"La Street Art è molto simile all'improvvisazione musicale" intervista a Giulia Riva
Esiste un legame a doppio filo tra la musica e la street art, ne ho parlato in un'intervista con Giulia Riva, fondatrice di BLocal Travel, un progetto che racconta le città attraverso i murales.
Il legame a doppio filo tra la musica e la street art non lo scopriamo certo oggi. Già alla sua nascita, nella New York degli anni 70, la cultura hip hop metteva assieme DJ, MC, breakdance e writing. Da allora questo dialogo non si è mai interrotto, anzi si è intensificato.
Se la street art utilizza lo spazio pubblico per veicolare messaggi sociali e politici, anche molti generi musicali hanno ambizioni simili, penso principalmente al punk, al reggae o al rap. Nel tempo le contaminazioni tra queste due arti si sono moltiplicate e sono andate oltre il significato puramente sociale (anche se in fondo l’arte è sempre e comunque “sociale”). Da Andy Warhol fino a figure come Banksy, Mr. Brainwash o Robert “3D” Del Naja, il confine tra arti visive e musica si è fatto via via sempre più indefinito.
Ne ho parlato in un’intervista con Giulia Riva, fondatrice di BLocal Travel, un progetto che racconta le città attraverso le tracce lasciate sui muri dagli street artist più famosi. A questo lavoro di ricerca Giulia affianca anche quello di autrice, con la serie di libri As Seen on the Streets of…, in cui fotografia, reportage e testimonianze dirette restituiscono il ritmo visivo e culturale delle città viste dall’altro lato, quello nascosto e meno patinato. Insomma, roba da Indie Riviera!
Francesco: Partiamo dall’inizio: il tuo è un percorso che tiene insieme memorie personali, fotografia e viaggio. Ti va di raccontarci come nasce questo cambio di prospettiva? Quando hai distolto lo sguardo dal Lato A delle città, quello “pulito”, rivolgendoti al Lato B, quello tutto “scarabbochiato”?
Giulia: Ho iniziato a fotografare graffiti da bambina, nella Roma degli anni ’90, che allora era piena di murales. All’inizio era quasi un gioco: camminavo per la città e scattavo foto alle scritte e ai pezzi che trovavo in giro, mi attraevano i colori e i “puppets,” che nel gergo dei graffiti sono dei personaggi molto simili a quelli dei fumetti o dei cartoni animati che vengono realizzati accanto al nome di un writer. Alla me bambina affascinava molto vedere tutti quei personaggi colorati sulla metropolitana o sui muri della mia città, così ho iniziato a fotografarli con una macchinetta giocattolo.
Con il tempo ho continuato a farlo anche viaggiando. Poco fa, nelle note di Substack, ho pubblicato alcune foto scattate a Lisbona nel luglio del 2000, durante un viaggio che avevo fatto da adolescente con i miei genitori.
All’epoca ovviamente erano tutte fotografie analogiche, quando poi internet ha iniziato a diffondersi, ho cominciato anche a pubblicarle online, prima su piattaforme come MySpace e poi su Facebook.
Il blog vero e proprio è arrivato nel 2011. All’inizio era ospitato su Splinder e poi Blogspot. Negli ultimi dieci anni però il progetto è cresciuto molto: oggi è diventato un sito vero e proprio, attorno al quale ruota un progetto editoriale più ampio che comprende la newsletter, i libri della collana As Seen on the Streets of…, i canali social e anche attività offline, come i viaggi con lettori e lettrici a caccia di street art nelle capitali europee e le media partnership con diversi festival di street art in giro per l’Europa.
Al di là delle origini comuni con la cultura hip hop, quello che colpisce è quanto street art e musica condividano dinamiche simili anche nel processo creativo. Dal tuo punto di vista, dove si incontrano davvero questi due linguaggi, se guardiamo a come nascono e prendono forma nello spazio urbano?
