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My Morning Jacket, Circuital

Pubblicato da: Fran il 20 maggio 2011 | Categoria: Indie Rock | 1 Commento »

I My Morning Jacket da Louisville (in Kentucky) da tempo non sono più un gruppo di nicchia, i loro ultimi dischi nelle classifiche USA e UK hanno conosciuto un’ascesa vertiginosa che probabilmente porterà quest’ultimo Circuital in top10, per quel che conta. Una fama culminata, con un sottile rapporto causa/effetto, nell’apparizione nel film di Crowe Elisabethtown, dove i My Morning Jacket hanno interpretato una cover band dei Lynyrd Skynyrd, soggetto quanto mai calzante.

Circuital, che uscirà in europa per la Rough Trade il 31 maggio, segue a tre anni di distanza il “disco delusione” del 2008 Evil Urges. Credo di non essere l’unico ad aver poco apprezzato quel disco, visto che lo stesso Jim James (chitarrista, cantante, songwriter e produttore part-time) di recente ha dichiarato che “Nel realizzare il disco precedente ci siamo accorti di non ritrovarci molto nelle sonorità realizzate.” Da quest’esigenza è scaturita la scelta di abbandonare New York (never easy) e i suoi costosi studi, per ritornare in Kentucky, alle radici, e registrare il nuovo disco all’interno di una chiesa, con presa diretta. “Volevamo venisse catturato il sound di quando suoniamo insieme, semplicemente” dice Jim nelle note di rilascio del disco.

Il risultato è un disco dal sound sporco, vivo e più vicino a Z (il migliore della loro discografia per quanto mi riguarda) e alle produzioni di inizio carriera, con buona pace della band che invece sostiene come “non possa essere accostato così tanto alle cose meno recenti, visto che cerchiamo sempre nuove direzioni.”
Se rottura doveva essere è proprio l’iniziale Vicory Dance a suonare la carica. Qualche pezzo irresistibile come First Light, trascinanta dalla coinvolgente voce di Jim James e dalle chitarre catchy, alcuni pezzi college-rock che ricordano da vicino, come già detto, l’amatissimo Z (è il caso della title track Circuital e di Outta My System), passaggi corali quasi gospel come in Holdin On To Black Metal e le immancabili ballad (You Wanna Freak Out), fanno di Circuital il disco del riscatto.

Nota geek. Todd Haynes dirigerà il live webcast del concerto di presentazione di Circuital, trasmesso in streaming il 31 maggio. L’evento si terrà al Palace Theater di Louisville e sarà disponibile via Vevo e YouTube.

My Morning Jacket - Circuital

The Decemberists, The King is Dead

Pubblicato da: Fran il 17 gennaio 2011 | Categoria: Folk | 0 Commenti »

La splendida voce di Colin Meloy (ricordi Colin Meloy sings, live?) e un songwriting tipicamente british-folk anni 60, sono i tratti che meglio di qualsiasi altra cosa caratterizzano i Decemberists. Questo non a caso, visto che Colin ha un convinto background tipicamente folk, giustificato dalla militanza in diverse formazioni alternative country, prima di tornare alla Portland natale e fondare il suo gruppo più famoso.
The King is Dead è il sesto album dei Decemberists (più una discreta serie di EP) ed esce ufficialmente oggi per la Rough Trade. E’ un buon disco, soprattutto migliore dei due precedenti; ma va detto sin da subito, appartiene alla metà che stà dall’altra parte dello zenith artistico del gruppo, i dischi più eccitanti sono senza dubbio i primi tre.
Dal sorprendente esordio del 2002 (Castaways and Cutouts) sino al meraviglioso Picaresque del 2005, i Decemberists hanno attraversato una fase creativa notevole che li ha portati a sfornare pezzi indie pop di incredibile delicatezza, brani folk tremendamente intimistici quasi “pastorali” e pezzi più spinti graffiati da riff in pieno Rough Trade style.

Nel 2006, con The Crane Wife, arriva la firma con la major Capital Records che coincide fatalmente con l’inizio di una fase meno brillante per quanto mi riguarda, dove i Nostri si concedono qualche istrionismo di troppo, ammiccamenti al prog. (o perlomeno, una sorta di) e pomposità che trovano compiacimento nel formato concept che diventa un vezzo della band.

