L’assenza di storytelling è essa stessa storytelling?
10 romanzi in cui band, artisti e artiste di fantasia rubano la scena, consigliato a chi ama le storie (quasi) quanto la musica. Ma anche i migliori dischi del mese secondo il sottoscritto
A inizio anni 2000 c’è stato un interregno, tra la (momentanea) abdicazione dell’analogico e l’ascesa del digitale, in cui il trono del Guru Musicale è rimasto vacante per qualche anno. La produzione di nuova musica iniziava ad aumentare grazie al digitale, ma le piattaforme di streaming non esistevano ancora ed essere aggiornati su tutto era difficile e - sopratutto - costoso. Ovviamente c’erano Napster, Pirate Bay, i torrent e compagnia bella, ma certi lidi infestati da pirati e squali erano solo per capitani coraggiosi.
Di quello scenario era particolarmente rappresentativo un proto-meme (i meme ancora non esistevano) che faceva così: “Ascolto band che ancora non esistono”.
Chiaro che era una sparata, ma la sproporzione tra la nuova musica pubblicata ogni venerdì e la difficoltà a reperirla, la rendeva una boutade verosimile. Ad esempio se al baretto sottocasa dicevi: “Bello l’ultimo dei Thieving Magpies”, difficilmente qualcuno avrebbe potuto contraddirti.
(Ti stai chiedendo chi sono Thieving Magpies? Più sotto ci arrivo.)
Non solo! Spesso avveniva che il nome e l’hype di una band, magari ancora senza distribuzione e senza critica in Italia, arrivasse alle tue orecchie molto prima della musica stessa. E qui mi ricollego al titolo di questa Indie Riviera. Di recente, in un podcast sui migliori album del 2026, a proposito di un nuovo disco ho sentito dire che la band è entrata in studio e punto: nessuna press release, nessuna storia sui social, nessun aneddoto, nessuna dichiarazione, zero storytelling in pratica. Esattamente il contrario di quello che avveniva 20 anni fa (tanto hype e difficoltà a reperire il disco).
Questa cosa mi ha fatto riflettere su un paio di concetti. Il primo: e se l’assenza di storytelling fosse essa stessa storytelling? Ovvero una forma più evoluta del morettiano “si nota più se non vengo o se vengo e sto in disparte?” Il secondo spunto riguarda me: le storie delle band, degli artisti e delle artiste, il percorso che li ha portati ad incidere, mi interessano parecchio, certo non più della musica, ma finché ho la possibilità di scegliere me li becco entrambi.
Tra l’altro, a ben pensarci, in letteratura esistono un’infinità di romanzi dedicati a band che non esistono e io adoro quando uno scrittore dà vita ad un gruppo musicale, ne inventa la storia, le vicissitudini, descrive persino come suona e ne riporta le liriche e la (meta)critica.
Perciò, ancora una volta rigorosamente inopportuna e non richiesta, ecco la mia lista dei 9 romanzi musicali che ho amato di più + 1 uscito di recente.
I Commitments di Roddy Doyle
I Commitments, pubblicato per la prima volta nel 1987, è il romanzo d’esordio dello scrittore irlandese Roddy Doyle. Il libro inaugura la trilogia (poi tetralogia) di Barrytown, ovvero l’epopea della famiglia proletaria dublinese dei Rabbitte.
A Barrytown, periferia di Dublino, Jimmy Rabbitte aiuta due amici a fondare una band che ha il pretenzioso obiettivo di portare il soul in città. Nascono così - in modalità Musicanti di Brema - i Commitments.
La Musica è Cambiata di Roddy Doyle
Se pensi che i sequel non siano mai all’altezza del predecessore, forse La Musica è Cambiata (uscito 23 anni dopo I Commitments) ti farà cambiare idea.
Jimmy Rabbitte è diventato padre di famiglia e mantiene i quattro figli lavorando nel settore musicale. Tuttavia l’attività comincia a scricchiolare e gli viene diagnosticato il cancro, si ricongiunge quindi con Outspan, vecchio (in tutti i sensi) chitarrista dei Commitments, che sta pure peggio di lui. Insieme troveranno nuovi scopi.
