Pubblicato da: Fran il 18 novembre 2010 | Categoria: Music Business | 3 Commenti »

Hometaping is killing Music
Mp3 Industry is Killing Hometaping
Vynil is Killing Mp3 Industry
Streaming is Killing Mp3 Industry
Proprio la settimana scorsa pensavo che manca un e-store in cui sia possibile acquistare mp3 drm-free, scegliendo fra tutto il catalogo delle indie label italiane. Magari con qualche bouns mp3, magari dei live e un po’ di oggettistica, che non guasta mai. Ok Bandcamp, ma non è assolutamente la stessa cosa.
Anzi, confesso di essermi anche informato sulla fattibilità di questa cosa. Poi chiacchierando e ripensandoci ho ricordato che il mondo sta andando verso il mobile, verso la cloud music, verso le app. e verso lo streaming. A conferma di questo è arrivata una ricerca made in USA (ok, loro sono più avanti, ma prima o poi…).
La ricerca è stata condotta dalla società di analisi di mercato NPD Group, in accordo con con Evolver.fm.
A quanto risulta da questa indiagine negli ultimi mesi l’ascolto in streaming ha raggiunto volumi pari alla fruizione di tutta la musica scaricata da iTunes, eMusic, Amazon e -udite udite- dal peer-to-peer (o più in generale dal file sharing).
In realtà non si parla di un avvicendamento in termini assoluti, ma di un sorpasso relativo alla crescita.
Ovvero il downloads di brani musicali è passato dal 29% in marzo al 30% nel mese di agosto, mentre lo streaming nello stesso periodo di riferimento da marzo ad agosto, è passato dal 25% al 29%. Lo streaming dunque è arrivato a pareggiare, o quasi, i volumi legati al downloading e lo ha addirittura superato per quanto riguarda i tassi di crescita.
La conclusione più evidente è che lo streaming sta crescendo più rapidamente del downloading negli Stati Uniti, se la tendenza continua diventerà la cloud music il mezzo dominante per la fruizione di musica in questo paese, nel giro di pochi mesi.
Per quanto riguarda l’Italia, questa indicazione di massima, se affiancata al fatturato incassato dal mercato musicale dal downloading legale nel 2009, esprime una grande potenzialità e molto spazio per nuove idee.
Pubblicato da: Fran il 1 marzo 2010 | Categoria: Music Business | 2 Commenti »

Il 25 di Febbraio alla conferenza Digital Music Forum East di New York, Russ Crupnick un senior analyst del NPD Group, ha dichiarato che i servizi online in streaming, quelli che propongono musica a richiesta (on-demand), causerebbero una perdita del 13% sul fatturato proveniente dall’acquisto di musica digitale.
Crupnick avrebbe detto: “Più ascolti online a richiesta, significano meno acquisti”. In questo senso secondo Crupnick, Pandora, il servizio di Web radio più famoso al mondo, non costituirebbe un pericolo, poiché propone musica casuale in base ai gusti senza soddisfare richieste specifiche.
Al contrario, servizi come Spotify stanno cannibalizzando il mercato degli mp3 a pagamento.
Andando ai numeri, servizi con un modello simile a Pandora hanno un effetto promozionale sull’industria, aumentando il fatturato proveniente dall’acquisto di musica digitale del 41%, almeno secondo i dati del NPD Group (il gruppo per cui lavora Crupnick). Al contrario persone che utilizzano servizi di streaming come Spotify acquistano il 13% di musica digitale in meno.
Non vorrei esagerare coi numeri, ma mi pare interessante aggiungere anche che chi compra musica digitale oggi ne compra di più di quanta non ne comprasse in passato (chi nel 2006 spendeva 33$ al mese oggi ne spende 50$). Al contrario, il segmento delle persone che acquistano si è accorciato, erano 116 milioni nel 2007 siamo 93 milioni oggi.
Questi numeri sono confermati, in parte, anche dal Digital Music Report 2010, l’annuale indagine sulla salute dell’industria musicale promossa dall’IFPI e pubblicata il 25 Gennaio. L’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) è un’organizzazione che rappresenta l’industria discografica nel mondo, con oltre 1400 membri, con la missione di promuovere la musica registrata.
La risposta di Spotify non si è fatta troppo aspettare. I portavoce di Spotify sostengono che ci sono altri dati (le classifiche di vendita di Billboard comparate con le tracce più richieste su Spotify) che dimostrerebbero l’esatto contrario.
Personalmente, non vedo dove stia il problema, visto che si tratta di due modelli differenti che producono comunque entrambi business. L’acquisto della traccia è un modello legato al possesso del supporto che probabilmente è più semplice da concepire per i protagonisti di un’industria che fino all’altro ieri di questo viveva. Mentre questi dati così recenti dimostrano uno spostamento di preferenze da parte dell’audience verso la musica in streaming a prescindere dal supporto, la via sembra essere quella della cloud-based music, oggi più che mai.
E tu: preferiresti ascoltare in streaming qualsiasi traccia ovunque ti trovi con un abbonamento mensile (magari con funzioni social, come classifiche, rating, commenti, suggerimenti sui tuoi gusti … etc.), o gestirti da solo i file dopo averli scaricati?