A loro va il merito di essere costantemente mutevoli, alla ricerca di un passo avanti o semplicemente un passo in una qualsiasi direzione, purché non sia un accontentarsi.
Di sicuro The King Is Dead risente della presenza di Peter Buck (non solo a livello mediatico), in diversi pezzi rivive quella velocità di certo college rock degli anni 80 statunitensi, esempio ne sono Down By The River e Calamity Song.
Il cangiamento che il gruppo sembra essersi autoimposto è parimenti evidente in pezzi come Rox In The Box o All Arise! dove il country più classico è il mood predominante e gli archi le rendono praticamente “saloon ballad”.

Per cui non ho nessun problema con questo disco dei Decemberists, che anzi giudico in modo decisamente positivo, il punto è che io li vorrei immobili ai tempi di Picaresque. Chiedo troppo?

The Decemberists - Down By The Water

British Sea Power, Zeus EP

Pubblicato da: Fran il 12 ottobre 2010 | Categoria: Indie Rock | 2 Commenti »

Non ho mai nascosto il mio debole per i British Sea Power, unici innovatori d’oltremanica (o quasi), fra i pop-esordienti degli ultimi anni.
Un nuovo disco dei British Sea Power, il quinto, uscirà nella primavera del 2011, addirittura a gennaio secondo alcuni. Questa è la prima buona notizia, la seconda è che in questa “prova generale”, per usare una metafora teatrale, vengono indossati in scena tutti i cangianti abiti-sonori cambiati dalla band nei primi 10 anni di attività. Zeus sembra davvero preannunciare qualcosa di buono.

7 tracce inedite (8 per chi comprerà il CD) di cui solo Cleaning Out The Rooms apparirà anche nel prossimo album in studio della band di Brighton. Appena il tempo di misurare le reazioni del pubblico all’uscita di Zeus (4 ottobre, per la solita Rough Trade) e i nostri sono già in tour di spalla ai Manic Street Preachers. I BSP invece avranno un tour tutto loro solo dopo l’uscita del nuovo disco, ancora senza titolo.

Zeus si apre con una batteria che evoca i fasti di Fear Of Drawing e Remeber Me, per un po’ il paragone regge, sorretto dalla voce soffocata di Neil Hamilton e da un ritornello corale raddrizzato da chitarre e feedback. Cleaning Out The Rooms ha un inizio soffuso, per poi montare in una cavalcata “alla Arcade Fire”.
Bear è il dreamy pop che non ti aspetti dai British Sea Power, ma piuttisto ricorda i loop onirici di elettronica e psichedelia che fanno grande ogni esibizione dei Mercury Rev. Probabilmente stiamo parlando del pezzo migliore del disco.
Il vero revival della new wave spigolosa, con cui si fecero notare ai tempi dell’esordio The Decline of British Sea Power, arriva con Can We Do It? e kW-h.
Retreat, la bonus track per chi acquista la copia fisica, è una nebulosa introspezione che affiora fra voce e piano. Sembrerebbe un riflesso della forte esperienza vissuta dalla band con la documentary ost di Man Of Aran, ma in realtà è uno spaccato di vita vissuta da Hamilton in un isola al largo della Scozia, senza l’acqua corrente e senza luce.

British Sea Power - Bear

Mystery Jets, Serotonin

Pubblicato da: Fran il 16 luglio 2010 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Caro lettore, ti stai addentrando nel pieno dell’estate, questo significa che ti attendono domeniche pomeriggio di calma piatta, afa e tedio. Sai a cosa mi riferisco.
Mi duole sottolineare, forse infierendo un po’, come Serotonin dei Mystery Jets non ti varrà 1 solo minuto di consolazione.
Se ti sei trascinato fin qui, usando anche le mani per muoverti di qualche centimetro sull’asfalto sciolto, con la speranza che Serotonin colmasse il buco nero aperto dallo scioglimento dei Supergrass, spiacente: niente di paragonabile.

