Pubblicato da: Fran il 14 febbraio 2008 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »
La rinascita dei British Sea Power parte dal Canada (e dagli Arcade Fire), tocca la natia Brighton e arriva fino all’Est Europa. Alla fine del viaggio abbiamo un disco tanto riuscito quanto l’acclamato The Decline of British Sea Power.
Il sopra citato esordio, divenne un vero caso indie nel 2001, grazie soprattutto agli irresistibili riff dei singoli Fear of Drowning, Remeber Me e The Lonely (quest’ultimo non pubblicato come singolo). Il successivo Open Season, risultò un flebile tentativo di bis dai fiacchi ritornelli.
Con Do You Like Rock Music? la musica cambia, le melodie catchy pop vengono abbandonate in favore di nuove strade. La coinvolgente Light Out For Darker Skyes, così radio friendly, rimane l’unica eccezione a confermare questa tendenza.
Come molti di voi sapranno, sono fra quanti pensano che presto (ahimè) i dischi non saranno più prodotti e il lavoro in studio avrà un’importanza molto inferiore a quella che aveva in passato.
In pratica i dischi potrebbero diventare solo un’anteprima dell’attività live o uno spot per la vendita di merchandising.
I British Sea Power di tutto questo non vogliono ancora sentir parlare. Dalle note di copertina leggiamo: “This album was the last to be recorded at the dimly lit but well illuminated Hotel2Tango in Montreal…“. Ed è inutile che vi dica quanto tutto questo abbia un forte ascendente su un nostalgio romantico come me.
Do You Like Rock Music? ha un suono molto più strutturato e corposo di qualsiasi altra cosa registrata dal gruppo in precedenza. Dietro al mixer c’è la produzione di Howard Bilerman (Arcade Fire), Graham Sutton (Jarvis Cocker) e Efrim Menuck (Godspeed You Black Emperor!). Anche per questo tutto il disco eredita un sound piuttosto arthy rock vicino alle cavalcate degli Arcade Fire (No Lucifer, A Trip Out e Atom, soprattutto) e al sound della Creation di inizio anni ’90.
Inconcepibile pensare ad un disco inglese senza qualche sana ballata, e così è impossibile non pensare a Fan Healy e ai Travis ascoltando No Need To Cry o all’irrequita romanticità dei Clientele in altri momenti più delicati del disco.
Il miglior gruppo inglese della loro generazione.
Pubblicato da: Fran il 12 settembre 2007 | Categoria: Indie Pop | 2 Commenti »
Fuzzy Logic e Hey Venus!, sono rispettivamente il primo e l’ultimo atto di una band che, trasversalmente, ha toccato tutti i generi musicali spiaggiati nel Regno Unito. Ho comprato entrambi i dischi, per pura casualità, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro.
Il primo, targato Creation Record, rigorosamente in vinile, l’ho trovato in condizioni eccellenti al mercatino del venerdì a Rimini. Il secondo, licenziato dalla Rough Trade, molto meno romanticamente, l’ho acquistato dal buon vecchio Dragan, su supporto compact disc. I due dischi hanno davvero diversi piani di differenza, non tutti a vantaggio del più datato, ma quasi (i primi sono spesso i migliori). Le differenze fra i due sono metaforicamente racchiuse nello status che le rispettive label rappresentano o hanno rappresentato.
La Creation Records, fondata dal mitico Alan McGee nel 1993, aveva (è ufficialmente chiusa dal 1999) un sound particolarmente variegato. All’indomani dell’esperienza Jesus And Mary Chain, Gillespie e i Primal Scream sbalordirono il mondo con un suono trasversale fra molti stili (Alternative rock, Indie pop, House Techno, Acid House, Hard Rock…). Quell’imprinting così fantasioso per anni contraddistinse i gruppi della Creation, Super Furry Animals su tutti.
