Dalle fanzine al feed: fare controcultura prima della rete
Dove si ricorda brevemente cosa hanno rappresentato le fanzine, per introdurre un libro molto bello e importante. Ma anche un grandissimo album del mese - ne sentiremo parlare - e tanta buona musica.
Prima di internet le voci della cultura che trovavano spazio sui media mainstream erano poche, il risultato era una cultura “ufficiale” controllata da pochi editori, omologata e con pochissime opinioni fuori dal coro. Chi è della mia generazione ricorda che la mattina dopo un grande evento televisivo - ad esempio - tra i banchi o tra le scrivanie si parlava solo di quello. Oggi ci sono tante micro tribù (anche se spesso ognuna vive isolata dentro la sua bolla, ma questa è un’altra storia) e ogni angolo della classe o dell’ufficio parla il suo slang.
Nel 50 avanti Cristo tutta la Gallia è occupata dai Romani… Tutta? No! Un villaggio dell’Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre all’invasore.
Prima che Tim Berners-Lee tirasse fuori dal cilindro il World Wide Web, radio libere, pubblicazioni indipendenti e fanzine rappresentavano la “resistenza”.
In particolare le fanzine erano (e in alcuni casi lo sono ancora) pubblicazioni indipendenti e autoprodotte che davano voce a movimenti culturali alternativi, perseguendo l’idea di un’informazione libera. Stavano orgogliosamente ai margini dell’editoria tradizionale, rivendicandone l’indipendenza nei contenuti e nei processi produttivi: venivano impaginate con collage, testi dattiloscritti o scritti a mano e illustrazioni handmade.
È tra gli anni 60 e 70 che le fanzine assumono un ruolo centrale, diventando fiero veicolo di sottocultura, di critica e di attivismo: dai diritti civili al pacifismo, dalla musica psichedelica ai movimenti femministi.

Il matrimonio perfetto si consuma negli anni 70, quando il neonato punk trovò nelle fanzine un veicolo ideale di affermazione anarchica. Testate come Sniffin’ Glue nel Regno Unito e Maximum Rocknroll negli Stati Uniti diventano riferimenti per la scena musicale indipendente. Negli anni 80 e 90, con la diffusione delle fotocopiatrici da ufficio e dei primi personal computer, il fenomeno dilaga. Accanto a musica e politica trovano spazio il fumetto indipendente, il cinema underground, la fotografia e altre subculture fuori dal circuito commerciale, come rap, hip-hop, surf e skating: insomma, si godeva parecchio!
Negli anni 80 il fenomeno attecchì anche in Italia con sincera – a tratti ingenua – passione. Oggi ne abbiamo precisa testimonianza attraverso il certosino lavoro di Paolo Palmacci, che da qualche anno sta aggiornando un sito che è un censimento geografico di tutte le fanzine italiane create negli anni.
Se ti interessa l’argomento ti consiglio caldamente Sniffando Colla – Fanzine Musicali Italiane (Supplemento al numero di gennaio 2022 di Rumore) di Luca Frazzi e È tempo di inventare! Cronache della Rivoluzione Indie Rock a cura di Katherine Spielmann, di cui ti parlo qui sotto.
È tempo di inventare! a cura di Katherine Spielmann
È tempo di inventare! Cronache della Rivoluzione Indie Rock è un’antologia dei migliori articoli pubblicati su Puncture in 47 numeri dal 1982 al 2000.
Nel 1981, in seguito a una tragedia familiare, Katherine Spielmann abbandona New York – dove lavorava come giornalista e redattrice – per stabilirsi a San Francisco assieme alla figlia adolescente. Qui non conosce nessuno e per sbarcare il lunario trova lavoro prima come cuoca, poi come badante di due anziani e successivamente come segretaria.
Nel frattempo la figlia Paula si iscrive a Belle Arti e si unisce alla band delle Black Humor. Katherine, seguendo i concerti della figlia, si rende conto che nella scena rock della Bay Area sta accadendo qualcosa di grosso, che vale la pena di essere raccontato. È di nuovo Paula a far incontrare Katherine e Patty Stirling, una donna con interessi simili alla madre. Le due decidono di fondare la fanzine Puncture, con l’obiettivo di trattare gruppi e fenomeni culturali che non trovavano spazio altrove, con un’attenzione particolare ai temi del femminismo (segnalo il pezzo Sesso, donne e rock’n’roll di Terry Sutton). Piccolo inciso: questo libro è edito da Edizioni SUR, una casa editrice sempre attenta ai temi del femminismo e della musica, spesso congiunti.
Nel novembre del 1982 esce il primo numero di Puncture ed è fatto per lo più di testi dattiloscritti, con titoli e grafica disegnati a mano, è stampato nell’ufficio in cui lavorava Katherine su carta da fotocopie, piegata e pinzata. Dopo un anno i numeri erano già 6 e alle due si era aggiunto il terzo moschettiere Steve Connell (è sua l’introduzione di questo libro).