Un’unica esitazione passa sulla punta delle mie dita al momento della battitura, appiccicare proprio ai Mystery Jets delle opinioni che, a ben pensarci, varrebbero per decine di gruppi/dischi persi sulle stesse lunghezze d’onda. E poco importa se i Mystery Jets erano pure nati all’insegna del motto “il conformismo è il nuovo anti-conformismo”, giocandosi così, da subito, la mossa markettara della disperazione: coinvolgere il matusa. Sì perchè il frontman Blaine Harrison ( prima batterista e ora alle tastiere), appena dodicenne, formò il gruppo con suo papà Henry al basso. E pensare che all’inizio aveva pure funzionato, ma 10 anni dopo, svariati cambiamenti nella formazione, qualche singolo azzeccato e un dignitoso 42° posto nelle charts britanniche per il più che dignitoso Twenty One; boom, il babbo è fuori dal gruppo. Detta così potrebbe sembrare il titolo del nuovo romanzo di Enrico Brizzi, se solo gli adolescenti fossero quelli di 20′anni fa!

Superata la nota di colore, il 2010 vede l’ex-quintetto londinese passare dalla minor di culto 679 Recordings alla finto-minor-ormai-major Rough Trade. Serotonin segue a due anni di distanza il fortunato Twenty One ed è prodotto da Chris Thomas, quella mezza leggenda vivente che ha prodotto, fra le altre cose, anche Different Class dei Pulp (non vi potete sbagliare).

Serotonin è stato preceduto dal singolo decisamente brit-pop oriented Flash a Hungry Smile, rilascito gratuitamente dal sito della band e da Dreaming Of Another World trasmesso dalla BBC Radio già a maggio.
Delle influenze barrettiane degli esordi rimane It’s Too Late e poc’altro e, sebbene qualche passaggio rimanga comunque piacevole (The Girl Is Gone o la power-ballad Miracle), l’impressione generale è che il grado di ammiccamento agli anni ’80 raggiunga livelli poco dignitosi.

Sarà che le uscite estive non sono mai riuscite a prendermi davvero, ma a me questo pare prescindibile.

Mystery Jets - The Girl Is Gone

Rox, Memoirs

Pubblicato da: Fran il 14 giugno 2010 | Categoria: R&B | 0 Commenti »

E’ uscito da pochi giorni (11 di giugno 2010) Memoirs di Roxanne Tataei, in arte Rox. Si tratta di un esordio assoluto per la 21enne londinese, che già gli è valso la coccarda di “disco della settimana” al Rough Trade Shop. Certo non saremo noi italiani a far presente che Memoirs esce proprio per la Rough Trade Records, a noi il conflitto d’interessi ci passa proprio sopra, senza tangerci minimamente! (sigh!)

Rox, direttamente dalla periferia sud di Londra, ha origini iraniano-giamaicane e pare che sia cresciuta musicalmente, fra festini reggae e il coro gospel della chiesa sotto casa. Ne risulta un un sound jazzato con un background un po’ R&B, un po’ giamaicano, un po’ soul, un po’ motown, un po’ studio 54 e un po’ british pop-retrò. Un po’ tante (troppe?) cose forse, ma ben amalgamate, del resto la complessità è la nuova semplicità.

I paragoni più spesso scomodati sono quelli con Amy Winehouse, la diva soul che più di altri ha raccolto i frutti di questa scena, e Lauryn Hill, con cui Rox ha in comune il produttore Commissioner Gordon. Un’altra parte del lavoro al mix è stato svolto invece da Al Shux, già con Jay-Z.

Fra i pezzi migliori il ritmo contagioso di I Don’t Belive, No Going Back e My Baby Left Me già uno dei brani più gettonati dalle radio italiane. Il sound giamaicano di Rocksteady o le ballate Precious Moments, Oh My e Sad Eye.

Un disco easy e piacevole, che non spicca certo per idee e coraggio, ma c’è della classe ed è una cosa che in una 21enne lascia ben sperare. Non certo ai livelli di Erykah Badu, che rimane la figura di riferimento femminile per il 2010 a tutto R&B, ma la ragazza ha stile (pure una gran voce) e si farà, c’è da scommetterci.

Rox - Precious Moments