Dal 2006 la band è sotto contratto con la Rough Trade Records. Non è un mistero la predilezione della label di Geoff Travis per certi dischi pop-acusitici. Love Kraft del 2006 delude, scontatamente acustico e melodico, ma Hey Venus! vira decisamente ai SFA di fine millennio. Non l’ho mai nascosto, e lo ribadisco ora, reputo questa band di Cardiff (Galles) l’unica vera risposta British ai Flaming Lips. Hey Venus! raggiunge momenti davvero alti, spaziando, come ai vecchi tempi, fra tante possibilità stilistiche.
Sbiascicamenti sarcastici alla Dan Tracey dei Television Personalities (Run-Away e Suckers!), falsetti funky-glam alla Bobby Conn (Into The Night), ottimismi californiani degni dei Beach Boys (Show Your Hand) ed elettroniche collage-freak Flaming Lips-oriented (Neo Consumer).
Ancora lontana la data del pensionamento.
Pubblicato da: Fran il 5 luglio 2007 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »
Il 23 Ottobre uscirà un nuovo album dei Fiery Furnaces, il titolo è provvisorio: Widow City; quello che è sicuro invece è che uscirà sotto la Thrill Jockey. La rottura con la Rough Trade è sempre più definitiva. Ecco un buon motivo per tener duro almeno fino a Ottobre, nonostante il caldo e tutto il resto. La notizia mi porta a rispolverare questa recensione del 2004: Blueberry Boat, probabilmente il loro miglior disco.
Appena debuttanti, nel vicino 2002, i giovani fratelli Friedberger (all’anagrafe Elanor e Matthew) si riaffacciano nel 2004 sul mercato con quello che sarà il disco della loro definitiva affermazione: Blueberry Boat edito da Rough Trade. Il duo venne inizialmente accolto con diffidenza da chi di duetti Garage, familiari (The White Stripes) e non (The Kills…etc. etc.) ne aveva abbastanza. I Fiery Furnaces, invece, fermamente intenzionati a strabiliare, bissarono l’esordio con questo disco quanto meno eclettico, smentendo tutti.
La critica è divisa fra capolavoro e “disco discreto”, mi schiero nettamente fra i primi. Il disco farà poi capolino sul mio podio personale, quello dei top indie album di quell’anno. Realizzato come un concept album, Bluberry Boat và consumato di filato, ma si sconsigliano le piccole dosi. Concatenate l’una all’altra, le 13 tracce si susseguono senza pause, in un crescendo narrativo che supera i 70 minuti di musica. Vera e propria opera rock, Blueberry Boat ha i sapori e i suoni di certe operette glam alla Ziggy Stardust; un Rocky Horror Picture Show a tinte più tenui, sapientemente miscelato con la magia del Mago di Oz.
Tuttavia, marchiare questo disco con l’etichetta “glam” sarebbe riduttivo, alle “Fornaci Roventi” piace cimentarsi con generi diversi e la qualità non scende mai sotto livelli più che buoni. Il disco si apre con la lunga e languida Quary Cur, dove la voce di Elanor molto vicina a quella di Kazu Makino (Blonde Redhead) è accompagnata da un elettronica alla Air in versione acida. Più euforica è invece Staright Street, una coinvolgente marcetta dal ritornello pseudo rockabilly. Vagamente sixty, nella lineare Chris Micheal, abbiamo l’impressione di ascoltare un Grease a due voci in chiave White Stripes, ipnoticamente rallentato e poi velocizzato. Un disco davvero notevole, dove i nostri non si fanno mancare pezzi progressive o episodi più dolci come 1917.
Una menzione particolare ai veloci e aggressivi riff di chitarra, che sanno tanto di Who, gruppo feticcio di Matthew, per il quale ha sempre avuto una dichiarata predilezione. Da ascoltare, anzi da avere, ma attenzione: la buca del Bianconiglio è più profonda di quanto non si possa pensare.
Pubblicato da: Fran il 17 aprile 2007 | Categoria: Indie Rock | 6 Commenti »
Aggettivi superlativi si sprecarono all’uscita del secondo disco targato British Sea Power. La tesi: una maggior coesione rispetto all’esordio The Decline of British Sea Power, renderebbe Open Season migliore del suo predecessore.