Oltre ovviamente alle origini dei graffiti, che sono una delle quattro discipline dell’hip hop, sicuramente a livello più generale c’è anche una questione di ritmo e di energia. Spesso il gesto del dipingere un muro ha qualcosa di molto simile all’improvvisazione musicale. Anche se sia nel caso dei graffiti che della street art si segue spesso uno sketch, la “realtà” del muro è diversa (la superficie non è mai perfettamente liscia, la luce cambia a seconda dell’orario, i colori hanno una resa diversa a seconda della superficie… molto spesso ci si ritrova ad improvvisare per assecondare gli elementi, dato che dipingere in strada non è come dipingere in uno studio, dove l’artista ha tutto “sotto controllo”).
Un’altra analogia che mi viene in mente è che i graffiti si basano sul concetto di crew, il gruppo di writers all’interno del quale le dinamiche sono simili a quelle del gruppo musicale, nel senso che ognuno ha un ruolo e si agisce insieme, in modo coordinato e seguendo una strategia precisa condivisa da tutti i componenti del gruppo, con l’obiettivo di far emergere il nome della crew. L’esempio perfetto di questo sono i 1UP, una crew che punta molto sul gruppo (il nome significa: One United Power) anziché sul singolo componente. C’è un video molto famoso che i 1UP hanno realizzato ad Atene la cui regia ricorda quella di un vero e proprio video musicale, è una coreografia complicatissima seguita da un drone che attraversa la città, credo che il modo in cui è costruito mostri bene questo aspetto di “performance”.
Infine, per dipingere un muro viene usato tutto il corpo: il braccio si tende fino al punto più estremo, a differenza di una tela che può essere dipinta muovendo solo il polso, la mano o al massimo l’avambraccio. C’è quindi una dimensione fisica molto forte, un vero e proprio ritmo che si segue, è una situazione quasi performativa. Vedere una persona che dipinge un muro, in fondo, è quasi una danza.
Nel tuo lavoro attraversi continuamente contesti diversi (città, festival, scene locali…) in cui musica e arte urbana si influenzano a vicenda. Ci sono situazioni in cui questo dialogo ti sembra particolarmente evidente o interessante da osservare?
Un aspetto che trovo molto interessante riguarda gli artisti che lavorano in entrambi i campi. Ce ne sono molti che sono sia street artist sia musicisti, e per me è sempre affascinante rintracciare le influenze reciproche tra queste due forme espressive. Quando intervisto un artista che è anche musicista, cerco sempre di fare una o due domande anche sulla sua produzione musicale, perché quasi sempre street art e musica sono due manifestazioni della stessa visione del mondo, dello stesso immaginario che l’artista vuole condividere con il proprio pubblico.
Ci sono molti festival che mettono insieme musica e street art. Forse il più famoso è il festival di Glastonbury, in Inghilterra, dove negli anni è intervenuto più volte anche Banksy.
La sua prima apparizione risale al 1998, quando dipinse Silent Majority sulla fiancata di un van di alcuni partecipanti. L’opera raffigurava soldati che assaltano una spiaggia in assetto antisommossa, mentre un pensionato osserva la scena da una sedia a sdraio: una satira sull’autorità, sull’invasione e sulla cultura del tempo libero.
Nel 2005 ha realizzato Lost Children, un’installazione composta da sculture da parco giochi deformate e da riferimenti distorti all’infanzia, segnata dalla perdita dell’innocenza tra conflitti e abbandono nel mondo contemporaneo. Il lavoro suggeriva una critica alla incapacità della società di proteggere i più vulnerabili.
Nel 2007 è arrivata Portaloo Sunset, una reinterpretazione di Stonehenge costruita con bagni chimici, seguita nel 2010 da Peace vs Love, una riflessione sulle complessità dell’attivismo, del conflitto e delle narrazioni della pace trasformate in merce. Nel 2014 ha presentato Sirens of the Lambs, un camion simile a quelli che trasportano animali al macello, pieno di peluche.
