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Gonjasufi, A Sufi And A Killer

Pubblicato da: Fran il 7 giugno 2010 | Categoria: Elettronica | 4 Commenti »

Il ritardo con cui arrivo a comprendere davvero A Sufi And A Killer è imbarazzante, almeno quanto l’espressione nel tuo volto, mentre cerchi di difendere la creatività di Gonjasufi di fronte ai colleghi che, ovviamente, non riescono a scorgere la benchè minima orecchiabilità da ciò che esce dallo stereo. Eppure…

Eppure stiamo parlando di un mezzo capolavoro, sebbene A Sufi And A Killer sia un disco cervellotico e tutto il contrario che immediato, talmente complesso e stratificato da essere quasi “troppo” anche per la Warp, forse troppo lungo (19 tracce).

Dietro il nome di Gonjasufi si nasconde Sumach Ecks, che nel suo esordio c’ha messo di proprio le corde vocali e le campionature, uscendosene con un disco degno della Warp (che nove volte su dieci è un punto d’arrivo più che di partenza).
Su Sumach girano anche parecchie storielline, di quelle che ti aiutano a scrivere comunicati di presentazione più lunghi e che fanno subito presa sui blogger. Che sia davvero un predicatore, o un filosofo, un rapper, o uno sciamano del Nevada, non è dato sapere. Quello che emerge dalle note di A Sufi And A Killer è una cosa di cui tutti possono constatare la veridicità, senza nessun comunicato a mediare. La mente di questo tizio vede la musica in codice binario, come Neo in Matrix. Gonjasufi prende la musica, la smonta, la ricompone, la mischia, la mangia, la mastica, la sputa e il risultato è comunque differente dalla somma degli addendi.

In A Sufi And A Killer convivono Pop (She Gone), Garage Rock (SuzieQ), Alt. Rap, Hip-Hop (Advice), Elettronica, Psichedelia (DedNd) e canti indiani. I mush up di Gonjasufi sono così accattivanti e tanto dissimili da una scena che vede per lo più Madlib come punto di riferimento, che sono stati capaci di richiamare l’interesse di Gaslamp Killer, Flying Lotus e Mainframe, tutti coinvolti in fase di produzione (chi più chi meno).

E’ un esordio, ma se tutti i pezzi toccassero le stesse elevatissime vette sarebbe una pietra miliare. Quasi capolavoro.
[Ordinato, in vinile, ovviamente]

Gonjasufi - Sheep

Gravenhurst, The Western Lands

Pubblicato da: Fran il 19 ottobre 2007 | Categoria: Post Rock | 10 Commenti »

I Gravenhurst sono il progetto (quasi) personale del cantante e polistrumentista Nick Talbot. Nick, alla metà degli anni ’90, vive sulla sua pelle il movimento Dream Pop. Rimane così coinvolto da trasferirsi a Bristol, epicentro di quella corrente, e qui collabora con gruppi seminali quali Third Eye Foundation, Flying Saucer Attack e AMP.

I Gravenhurst esordiscono nel 2004 con l’intimistico Flashlight Seasons, questo The Western Lands è il terzo album di Nick (più un paio di EP) e tutti sono usciti per la Warp Records. Considero decisamente The Western Lands la summa stilistica dei lavori precedenti di Nick, un equilibrato compromesso fra i capolavori folk Flashlight Seasons e l’EP Black Holes In The Sand e il penultimo Fires In Distant Buildings.

Se i primi due dischi citati avevano un mood prevalentemente malinconico, espresso con ballate acustiche e virtuosismi di fingerpicking, Fires In Distant Buildings virò verso sonorità più post rock, spiazzando fans e critica. The Western Lands è composto da una buon mix di tutti questi ingredienti. L’impressione generale rimane quella di un disco capace di sintetizzare canoni quali il post-rock, la new-wave e lo shoegaze. Ma nei momenti opportuni la languida e austera voce di Nick è ancora in grado di riportare le orecchie dell’ascoltatore sui territori del songwriting.

