Enthusiastic about digital music, sound surfer, loves vinyl.

Mp3 calano le vendite, servizi on-demand sul banco degli imputati

Pubblicato da: Fran il 1 marzo 2010 | Categoria: Music Business | Tags: , | 2 Commenti »

Il 25 di Febbraio alla conferenza Digital Music Forum East di New York, Russ Crupnick un senior analyst del NPD Group, ha dichiarato che i servizi online in streaming, quelli che propongono musica a richiesta (on-demand), causerebbero una perdita del 13% sul fatturato proveniente dall’acquisto di musica digitale.

Crupnick avrebbe detto: “Più ascolti online a richiesta, significano meno acquisti”. In questo senso secondo Crupnick, Pandora il servizio di Web radio più famoso al mondo, non costituirebbe un pericolo, poichè propone musica casuale in base ai gusti senza soddisfare richieste specifiche.
Al contrario servizi come Spotify stanno cannibalizzando il mercato degli mp3 a pagamento.

Andando ai numeri, servizi con un modello simile a Pandora hanno un effetto promozionale sull’industria, aumentando il fatturato proveniente dall’acquisto di musica digitale del 41%, almeno secondo i dati del NPD Group (il gruppo per cui lavora Crupnick). Al contrario persone che utilizzano servizi di streaming come Spotify acquistano il 13% di musica digitale in meno.

Non vorrei esagerare coi numeri, ma mi pare interessante aggiungere anche che chi compra musica digitale oggi ne compra di più di quanta non ne comprasse in passato (chi nel 2006 spendeva 33$ al mese oggi ne spende 50$). Al contrario il segmento delle persone che acquistano si è accorciato, erano 116 milioni nel 2007 siamo 93 milioni oggi.

Questi numeri sono confermati, in parte, anche dal Digital Music Report 2010, l’annuale indagine sulla salute dell’industria musicale promossa dall’IFPI e pubblicata il 25 Gennaio. L’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) è un’organizzazione che rappresenta l’industria discografica nel mondo, con oltre 1400 membri, con la missione di promuovere la musica registrata.

La risposta di Spotify, non si è fatta troppo aspettare. I portavoce di Spotify sostengono che ci sono altri dati (le classifiche di vendita di Billboard comparate con le tracce più richieste su Spotify) che dimostrerebbero l’esatto contrario.

Personalmente non vedo dove stia il problema, visto che si tratta di due modelli differenti che producono comunque entrambi business. L’acquisto della traccia è un modello legato al possesso del supporto che probabilmente è più semplice da concepire per i protagonisti di un’industria che fino all’altro ieri di questo viveva. Mentre questi dati così recenti dimostrano uno spostamento di preferenze da parte dell’audience verso la musica in streaming a prescindere dal supporto, la via sembra essere quella della cloud-based music, oggi più che mai.

E tu: preferiresti ascoltare in streaming qualsiasi traccia ovunque ti trovi con un abbonamento mensile (magari con funzioni social, come classifiche, rating, commenti, suggerimenti sui tuoi gusti … etc), o gestirti da solo i file dopo averli scaricati?