Questa notte mi ha aperto gli occhi di Jonathan Coe
Questa notte mi ha aperto gli occhi è il terzo romanzo dello scrittore britannico Jonathan Coe, pubblicato per la prima volta nel 1990.
Nella Londra dei primi anni 80, William, commesso di un negozio di dischi e tastierista degli Alaska Factory, si ritrova testimone di un omicidio suo malgrado. La caccia agli assassini - degna del film Tutto in una notte - gli offrirà l’opportunità di riflettere sulla propria vita, tra una citazione di Morrissey e l’altra (anche il titolo italiano è un riferimento al Moz).
Juliet, Naked di Nick Hornby
Difficile separare i romanzi di Nick Hornby dalla loro componente musicale, tuttavia il più musicalmente “esplicito”, assieme ad Alta Fedeltà, è sicuramente Juliet, Naked (in italiano Tutta un’altra musica)
In un villaggio della costa inglese Duncan passa le giornate a idolatrare online Tucker Crowe, un cantante statunitense non più attivo. Mentre la moglie Annie vorrebbe dare una svolta alla loro relazione, Duncan su un forum riesce a mettere le mani su alcune registrazioni inedite di Tucker: una versione naked di Juliet, il disco più acclamato. L’inconveniente porterà Tucker Crowe a uscire dalla propria comfort zone, volare in UK e ad entrare nella vita della coppia.
Il Tempo è un Bastardo di Jennifer Egan
Il Tempo è un Bastardo è prima di tutto un grande romanzo, vincitore del National Book Critics Circle Award e del Premio Pulitzer per la narrativa.
Quest’opera corale si divide nei due “lati”, A e B, e la musica è il tema attorno a cui ruotano tutte le storie dei personaggi. Uscito nel 2010, il romanzo si conclude nel 2020 e, a posteriori, possiamo dire che l’autrice indovinò diverse “profezie” sul mondo della musica di oggi.
Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler
Non conosco un romanzo che racconti meglio di questo che cosa significhi essere una rock star nella provincia americana e, probabilmente, si tratta anche del miglior libro della lista per rapporto “tanto bello quanto sconosciuto”.
Lee nasce e cresce a Little Wing, cittadina rurale del Wisconsin, ma grazie alla musica, che gli regala una vita da rock star, riesce a lasciarsi tutto alle spalle. Tuttavia un matrimonio lo riporterà al paese natale e alla reunion con agli amici d’infanzia: Henry, Kip e Ronny; ma antiche nubi si profilano all’orizzonte.
Il Gruppo di Joseph O’Connor
Negli anni 80, alla periferia di Londra, Robbie Goulding e Fran Mulvey si conoscono durante gli anni del college, dando il via a un’amicizia totalizzante. I due fondano i The Ship, una band che guarda a Bowie, Morrissey e Velvet Underground. Ai due si uniscono anche Trez, violoncellista e amore segreto di Robbie e il fratello gemello di lei, il batterista Seán.
Il Gruppo copre venticinque anni di musica e amicizia con alcune tappe tipiche di ogni rock band: litigi, scioglimenti, reunion, chiarimenti… Probabilmente il romanzo che più mi ha commosso, in assoluto!
Libertà di Jonathan Franzen
Ho conosciuto Jonathan Franzen sulle pagine del Mucchio Selvaggio quando era ancora un settimanale. Libertà non è prettamente un romanzo musicale, ma il personaggio di Richard Katz incarna alla perfezione il musicista alternativo e anti-divo degli anni 10.
Walter e Patty Berglund rappresentano l’ideale della coppia borghese, progressista e ambientalista statunitense di inizio millennio. Secondo copione la serenità dei due è sacrificata sull’altare della carriera, portando Walter tra le braccia di un’altra donna. Sarà proprio Richard Katz, vecchio amico e musicista rock alternativo, a convincere Patty a riavvicinarsi al marito.
L’eroe alternativo di Tim Thornton
All’inizio degli anni 90 la grigia vita da studente di Clive Beresford viene trasformata dall’incontro con i Thieving Magpies, band immaginaria al centro della scena indie britannica. Quando il leader Lance Webster darà di matto, dando inizio alla fine, Clive sarà l’unico a difenderlo.