Song Among The Pine, malinconica come una lugubre camminata notturna al camposanto, è uno di quei casi in cui il disco si (ri)avvicina al primo Gravenhurst. Questa solenne ballata folk appare anche nella colonna sonora del film tedesco Ein Freund Von Mir. Farwell. Farwell è decisamente uno dei pezzi migliori del disco, in pieno stile Creation Records periodo shoegaze. Stesso valore artistico per la conclusiva The Collector, che comincia con una chitarra ritmica molto post-punk, prosegue con una galoppata basso-batteria-organo, e il tutto è chiuso da un assolo di chitarra noise.

Fra gli episodi più riusciti c’è anche Hollow Man, una bordata di energia post rock tutta chitarre, batteria, voce seducente e un giro di basso che finisce col flirtare con il piano, davvero intrigante. Il senso di The Western Lands, semplicemente, è fra la malinconia che si porta dietro lo scorrere del tempo “..The past is a strange place/But I want it back..”, e i desolanti paesaggi industriali, ieri distanti e in fuoco, oggi ancora più vividi e vicini. Genio.


Battles, Mirrored

Pubblicato da: Fran il 7 giugno 2007 | Categoria: Indie Rock | 4 Commenti »

I Battles sfidano la matematica, vincendola. Sembra impossibile, ma i Pteromyini, una particolare razza di scoiattoli asiatici, sono in grado di volare. Miracoli della natura che rompe le convenzionali leggi della fisica. Allora forse resto un po’ meno perplesso se i Battles si trovano a condividere, allo stesso tempo, le etichette di Prog e Indie.

Se ci fermiamo a riflettere un istante, è quasi un ossimoro (ovviamente non considero i Mars Volta indie). Le anguille nascono tutte nel mar dei Sargassi, ed è li che si dirigono quando devono riprodursi, arrivando a depositare da 1 a 6 milioni di uova. E allora che c’è di strano se 4 ragazzi che non si conoscono fra loro, incidono uno dei migliori dischi del 2006 e rischiano di ripetersi nel 2007?

I Battles sono di fatto un super gruppo e ai tempi dell’esordio lavoravano addirittura a distanza. La line-up è composta dall’ex batterista degli Helmet John Stainer, l’ex chitarrista dei Don Caballero Ian Williams, l’ex chitarrista dei Lynx Dave Konopka e Tyondai Braxton figlio dell’ecclettico musicista jazz Anthony Braxton. I salmoni vivono nel mare, ma per riprodursi risalgono il letto dei fiumi. E vi stupite ancora, se oggi vi piace un gruppo che fa della matematica la propria filosofia musicale?

Una band che solo qualche anno fa avreste definito quantomeno asettica? I tempi cambiano e gli scenari musicali con essi, e così accade che il primo singolo estratto da Mirrored, Atlas, non solo riscuota un discreto successo, ma venga votato miglior singolo della settimana da NME (per quel che conta). Se paragoniamo gli uccelli ad aerei, i colibrì sono necessariamente un elicottero, se un colibrì avesse le dimensioni di un cigno, dovrebbe avere ali lunghe nove metri.

Alla fine di questa che è a metà fra una recensione e un report di Piero Angela, la conclusione è una sola. La natura prende le leggi della fisica, della matematica e del buon senso e le spazza via senza rimorsi. I Battles, contro ogni sostenitore della musica istintiva e impulsiva, realizzano dischi con metro, squadra e goniometro. Episodi per lo più strumentali (qualche campionamento della voce di Toyonday qua e là) cadenzati da tempistiche precise e matematicamente ossessive.

Math rock appunto, con qualche venatura Glitter/Glam. Fra una parentesi quadra e una graffa, sul pentagramma c’è anche spazio per la fantasia. Race Out è il pezzo vagamente stoner che davvero non t’aspetti, Bad Trails addirittura mixa stoner, venature doom e ambienti post rock, in Prismis arrivano ad ammansuetare sonorità latine. Per non parlare poi dell’intro esplosivo di Atlas, il suo svolgimento è storia.

Tutto sommato un gradino sotto Ep B/C Ep. Non mi piace inziare le recensoni con un “ve l’avevo detto”, così lo faccio in coda. Cosa vi avevo detto a proposito dei Battles un’annetto fa?


