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The Dark Side of the Moon interpretata dai Flaming Lips

Pubblicato da: Fran il 5 marzo 2010 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Sulla luna c’era arrivato Astolfo prim’ancora dei Pink Floyd e anche molto prima dei Flaming Lips! Cercava il senno di Orlando, impazzito per amore. Non si aspettava certo di trovare un elenco vertiginoso di cose perdute dagli uomini della terra.
Di fronte alla necessità di mettere per iscritto quest’intuizione geniale, l’Ariosto si arrende a uno dei topoi più ricorrenti nella letteratura (dal catalogo della navi di Omero in avanti): l’incipit della lista e un eccetera a far immaginare al lettore la vastità del tutto.

L’impressione è che solo i Flaming Lips abbiano la “statura” per rifare un disco del genere, è il paradosso del brocco! Se Molinaro sbaglia un colpo di tacco verrà fischiato per il semplice fatto di averci provato. Se Totti sbaglia un colpo di tacco, non sarà certo ricordato per quest’errore.
E’ evidente chi dei due sarà più a suo agio con i colpi di tacco; vuoi per bagaglio tecnico differente, vuoi per la considerazione che si sono guadagnati sul campo.

Totti non sarà Maradona, come i Flaming Lips non sono i Pink Floyd, ma a me un tacco di Totti non fa schifo, anzi!

Gustosissimo divertissement dei Flaming Lips, a loro agio in queste vesti scomode, come Totti con un colpo di tacco.


The Flaming Lips, U.F.O’s At The Zoo – The Legendary Concert In Oaklahoma

Pubblicato da: Fran il 15 ottobre 2007 | Categoria: Indie Rock | 6 Commenti »

I Flaming Lips si sono formati più di 20 anni aà a Oklahoma City (U.S.A.), attualmente sono un terzetto, ma la line-up, attorno al carismatico Wayne Coyne, è cambiata spesso nel corso degli anni. Il loro suono, allo stesso modo, ha conosciuto diverse fioriture.

Gli ultimi tre dischi in particolare (The Soft Bulletin, Yoshimi Battles The Pink Robots e At The War With The Mystics), hanno segnato una svolta verso territori pop decisamente psichedelici conditi di elettronica. Tuttavia sul palco il loro imprinting di indie rockers, noisers e bizzarri sperimentatori, si fa ancora sentire.

U.F.O’s At The Zoo – The Legendary Concert In Oaklahoma è stato registrato il 15 di settembre 2006 nella loro città d’origine: dire che sono stati profeti in patria, sarebbe poco. Il gruppo, che da sempre raccoglie consensi fra critica e pubblico e per le proprietà tecniche e per le doti carismatiche sul palco, da qui il meglio di sé. Il disco è in formato DVD, con foto e filmati, ma dopo essersi registrati è possibile avere tutto in mp3.

Il trittico d’apertura è dedicato ai singoli di maggior successo degli ultimi tre album: Rice For The Prize, Radical Free e Yoshimi Battles The Pink Robots part 1. Lo zenith della prima parte del concerto è l’interattiva The Yeah Yeah Yeah Song, introdotta da un lungo preambolo, poi spiegata strofa per strofa, e poi eseguita.

Il discorso di Coyne, a introdurre The Yeah Yeah Yeah Song, suona davvero beffardo alla luce del fatto che Al Gore avrebbe potuto essere il presidente degli States, e oggi è Premio Nobel per la Pace. Quello che è in carica ora per la seconda volta di fila è il presidente più guerrafondaio che gli U.S.A. abbiano mai avuto. E dico questo non a caso il giorno del Blog Action Day in favore dell’ambiente, visto che Gore si è spesso battuto proprio per il surriscaldamento globale.

Coyne introduce il pezzo come qualcosa like a protest song, dice che “you can use a song to combat something like a bomb”, e che una canzone può fermare una guerra o change the president mind, ma voi dovete farvi sentire: you gotta fuck and scream. My Cosmic Autumn è una nuova bordata di energia, scuola Sonic Youth e Yo La Tengo, con la consueta predilezione psiche-pop a ventate Beach Boysiane, cui Wayne & Co. ci hanno abituato. Le cavalcate di Vein Of Stars imbrogliano la mente e intorpidiscono i sensi, She Don’t Use Jelly, ha gli stessi connotati power-pop, ma muta presto in uno dei momenti più toccanti del concerto.

La romantica ballata mette daccordo tutti che cantano all’unisono. Segue Do You Realize, uno dei pezzi più belli che il gruppo abbia mai composto, a mio avviso. Gli intervalli fra una canzone e l’altra spesso si risolvono in sermoni acclamati alla stregua di un predicatore, amore ricambiato dai Flaming: “We love you guys”. Pochi gruppi Indie possono vantare questo tipo di rapporto con il proprio pubblico, quanto mai fidelizzato e presente. Non vorrei esagerare con i sensazionalismi, e vi chiedo di ascoltarlo o di darmi il vostro giudizio, ma credo che in ambito indie si tratti di un concerto paragonabile al Concert In Central Park di Simon & Garfunkel o all’esibizione di Hendrix sul palco di Woodstock, o ad altri eventi live epocali. Straconsigliato.