Quindici anni dopo quel colpo di testa Clive scoprirà di avere nuovo vicino di casa: Lance Webster. Da lì cominceranno una serie di roccambolesche vicissitudini, fino ad un finale commovente che parla dritto al cuore di ogni fan.
Non pensi anche tu che questo elenco di libri a tema musicale sia assolutamente da condividere con qualcuno? 👇
Le canzoni di New York di Liz Moore
Il mistero per cui The Words of Every Song di Liz Moore (scrittrice statunitense), nella sua edizione italiana targata NN Editore, diventi Le Canzoni di New York è tutto da chiarire, ma lascio aperto il beneficio del dubbio.
The Words of Every Song è il primo romanzo di Liz Moore, pubblicato in patria nel 2007 da una Liz ancora studentessa, che di lì a qualche anno avrebbe fatto incetta di riconoscimenti per l’acclamato Il Dio dei Boschi.
The Words of Every Song, pubblicato quest’anno anche in italiano dalla suddetta casa editrice (grazie!), è un romanzo corale: ogni capitolo è dedicato ad un personaggio e magistralmente si incastra con la storia che viene dopo e con quella che la precede. I protagonisti e le protagoniste che si alternano sul palco hanno sullo sfondo la casa discografica indipendente Titan di New York.
Ogni personaggio - così diverso dagli altri - si lascia amare per quello che è e per quello che affronta. Il narcisista del secondo capitolo diventa il protagonista del quinto - per dire - e nonostante 50 pagine prima lo si odiasse, poi gli si vuole bene comunque.
Special Guest è la New York musicale di quegli anni, tutto è così facilmente riconoscibile e riconducibile a quelle dinamiche che abbiamo imparato ad amare: demo tape, provini, contratti, audizioni, release party, flirt… Se invece hai perso tutto ciò - magari per ragioni anagrafiche - hai una buona chance per recuperare.
Letti per te ❤️
🎟️ Il ricercatore e hacker white-hat (in pratica un moderno Jedi) Ian Carroll ha usato Claude Opus 4.7 per trovare una falla nel Front Gate Tickets di Live Nation. Partendo da una SQL injection, Claude ha ideato query annidate capaci di bypassare il firewall, dando accesso a dati di clienti e dipendenti e infine ottenendo privilegi da amministratore coi quali poteva emettere gratis biglietti di qualsiasi valore. Ne ha scritto anche Andy Greenberg su Wired.
👩⚖️ Una commissione parlamentare britannica accusa Live Nation di aver creato un “clima di paura” nell’industria dei live: il colosso controlla il 58% della vendita primaria di biglietti UK (66% con affiliate), oltre a 18 venue e i festival più grandi del paese (dei 4 festival che superano le 80.000 presenze TM ne possiede 3!) Molte testimonianze sono arrivate in forma anonima per timore di ritorsioni. La commissione chiede una nuova indagine. Ne scrive Ashley King su Digital Music News.
🔚 È finita la grottesca vicenda dell’Helwatt Festival, poi ribattezzato Pulse of Gaia: la RCF Arena di Campovolo resterà muta, niente concerti. Il 29 maggio la prefettura di Reggio Emilia aveva già staccato la spina ai due show di punta, quelli di Travis Scott e Kanye West previsti per il 17 e 18 luglio, adducendo generici motivi di “ordine pubblico”. Su quest’ultimo punto consiglio di leggere l’articolo che Damir Ivic ha scritto per Soundwall, dall’eloquente titolo “A Reggio Emilia credono che siamo tutti scemi”.
♨️ Nel caso non l’avessi notato, un’ondata di calore record ha travolto l’Europa con temperature oltre i 40°C, colpendo pesantemente anche concerti e festival. Il Defqon.1 (rassegna elettronica olandese) è stato evacuato e interrotto dopo il primo giorno; in Francia sono saltati Solidays a Parigi e il concerto dei B-52’s al C Trop Festival, mentre lo show di Katy Perry è stato cancellato per temporali. Il segretario generale di YOUROPE, associazione che riunisce 136 festival in oltre 30 paesi, ha parlato di un evento “senza precedenti”. Ne ha scritto Ciaran Donnelly su Live Music Intelligence.
