Ci sono quelli che comprano tutti i dischi di Brian Eno, probabilmente c’hanno ragione loro.
E mi piacerebbe finire il post così, lasciano sospesa nell’aria la mia sana invidia per quel rilegatore di Rimini che nel retro bottega c’aveva mille dischi, tutti di Brian Eno, e per questo guardava me, imberbe laureando curiosone, dall’alto in basso.
Con l’intera discografia di Brian Eno non sono così a mio agio, anche se ovviamente conosco i suoi classici, le grandi cose che ha fatto con i Roxy Music e gli ultimi due dischi usciti per (l’amata) Warp Records. Drums Between The Bells è uscito il 4 luglio per la Warp Records, appunto, e da seguito a Small Craft on a Milk Sea, la cui uscita nel 2010 è ricordata più che altro per la clamorosa firma di Eno con la Warp.
Passata la novità era giunto il momento per un progetto rischioso, ecco la genesi di Drums Between The Bells.
I testi di Drums Between The Bells sono cantati in una sorta di spoken-poetry (dicasi letti) da voci maschili e femminili in alternanza, per un totale di nove voci diverse di cui una è quella dell’autore delle liriche: Rick Holland. Delle altre voci, in maggioranza femminili, per quanto reperibile sul web non è dato sapere di chi siano, forse le troverete sul libretto, bisognerebbe chiedere al mio amico rilegatore (leggi sopra).
Drums Between The Bells è un disco ambient prevalentemente, colorito da piano, arpeggi e tanta elettronica, fra cui spiccano infine i 57 secondi di silenzio in Silence.
A proposito dell’autore delle liriche, il poeta scozzese Rick Holland e Brian Eno, si sono incrociati artisticamente già a fine anni 90 in progetti non solo musicali (installazioni etc), ma collaborano di persona solo dal 2003. Da quanto ho capito, la “poesia impressionista” di Holland spazia fra momenti di vita urbana e i pericolosi intrecci fra scienza, filosofia e biologia.
Il disco è disponibile su classico supporto cd e in un cofanetto speciale con due dischi, uno dei quali contiene la versione solo strumentale dei brani e un libro di quarantaquattro pagine con immagini inedite. Le copie in vinile contengono il codice per scaricare le tracce anche in versione mp3.
Con il terzo disco arriva pure la mia consacrazione: John Maus è il vero erede di Ariel Pink. Ciò ovviamente non significa (solo) fama e gloria, ma acclamazioni e lanci di verdura marcia in egual misura, già perché se la musica dello stravagante polistrumentista di Los Angeles (Ariel Pink) divide, We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves (Ribbon Music, 2011) non è da meno.
Tra le due linee di fuoco, fra complimenti e insulti, io sto decisamente dietro la barricata dei sostenitori di Ariel Pink e di John Maus: che geni!
In realtà, per tutto il resto, John Maus è molto diverso da quel cazzone di Ariel. Maus vivevive ad Austin, ben lontano dalle coste della California, frequenta il dottorato in Scienze Politiche e nel tempo libero suona.
La carriera di Maus è cominciata con le collaborazione al fianco di Ariel Pink (guarda caso), con cui ha suonato negli Hunted Graffiti, e Gary War, poi sono arrivati Songs (Upset The Rhythm 2006) e Love Is Real (Upset The Rhythm 2007), We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves si presenta come il check in di un artista che sta per prendere il volo.
La musica di questo eccentrico synthPOPper da cameretta è fatta di sintetizzatori, linee di basso tese, drum machine e riverberi vocali. In pratica convivono qui il sound scuro dei Joy Division, il mood etereo dei Roxy Music, l’approccio decostruttivo degli Xiu Xiu, la fugace intensità delle colonne sonore dei film anni 80, la spiritualità della musica medievale e barocca e tanta elettronica.
Un nome che dovrebbe essere nel taccuino di ogni talent scout.
Arrivo a parlare di questo nuovo disco dei Battles (Warp Records, 6 giugno) per ultimo me ne rendo conto, è che avevo qualche titubanza: accolsi Mirrored tiepidamente e oggi lo ricordo con astio, no per dire. Invece ho amato alla follia i primi EP della band, quel math-rock duro e puro completamente strumentale, su tutti EP C/B EP (Warp Records 2004). Nel 2007 mi aspettavo un full-length coerente con quanto avevo ascoltato negli EP e invece, acclamato a gran voce, arrivò Mirrored, che era pure cantato (orrore!). Tuttavia ai più la cosa non dispiacque e la band ebbe il suo quarto d’ora di celebrità.
Gloss Drop arriva 4 anni dopo Mirrored, ad un anno di distanza dalla defezione di Tyondai Braxton (cantante ed eclettico polistrumentista) ed è praticamente il disco che avrei voluto ascoltare in quello sciagurato 2007: una grande sorpresa. [Per capirci come se Desmond mi avesse detto allora: "Ascolta ti chiamerò a maggio 2011 per farti ascoltare il vero esordio dei Battles." Roba da isola, botola, viaggi nel tempo, 4 8 15 16 23 42, Ocean e orsi polari.]