Il contributo di Banksy all’edizione del 2019 è stato invece indossato direttamente sul palco. Mi riferisco al giubbotto antiproiettile decorato con la Union Jack, indossato dal rapper britannico Stormzy durante il suo concerto. Il capo, progettato da Banksy, ha trasformato quell’esibizione in una dichiarazione contro l’ingiustizia razziale, la violenza sistemica e le contraddizioni dell’identità britannica.
Nel 2024 ci sono stati addirittura due performance. La primo, Migrant Boat, una barca gonfiabile piena di figure che ha navigato sopra la folla durante il concerto degli Idles. La seconda, Terminal 1, un’installazione che riproduceva un gate di partenza aeroportuale e che, con finti controlli di sicurezza, cartelli parodici e annunci ironici, rifletteva sulle restrizioni ai viaggi internazionali, sulla sorveglianza e sull’ansia climatica.
Nel tuo ultimo libro As Seen on the Streets of London la musica appare come un vero e proprio “elefante nella stanza”: qualcosa di troppo ingombrante per essere ignorato.
È vero, nel mio ultimo libro dedicato alla street art di Londra ci sono molti riferimenti musicali. Nel capitolo su Camden Town, per esempio, ho raccolto diverse opere commemorative dedicate ad Amy Winehouse, che frequentava proprio quelle strade e quei locali. Trovo affascinante il modo in cui artisti diversi l’abbiano ritratta ciascuno con il proprio stile inconfondibile, pur mantenendo sempre immediatamente riconoscibile il soggetto.

Sui muri di Londra vengono ricordati anche molti altri musicisti. Uno degli esempi più noti è il grande ritratto di David Bowie realizzato da Jimmy C a Brixton, il quartiere dove Bowie è nato. Questo muro è stato protetto da una lastra di plexiglass, un trattamento riservato solo alle opere considerate più importanti. Sul marciapiede vengono lasciati continuamente fiori e accese candele, mentre sul plexiglass compaiono messaggi e biglietti.
È molto impressionante vedere come un’opera di street art possa diventare quasi un luogo di devozione. Quando ho parlato di questa cosa con Jimmy C, che è uno degli artisti intervistati nel mio libro, mi ha detto che è molto orgoglioso del modo in cui la comunità ha adottato il suo lavoro.
I miei libri si basano su interviste agli street artists del posto e tra gli artisti che ho intervistato per il libro su Londra, ai quali ho chiesto dei loro luoghi del cuore e di come la città influenzi il loro lavoro, ce ne sono due che oltre a essere writers attivi nella scena graffiti londinese sin dagli anni 80 sono anche musicisti: Mr. Cenz e Remi Rough.
Proprio a Remi Rough ho chiesto: se Londra fosse una playlist, come suonerebbe?
La sua risposta mi è piaciuta molto, e vorrei condividerla con voi:
In a soundtrack of London, you’d definitely have to include The Clash and the London Posse, an iconic rap group from the ‘80s. And, of course, David Bowie. I’d pull together all the different pieces of London to create my own soundtrack of the city. Oh, God, yeah—a proper London soundtrack would be a massive playlist. It’s something I’d probably spend a whole month putting together.
Restando a Londra ma cambiando prospettiva: ci sono casi in cui il confine tra arte visiva e musica diventa più diretto, quasi collaborativo. Penso alla collaborazione tra Banksy e i Blur, ad esempio, ti va di raccontarci qualche “dietro le quinte” di questa collaborazione?
Nel corso degli anni Banksy ha realizzato diverse copertine per i Blur, anche perché è molto amico dei membri della band. La mia preferita è quella del singolo Crazy Beat, che fa parte dell’album Think Tank, la cui copertina è stata anch’essa disegnata da Banksy.