♨️ Sullo stesso tema si è esposto anche John Rostron, CEO dell’Association of Independent Festivals (UK), sulle colonne virtuali del NME:
“Il vero punto è che pianifichiamo i festival un anno prima. Un anno fa eravamo pronti per il maltempo estremo, ma non eravamo pronti per questo caldo. È una cosa nuova da cui dobbiamo imparare e su cui pianificare per il futuro, perché è qui per restare. Questa è la nuova normalità.”
🧠 Joe Sparrow sulle pagine di Musically spiega come dopo l’ingresso di Suno nel live grazie a un investimento in Songkick, il generatore musicale basato sull’AI ci stia provando anche con la musica indipendente. Spark è un programma di incubazione sotto forma di finanziamenti, mentorship e supporto marketing. Sulla carta potrebbe sembrare una buona cosa, ma i dettagli sono inquietanti: bisogna dichiarare l’utilizzo di Suno quando si condividono i brani sui social e, soprattutto, una clausola dal titolo “Good Vibes Only” vieta di criticare l’azienda.
Hum degli Swim Deep è il disco del mese
A quasi 15 anni dal conio del termine B-Town (B stava per Birmingham), gli Swim Deep sono gli unici superstiti o quasi di quella scena. La band è attiva dal 2011, ha cambiato diverse formazioni, ma al centro del progetto c’è sempre il chitarrista e cantante Austin “Ozzy” Williams.
La band propone un rock melodico basato su chitarre che non fanno niente per mascherare influenze dream pop e shoegaze anni 80 e 90, ma senza paura di osare. Negli anni la band si è confrontata anche con altre sonorità, come acid house e synth pop, ma è nel 2024, con There’s a Big Star Outside prodotto da Bill Ryder-Jones (ex chitarrista dei Coral), che la band è riuscita a far emergere la propria identità.
Hum è il quinto album in studio, pubblicato su Submarine Cat Records, e vede ancora una volta Ryder-Jones alla produzione. Le sonorità rimandano direttamente gli anni conclusivi del millennio scorso, quando Travis, Muse e Coldplay davano vita agli ultimi ruggiti del post-britpop. Anche i video - vere e proprie trashate - ricordano il mood di The Man Who dei Travis.
Ad oggi Hum degli Swim Deep è l’unica vera sorpresa del mondiale: li troverai nello scaffale “band sottovalutate” del tuo negozio di dischi di fiducia.
Somewhere Good dei Tara Clerkin Trio
I Tara Clerkin Trio nascono nel 2020, quando Tara Clerkin (voce) e il suo compagno Sunny Joe Paradisos bazzicavano la scena underground di Bristol. Nello stesso anno ai due si aggiunge Patrick Benjamin al pianoforte e alle tastiere.
Il trio è accomunato da personalità e talento individuale spiccato e da una comune inclinazione verso musica elettronica e jazz. La virtuosità dei tre emerge nel saper essere polistrumentisti eclettici, tanto da scambiarsi spesso la strumentazione, sia acustica che elettronica, sparigliando non poco le carte sul tavolo.
Dopo il debutto omonimo del 2020 quest’anno è la volta di Somewhere Good, pubblicato dall’etichetta World of Echo. Con questa nuova uscita il trio sta convincendo pubblico e critica a colpi di avant-trip-hop distorto, dub, folk psichedelico, krautrock, elettronica glitch, indie rock, post-punk e post-jazz.
I Tara Clerkin Trio si confermano un gruppo più facile da ascoltare che da costipare in qualche volume dell’enciclopedia musicale.
Longer Than Spring dei For Breakfast
Ecco uno degli esordi più interessanti di quest’anno.