Gli articoli di questa raccolta sono stati scelti direttamente da Katherine e comprendono: Lester Bangs, Fugazi, Sleater-Kinney, Pavement, Pixies, Meat Puppets, PJ Harvey, Flaming Lips, Belle & Sebastian, Throwing Muses...
Direttamente nello scaffale “must have” di ogni appassionato e appassionata di musica.
Domestic Bliss dei Voka Gentle è il disco del mese
Quando si dice family affair, senza che - per una volta - sia un luogo comune. I Voka Gentle sono una band londinese composta dalle gemelle Ellie e Imogen Mason e dal marito di Imogen, William Stokes: un trio di polistrumentisti di grande talento, con una marcata passione per la scrittura d’autore. Si sono formati nel 2014 e dopo una serie di EP, musica per il teatro e qualche collaborazione illustre (una su tutti quella con Wayne Coyne dei Flaming Lips) hanno esordito nel 2020 con Writhing!
Domestic Bliss è il terzo full-length della band, pubblicato per The State51 Conspiracy Recordings e prodotto direttamente dal gruppo. L’idea che mi sono fatto è quella di un disco a doppio registro. La voce di William mi ricorda quella di David Byrne e in certe occasioni è difficile non pensare ai Talking Heads (Torpedo Mike) o in generale alla New Wave. Quando a cantare sono Ellie e Imogen si vira verso un sound Post-Punk più allineato a certe cose che funzionano bene oggi. Il rimando ai Talking Heads ritorna anche nel modo di utilizzare gli strumenti, non sempre convenzionale ma finalizzato a raggiungere il suono che hanno in mente, oltre che per le performance live arricchite da installazioni.
Si tratta di dieci brani per tre quarti d’ora di indie rock difficile da inquadrare: un lavoro disseminato di elettronica, synth e field recording, attraversato da respiri acustici. I testi sono colti e diversi personaggi vengono chiamati in causa (Cheddar Man, un uomo dell’inizio dell’Olocene ritrovato in una grotta inglese nel 1903, Creonte, Jude Law…) per esplorare il tema principale dell’album: il potere e l’abuso dello stesso.
Faccio un appello affinché qualche festival li porti in Italia, perché sono tanta roba!
DISCOMBOBULATED degli Hen Ogledd
Sin dal loro vinile di debutto a tiratura limitata del 2013, la band di Richard Dawson (artista folk sperimentale) e Rhodri Davies (arpista d’avanguardia) ha attraversato diverse evoluzioni: prima con l’ingresso di Dawn Bothwell, che ha aggiunto la componente elettronica, poi con la seconda voce di Sally Pilkington, capace di introdurre un tocco electro-pop.
Il nome Hen Ogledd è mutuato dall’espressione “Vecchio Nord”, quella zona che secondo gli antichi Celti comprendeva l’attuale Scozia meridionale e l’Inghilterra settentrionale. I quattro membri della band provengono da queste aree.
Se nel precedente Mogic il gruppo si era affidato soprattutto a strumenti acustici, con DISCOMBOBULATED, il secondo album pubblicato per Domino Records, il suono si fa più robusto e stratificato: non di rado emergono chitarre elettriche distorte, mentre sassofono e tromba conferiscono un taglio che accarezza il Post-Punk e il Free Jazz. È un disco difficilmente classificabile, come ci si aspetta da quattro personalità attive tanto nella scrittura quanto nella composizione, in grado di dare vita ad un mix di Folk-Rock elettronico bizzarro e Psych-Pop sperimentale.
La registrazione delle otto tracce è iniziata nel 2024 e ha coinvolto un lungo elenco di collaboratori, tra cui anche alcuni figli dei membri della band. Alcune parti sono cantate in gallese, altre affidate alla tecnica dello spoken word. Le otto tracce affrontano la contemporaneità attraverso gli occhiali personali – la famiglia, i sentimenti – ma anche attraverso un punto di vista più internazionale: politica, capitalismo e working class sono temi che emergono con forza.
HURG dei Mandy, Indiana
HURG – nomen omen – è la risposta affermativa alla domanda: è ancora possibile essere originali nel 2026?
I Mandy, Indiana sono un quartetto nato a Manchester dall’idea di Valentine Caulfield e Scott Fair. Dopo l’acclamato EP del 2021 è arrivato l’album I’ve Seen A Way nel 2023 e dal 2025 sono con la Sacred Bones. HURG è il nuovo lavoro della band concepito durante una residenza artistica alla periferia di Leeds e registrato tra Berlino (dove risiedono) e Manchester. Ancora una volta con Scott Fair e Daniel Fox alla produzione e al missaggio.