Grizzly Bear, Yellow House

Pubblicato da: Fran il 22 novembre 2006 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

C’ era una volta Edward Droste. Edward da Chicago, all’ inizio della nostra storia, tutto pensava tranne, un giorno, di incidere un disco per la Warp. Ma le favole si sa hanno percorsi ingarbugliati e finali incredibili.

Ribattezzatosi ben presto con lo pseudonimo di “Grizzly Bear“, Edward registra una manciata di pezzi su cassetta a beneficio del proprio ristretto pubblico d’ amici. Il disco piace e il ragazzo viene messo sotto (contratto) dalla Kanine, è Honor Of Plenty, sostanzialmente di Indie Rock si tratta ma non impressiona.

Edward cade nel dimenticatoio, associato frettolosamente, a una nascente/morente pseudo scena dall’estetica prettamente gay. Nel 2006 (si parla dei giorni nostri) i Grizzly Bear tornano con Yellow House, Edward non è più solo ma accompagnato da un gruppo di talentuosi musicisti, in grado di dar corpo alle su intuizioni Pop a dir poco trascendentali.

Yellow House è lo specchio del suo creatore, una contraddizione vivente, un concentrato di brillanti deduzioni da secchione dell’Indie Pop, che però non trovano mai la soddisfazione della perfetta centratura. Il disco sembra apparentemente seguire le orme degli High Llamas (grandissimo gruppo), riproponendo la formula catchy-pop dei suddetti ma con una variante personale, melodie segmentate e ansiosamente a singhiozzo.

La classe comunque, va precisato, è quella dei già citati High Llamas. Yellow House è fatto di particolari, i segmenti melodici sono microcosmi allucinanti e allucinati, ma pur parlando di pop matrice Beach Boys non abbiamo mai la soddisfazione del pezzo orecchiabile memorabile. Un po’ come se Wilson & Co. tentassero di suonare jazz attorno al fuoco (ce li vedete?). Avete presente gli Animal Collective sinfonici senza corrente? Ce li avete davanti.


Boards Of Canada, Trans Canada Highway [EP]

Pubblicato da: Fran il 10 luglio 2006 | Categoria: Indietronica | 0 Commenti »

A poco più di un anno di distanza da The Campfire Headphase esce un nuovo lavoro, questa volta un ep, firmato dagli scozzesi più elettrici in circolazione: i Boards Of Canada.

Il duo nasce con l’intento di rielaborare in chiave cinematic ciò che di televisivamente chic la cultura dei passiti anni ’70 seppe elaborare. Altrettanto devoti all’ elettro-new-wave i due, sfogarono ben presto le loro deviazioni sonore nel progetto Boards Of Canada. The Campfire Headphase li aveva visti adottare un mood più introspettivo, se possibile, rispetto a una discografia precedente quantomeno sbarazzina, Trans Canada Highway continua prevalentemente sulla stessa “autostrada” stilistica.

Ancora un disco “strumentale” quindi, nel senso letterario del termine, visto che in certi tratti appare perfino sinfonico. Non completamente una novità, visto che i nostri avevano imbracciato le chitarre già nel pluricitato disco precedente, suonando qualche accordo in studio, fatto inedito per un gruppo che semmai le chitarre era solito campionarle.

Un po’ tutta l’esperienza Boards Of Canada è raccolta in questo simpatico dischetto, paesaggi erbosi sintetici e sfrizzolanti di elettricità, beat sostenuti e ipnotici, synth eterei e filosofeggianti, passaggi strumentali e introspettivi. Caldamente consigliato, per chi li ha sempre seguiti, per chi è poco avvezzo all’ elettronica “ma però prima o poi…” , per chi è rimasto orfano in questo 2006 dei Radio Dept. Per tutti voi qui c’è una corposa ghiottoneria.

P/s Inizialmente il disco doveva a essere pubblicato il 06/06/06, richiamando così una cabala numerica già utilizzata in Geogaddi. L’intero ep è un concept realizzato durante un viaggio di mezz’ora, nel canadese, da St. John’s a Victoria. Ultima curiosità per l’ep è stato realizzato il primo video della band Scozzese.