I For Breakfast sono un ensemble del nord di Londra composto da Gail Tasker (flauto), Eden Harrison (sassofono contralto), Joe Thompson (chitarra), Omar Zaghouani (chitarra), Sam Birkett (basso), Eddie Jones-West (batteria) e, soprattutto, da Maya Harrison, cantante e tastierista dalla voce fortemente identitaria (personalmente mi ricorda Anna Calvi e PJ Harvey). La band si è fatta conoscere con un paio di EP, ma si è costruita una solida reputazione soprattutto grazie alle sue ammalianti performance dal vivo.
Longer Than Spring è un concentrato di post-rock e art rock dalle sfumature folk. Il disco abbandona le sonorità cupe e complesse dei succitati EP ma non rinuncia ai virtuosismi: fiati, ottoni e archi sono presenti in più brani a schermare chitarre noise o arpeggiate all’occorrenza. Le influenze sono ad ampio spettro e quanto mai eclettiche: psichedelia, noise rock, folk, jazz e post-punk.
A impreziosire il tutto è la voce potente ed eterea di Maya Harrison, capace di essere maestosa, sussurrata, ferita, ma anche piena di speranza. Se il sound delle origini era grezzo e stratificato, qui la produzione si fa pulita e ponderata, senza rinunciare a momenti di tensione.
Sulla scia dei Black Country, New Road: da tenere d’occhio.
Demand to Be Taken to Heaven Alive! dei Horse Lords
Gli Horse Lords sono un gruppo rock sperimentale post-minimalista di Baltimora, composto da quattro elementi: Andrew Bernstein (sassofono, percussioni, elettronica), Max Eilbacher (basso, elettronica), Owen Gardner (chitarra, elettronica) e Sam Haberman (batteria).
La loro musica attinge a piene mani da krautrock e post-punk, fa i conti con la lezione di Philip Glass e guarda a est e a sud del mondo, tra afrobeat e tradizioni folk degli Appalachi. A renderla riconoscibile ci pensano le accordature a intonazione naturale, che impongono chitarre modificate a mano coi tasti riposizionati e armonie microtonali.
Seppur gli Horse Lords abbiano più volte dichiarato di sentirsi fuori dalla scena math-rock, secondo il sottoscritto resta comunque l’etichetta più utile per raccontarli.
Demand to Be Taken to Heaven Alive!, uscito per la RVNG Intl., è fatto di 12 tracce ipnotiche e ripetitive ma anche imprevedibili e da un suono audace ed energico. La vera novità sta negli accenni funk e prog e, soprattutto, nell’uso delle voci femminili di Nina Guo ed Evelyn Saylor. Le due cantanti, impiegate in litanie, vengono effettate con l’auto-tune, campionato e infilate in loop algoritmici insieme agli altri strumenti.
Consigliato a chi apprezza: Battles (io) e Angine de Poitrine (non guardare me).
Pavement Drawings by Love, Burns
Secondo un mio calcolo spannometrico e parecchio rivedibile, scrivo di twee pop ogni 50 dischi che ascolto, perché quando cresci con il mito della C86, della K-Records, della Creation e della Sarah Records, è difficile trovare qualcosa che sciolga quel ghiaccio che hai attorno al cuore a 30 anni da If You’re Feeling Sinister. Ma in questo caso mi trovo di fronte a una piacevole eccezione.
Love, Burns è il progetto musicale più recente di Phil Sutton, londinese trapiantato a Brooklyn, di giorno bibliotecario presso la New York Public Library e di notte musicista. Dopo diverse apparizioni in alrettante band, Sutton si dedica oggi principalmente a Love, Burns, la sua prima vera esperienza da solista.
Pavement Drawings è il terzo album della one-man-band e si attiene fedelmente al canovaccio dei primi due: indie pop caldo e intelligente.
Tra le novità va segnalata la voce di Jo Roman (impossibile non pensare alla Isobel Campbell ai tempi della Jeepster Records), un maggiore utilizzo dell’organo e l’inserimento di fiati. È proprio l’organo che richiama alla mente i Felt, assieme ad altri riferimenti come Teenage Fanclub, Go-Betweens, Clientele e Yo La Tengo.
My job here is done

Alla prossima!
(Hai notato che non scrivo mai “A presto”?)