Mi piace particolarmente perché riprende un murale a cui sono molto affezionata, che si trova in una delle mie zone preferite di Londra, Stoke Newington. Realizzato nel 2003, il murale raffigura in modo ironico la famiglia reale che saluta da un balcone. L’opera occupava l’intera facciata laterale di una casa e simulava le decorazioni ornate di un palazzo reale. Il contrasto tra questa scenografia grandiosa e il contesto urbano quotidiano rendeva il lavoro ancora più efficace e ironico.

Nel 2009 il consiglio municipale di Hackney tentò di cancellare il murale coprendolo con vernice nera. Iniziarono proprio dagli elementi decorativi del palazzo che circondavano la famiglia reale, che sono tra l’altro la parte ripresa sulla copertina del singolo. Gli abitanti del quartiere intervennero rapidamente e riuscirono a fermare l’operazione prima che l’opera venisse cancellata completamente.
Se ci allontaniamo da Londra e guardiamo ad altre città, il rapporto tra musica e street art cambia spesso insieme al contesto culturale e sociale. Nel lavoro che stai facendo ora, hai incontrato scene in cui questo legame assume forme particolari o inaspettate?
Ogni città ha il suo sound, così come ha il suo stile di arte sui muri. Ora sto lavorando al libro dedicato alla street art di Lisbona, e mi colpisce molto come molti degli street artist di origine brasiliana nelle interviste finiscano sempre per citare i locali dove andare a ballare samba, reggae o forró.
Che Lisbona ospiti una comunità brasiliana molto numerosa si può già intuire osservando i suoi muri: Lisbona è piena di pixação, lo stile di graffiti nato a San Paolo, e di murales dai colori accesi che ricordano l’estetica dei murales brasiliani. Ma attraverso le interviste in cui chiedo agli artisti di raccontarmi “la loro Lisbona” sto scoprendo qualcosa di più profondo. Per molti di loro, i luoghi dove mantenere un legame con la propria comunità di origine sono soprattutto i posti dove si ritrovano a ballare. La musica diventa così una specie di ponte invisibile tra Lisbona e il Brasile, così come lo sono i pixação sui muri della città: in entrambi i casi, si tratta di qualcosa che li fa sentire a casa.
Nelle prossime settimane sarai di nuovo in viaggio tra diverse città britanniche, seguendo sia il tuo lavoro editoriale che quello legato ai festival. Ti va di raccontarci come si intrecciano queste esperienze e cosa ti aspetti, se non sbaglio una tappa sarà a Bristol.
A inizio aprile partirò per un book tour di sei settimane. Sono riuscita a incastrare le presentazioni del mio libro sulla street art londinese con il mio “lavoro vero”, quello di media partner di diversi festival di street art che si tengono tra aprile e maggio nel Regno Unito. Il viaggio mi porterà a Londra, poi ad Aberdeen, a Glasgow e infine a Bristol.
A Bristol collaborerò con Upfest, il più grande festival di street art d’Europa. Presenterò il libro e realizzerò diversi contenuti dedicati al festival. Il primo Upfest a cui ho lavorato è stato nel 2016, quindi quest’anno cade anche una specie di anniversario professionale.
Mi fermerò in città per quasi un mese e spero di riuscire a godermi anche la scena musicale locale, che è sempre stata una delle mie preferite. Non sono molto aggiornata su quello che sta succedendo ora nella scena indie di Bristol, ma sono curiosa di scoprirlo. In fondo è proprio questo uno degli aspetti che amo di più di questo lavoro: viaggiare seguendo i muri delle città, e ritrovarmi ogni volta dentro nuove storie e nuovi suoni.
Giulia, grazie per il tempo che ci hai dedicato, se avrai voglia di raccontarci cosa succede a Bristol anche dal punto di vista musicale (magari ti passo qualche nome da seguire), sarò felice di ospitare un tuo contributo. Per i lettori e le lettrici di Indie Riviera che volessero approfondire, questo è il link per conoscere tutto sul tuo libro dedicato alla street art di Londra.