Il loro post-punk abrasivo completamente contaminato dalla club culture, in una sovrapposizione di effetti che trova nella copertina, ad opera del duo italiano the Carnovsky, una sintesi visiva coerente. I beat viaggiano come sinapsi nervose su fibre mieliniche, una fame di ritmo che ti assale con un’aggressività tribale, più rave che rock, con evidenti influenze di industrial dance.
I testi sono crudi e affrontano misoginia e dominazione, mentre il canto di Valentine Caulfield, in lingua francese – ad eccezione di I’ll Ask Her e Sicko! – fa quell’effetto spigoloso “alla Nico”. La sua voce è penetrante, distorta, effettata, trattata come uno strumento e immersa nel flusso sonoro più che davanti.
Un serio candidato ai migliori album del 2026, per quanto mi riguarda.
Instant Comfort dei Lucid Express
I Lucid Express sono un quintetto di Hong Kong che suona assieme dal 2014. Prima del 2020 erano conosciuti come Thud e il cambio di nome è arrivato contemporaneamente con la firma per l’etichetta newyorkese Kanine Records. Instant Comfort è il loro secondo album dopo l’esordio omonimo del 2021.
I cinque hongkongers (l’ho scritto davvero?!?) rientrano appieno nella terza ondata di giovani shoegazer e guardano dichiaratamente a My Bloody Valentine e Slowdive, proprio nel mezzo tra citazionismo e revivalismo. Se leggi Indie Riviera da tempo sai che sono particolarmente esigente con questo genere che amo, perché spesso volume e delay usati a manetta mascherano un po’ tutto. Non è questo il caso, Instant Comfort dribbla il cliché: il suono è denso ma l’equilibrio tra Dream-Pop, Synthpop e Shoegaze è misurato, le melodie sognanti non soffocano sotto i muri di chitarra e il disco è pieno di dettagli sonori eleganti.
La voce leggera e ariosa di Kim Ho cavalca le chitarre tirate che girano pazienti e quando i loop rallentano tra le influenze fanno capolino anche Cure e Smiths (Take Heart). Tornando alle generazioni di shoegazer che si avvicendano, il disco è stato prodotto da Kurt Feldman degli indimenticati The Pains of Being Pure at Heart.
EXPO degli Ulrika Spacek
Il Total Refreshment Centre (TRC) in Hackney Downs, a Londra, da oltre 10 anni è un punto di riferimento per la scena musicale indipendente della city. L’ex circolo culturale offre spazio per sala prove, eventi e progetti collaborativi, in particolare nell’ambito della scena jazz, sperimentale e underground. Tutto sotto l’egidia artistica e carismatica di Syd Kemp, bassista e produttore (già con Caroline, Thurston Moore e Spiritualized, per dirne alcuni).
È da questo contesto che emergono gli Ulrika Spacek, un collettivo sperimentale attivo dal 2014, che ha da poco licenziato EXPO l’album che segna il debutto per la (interessantissima) label Full Time Hobby.
EXPO conferma un’indole Post-Punk imbastardita di Psichedelia, Noise, Shoegaze e Krautrock. I brani sono ricchi di dettagli sonori e di campionatore: “La nostra musica è sempre stata un collage – un po’ patchwork, a livello sonoro – ma ciò che rende questo album un punto di riferimento per noi è che siamo andati oltre e abbiamo creato la nostra banca dati di campioni”, spiega il cantante e chitarrista Rhys. Il risultato è un album che mescola calore analogico e campionature digitali, sparigliando continuamente le carte sul tavolo.
Per approfondire
👩🎤 Il movimento inglese Not Bad For A Girl ha pubblicato una lettera aperta all’industria musicale criticando la “regressione” nelle line-up degli eventi di musica elettronica, sottolineando che alcune line-up presentano meno del 10% di artiste donne o non binarie.
🇺🇦 L’Ucraina è entrata nel suo quinto anno di resistenza all’invasione russa, ma la musica non si è mai fermata. Drowned in Sound ha dedicato un intero numero della sua newsletter agli articoli pubblicati sul sito dall’inizio del conflitto, riguardanti artisti e artiste dell’Ucraina.
🦋 Da qualche giorno Bluesky permette di ascoltare i brani di Bandcamp condivisi nei post direttamente dal feed. Bluesky è un’app di micro-blogging nata in seno a Twitter (prima di diventare X) che sfrutta un protocollo decentralizzato. Oggi è totalmente indipendente da X ed è Twitter com’era una volta, stesso spirito, in parole povere: un bel posto. Ci sono anche parecchi giornalisti e critici musicali, se ti va mi trovi qui.
My job here is done
Alla prossima!
(Hai notato che non scrivo mai “A presto”?)






Non conoscevo Puncture, appena riesco recupero questo volume!
Gli voglio molto bene dagli esordi e li intervistai pure mentre facevo il mio vecchio podcast con il precedente disco, che aveva ottimi numeri :-)
Peccatissimo che qui in Italia se ne parla poco poco... (e ho anche suggerito di portarli live ma al momento niente...)