Come potrei essere meno d’accordo? Ok, probabilmente è vero, Open Season presenta una scaletta di canzoni maggiormente uniforme, ma uniformate a un livello qualitativo medio-basso. Se invece è vero che il debutto dei British aveva pezzi meno coesi, questo lo è solo nel senso che almeno 4 o 5 canzoni s’innalzavano paurosamente rispetto alle altre.
Proprio la presenza di queste piccole perle aveva reso speciale il disco. Esplosi quasi dal nulla nel tardo 2000, i British Sea Power erano stati fra i primi (forse in contemporanea con gli Interpol) a puntare nuovamente i riflettori sugli ’80, e a riscuotere un discreto successo anche di vendite. I British Sea Power vanno a ripescare i suoni dei Fall, degli Smiths, degli Eco And The Bunnyman e dei Joy Division.
Immediatamente messi sotto contratto dalla Rough Trade, s’imposero come ennesimi salvatori della patria, solo che, questa volta, i candidati erano realmente credibili. Nonostante questo disco rappresenti un mezzo passo falso, a mio dire il ruolo di unica (o quasi) promessa “pop” inglese ce l’hanno ancora. Quindi prendo Open Season come il difficile seguito di un ottimo esordio e li “rimando a Settembre”.
Una track list estremamente catchy pop, a volte banalotta e spesso priva delle grinta che sembrava fosse impressa nel loro DNA, troviamo delle piacevoli eccezzioni. S’impongono alla nostra attenzione Be Gone e Please Stand Up, entrambe di Smithsiana natura (anche se un po’ tutto il disco guarda in quella direzione). Inoltre, da segnalare, la romantica North Haging Rock, con il suo inizio sussurrato (inusuale per un cantante che sembra preferire un approccio simile a quello di Mark E. Smith) e con uno suo sviluppo reso denso e carico da un discreto feedback.
Prima o poi il gruppo si scioglierà nell’acido del mainstream, questo è probabile anche se per niente auspicabile, ma credo che non sia ancora il loro turno. Mi aspetto ancora qualcosa di buono da loro.
Pubblicato da: Fran il 26 maggio 2006 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »
Who Will Cut Our Hair When We’re Gone degli Unicorns è senz’ombra di dubbio il miglio disco Canadese degli ultimi 5 anni. Andrei anche a disturbare il decennio se non cozzassi direttamente contro Mt. Zion e Godspeed Your Black Emperor! Ma tant’è, spero si accontentino del primato quinquennale. Dicevo, gli Unicorns (grandissimo gruppo) sono sicuramente una delle risposte più credibili ai Pavement, mai formulate.
Poi la dichiarazione del nostrano Ramazzotti (direttamente da un intercettazione telefonica):”Adoro gli Unicorns, se si sciolgono lascio la musica”. Capirete perciò che la clamorosa notizia del 2005, lo scioglimento degli Unicorns, fu più che altro un atto d’amore verso la musica tutta. Ma ora, all’albeggiare del terzo giorno, per chi ancora non si è arreso, per chi ha sperato e atteso, ecco la resurrezione: The Islands. Nome pessimo, copertina pessima, titolo pessimo, ma come sound ci siamo ancora.
Sghembità frullate fra indie rock ed elettronica, episodi sicuramente figli di preesistenti registrazioni Unicornsiane e perciò sacrosanti. Tra Pavement, Pixies, Fuck, Neutral Milk Hotel e tanta tanta neo-psichedelia questi sono i The Island. Per ora uno dei dischi migliori del 2006, Poplitical Incorrect come solo uno sgambetto o uno sputo in un occhio gratuiti sanno essere. Da avere. P/s Interessante pure il documento fotografico che mostra nell’ ordine left-to-right: Sarah Neufeld (violin, Arcade Fire), Nick Diamonds (Islands), Mark Lawson (audio engineer), Richard Parry (upright bass, Arcade Fire), Jamie Thompson (Islands), Becky Foon (cello, A Silver Mt. Zion and Esmerine).