e il polistrumentista Ben Easton. Durante le registrazioni di Birding ai due si è unito il batterista Harry Catchpole, che ha portato al suono del gruppo un incedere più incalzante.
Le influenze condivise sono quelle dei Cocteau Twins — e non è un caso che la Bella Union sia stata fondata proprio da Simon Raymonde, bassista della storica band scozzese — ma anche My Bloody Valentine, Lush e Slowdive.
L’EP di debutto omonimo è uscito nel 2023 per l’etichetta shoegaze Sonic Cathedral, seguito da un secondo EP che gli è valso un contratto con la Bella Union. Con Birding i deary firmano senza dubbio uno degli esordi più chiacchierati di aprile. Il disco è autoprodotto dall’intera band con la collaborazione di Iggy B.
In cuffia hai di un disco shoegaze della terza ondata (se il mio conto è giusto), un dream pop onirico e ipnagogico. La voce pura di Rebecca impreziosisce le traiettorie melodiche, mentre le chitarre stratificate e ricche di riverbero si rincorrono in loop che mi ricordano molto gli Slowdive.
in filth your mystery is kingdom / far smile peasant in yellow music di Dagmar Zuniga
in filth your mystery is kingdom / far smile peasant in yellow music è il debutto della produttrice e cantante Dagmar Zuniga, newyorkese d’adozione ma nata a Miami da madre nicaraguense. Il disco è stato registrato a New York, ma ideato in una fattoria norvegese dove si è trasferita nel 2022, offrendosi di lavorare con bestiame, orto e cucina in cambio di vitto e alloggio.
“L’ho trovato davvero stimolante perché, mentre svolgevo lavori umili, una canzone prendeva forma nella mia testa. L’atmosfera del luogo mi ha influenzato profondamente.”
Quello che Zuniga ha fatto nel suo studio casalingo a NY allestito in cantina, è stato dare sostanza a cinque anni di idee melodiche appuntate su un registratore portatile. “Sono una registratrice compulsiva; ho un dittafono e diversi piccoli registratori a cassette che porto sempre con me.”
Inizialmente pubblicato su Bandcamp nel gennaio 2025, in edizione limitata su cassetta, l’album è presto diventato un cult tra gli appassionati, attirando l’attenzione di Mount Eerie che l’ha invitata in tour l’estate stessa.
In sostanza si tratta di 14 brani per 29 minuti di musica, tra wired e psichedelic folk, un po’ Syd Barrett, un po’ Ariel Pink e un po’ Devendra Banhart. Lo-fi dal suono ovattato, con brani sognanti e psichedelici, ballate di chitarra in fingerpicking, goffe sovrapposizioni di drum machine e nastri mandati al contrario.
Nulla di rivoluzionario, ma qualcosa di cui sentivamo la mancanza.
nude descending staircase headless dei Teen Suicide
Tornano i Teen Suicide, l’eterno incompiuto michelangiolesco di Sam Ray, l’inquieto cantante, cantautore e polistrumentista di Baltimora.
Dopo aver attirato le attenzioni su di sé a inizio anni 10 (inizialmente si trattava di un duo lo-fi/emo in società con il batterista Eric Livingston), il gruppo si è temporaneamente sciolto, per poi riformarsi nel 2016 e proseguire con diversi nomi: World’s Greatest, Dumpster e American Pleasure Club. Dal 2022 i Teen Suicide sono il progetto dei coniugi Sam Ray e Kitty Ray (novelli Kim Gordon e Thurston Moore?).
nude descending staircase headless ha un approccio più tradizionale rispetto al solito, strizza l’occhio ad un pubblico più ampio. Sam e Kitty vanno oltre il suono noise pop, lo-fi, emo, grungegaze e slacker che li contraddistingue, virando verso produzioni più power pop: incursioni di elettronica in stile Grandaddy e chitarre che ammiccano ai Weezer.
Pubblicato dalla Run For Cover Records - che quest’anno si è portata a casa pure A Short History Of Decay dei Nothing - si tratta del primo album prodotto in studio della band.
Molto divertente.
Ti saluto con questa canzone dei Radiohead
Alla prossima!
(Hai notato che non scrivo mai “A presto”?)
L’altro è stato Il Gruppo di Joseph O’Connor.
Non c’è niente di inspiegabile sosterrebbe la mia ex psicoterapeuta (e probabilmente avrebbe ragione).






Ciao Francesco, come stai?
Sono d'accordo con te sulla meccanica, ma ho qualche riserva sul risultato. Mi spiego: la viralità può comprare l'attenzione, ma non può comprare il talento. La scintilla di cui parli quasi certamente farà scoppiare un incendio, ma se poi il combustibile è scarso o difettoso (tipo la legna bagnata) il fuoco si spegnerà in fretta. E il combustibile dei Geese, per dire, è di prima qualità. Piuttosto, quello che mi dà più fastidio di questa faccenda non è tanto la mediocrità "pompata", quanto il fatto che chi ha il talento ma non i mezzi viene penalizzato da questa ingegneria algoritmica.