Il sound di Gloss Drop torna ad essere quello proprio dei Battles, pregno di ideologie sonore quasi estreme (o comunque senza compromessi) ereditate dalle band di cui i membri del gruppo sono originari: il batterista John Stanier era negli Helmet e nei Tomahawk, il chitarrista/tastierista Ian Williams è ricordato per la militanza nei Don Caballero e negli Storm & Stress (niente poco di meno che), il chitarrista David Konopka ha suonato nei Lynx.
Un avant rock, dalle atmosfere sintetiche, scandito dall’incedere incalzante di chitarre tipicamente math, che fin dalle prime tracce Africastle (strumentale, comincia math e chiude power) e la sorprendente Ice cream (il primo singolo estratto), mette subito in chiaro che che tira tutt’altra aria rispetto al po(l)pettone del 2007. Gloss Drop preferenze personali a parte (le mie ve le ho dette, sarei curioso di conoscere le vostre), non può essere accostato a Mirrored, non fosse altro che per la defezione di Tyondai Braxton che in Mirrored c’aveva messo la voce. Il cambiamento è comunque mitigato, perché ai pezzi per lo più strumentali, vengono in supporto le featuring vocali di Matias Aguayo, Gary Numan, Kazu Makino e Yamataka Eye.
Fra i pezzi migliori la velocissima Wall Street, My Machines (featuring Gary Numan), Sweetie & Shang (featuring Kazu Makino dei Blonde Redhead) e Ice Cream (featuring Matias Aguayo).
Uno dei miei dischi preferiti degli ultimi mesi, pianificato l’acquisto in vinile.
Buongiorno e ben svegliati, siamo di nuovo a far colazione assieme. È mia opinione che, mentre imburrate la fetta di mortadella e vi preparate il pranzo infilando una fetta biscottata nel panino, potete coadiuvare il risveglio con il disco nuovo di Casa del Mirto. 1979 è un discone balearic chillout di dodici tracce. Per mezz’oretta di pura gioia e di soft head-banging ad occhi socchiusi. Si parte da History, registrata da sotto il mare e, mentre finite di stiracchiarvi, senza alcuna fretta arriva The Haste, ed è tutto un altro vivere. Pain in my hands è un altro paio di maniche. Bellissima e malinconica, ma con un certo scarto dal genere. Inutile continuare a sproloquiare traccia per traccia. L’unica cosa, non vi venga in mente di dire ci andrò un’altra volta se vi capitano a suonare vicino a casa. Al MIAMI sono rimasto basito perché dal vivo non mi aspettavo… non so. Non sapevo cosa aspettarmi. E sono stati meravigliosi.
Proseguiamo nella giornata. Belli vispi e arzilli come solo si può essere alle sette mezza, prendete il vostro mezzo pubblico preferito. Per me è la bicicletta. Pubblico nel senso che me l’hanno rubata così tante volte che tanto vale considerarla mezzo pubblico. Ebbene nel traffico del mattino mentre si è alla mercè della frustrazione del guidatore mattiniero, il peggiore di tutti, è bene prendersela con calma. Per questo sull’ipod ci sono i Manetti! Redivivi, a quattro anni dal disco di debutto escono con un selftitled di tutto rispetto per l’epica etichetta Sangue Disken (Altro, Minnie’s, Cristio). Il mood malinconico e feroce anni novanta che attraversa il disco è il migliore per affrontare autobus che cercano di ucciderti. O arrotarti, come si suole dire da queste parti.
Mentre sale il sole, si alza il volume. Per mezzogiorno vi vedo pronti per il nuovo disco di inediti dei Raein. Pronti ad urlare, anche perché vi rendete conto del panino fatto con la fetta biscottata. Già il mese scorso avevamo parlato di loro per via della raccolta di brani Ah, as if… che per l’appunto anticipava questo signor disco. Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti. Ancora prima di ascoltarlo, già solo per il titolo li amo e li vorrei sposare. Uscito a metà giugno a celebrare il decennale della carriera del gruppo, il disco è totalmente autoprodotto ed è in download gratuito sul loro sito. Sono in procinto di stampare cinquecento copie di vinile. Sono davvero poche considerando che, dopo il primo giorno, mediafire quasi fondeva per le migliaia di download del disco. Ora siamo a diecimila novecento trentanove. Fatevi due conti. Il disco è meglio prenotarlo.
Il giorno all’incirca scorre come gli altri, lento e rapido. Per fortuna non ci sono molti orologi in giro. Infine il sollievo dell’uscire fuori al caldo dopo essere stati in una sorta di ghiacciaia dato che l’aria condizionata spinge per arrivare allo zero assoluto. E il mio ipod senziente, che sa sempre cosa voglio ascoltare, propone i Nadiè. Non un disco nuovo ma un ottimo disco ri-pubblicato recentemente dalla Seahorse Recordings del buon Paolo Messere. Da Catania con amore un’endovena di rabbia e magone adatta per svenire meritatamente sul letto.
“Viola è il tuo cuore malato che sa piangere da un lato solo…”
Mi congedo, finalmente. Non prima, però, di avervi tartassato su quanto è figo il pezzo nuovo dei What Contemporary Means, formidabile quartetto bolognese con due ep all’attivo, Like Swimming e Deceive. Sensation of Fall è una bellissima traccia dolcina e solare e, se questo fosse un mondo perfetto, passerebbe in tutte le radio e la gente la canterebbe la mattina andando al mare con il supertele ottobraccio. Io non vado al mare, prendo ferie per dormire. Voi che scusa avete?
Se potessi avere un centesimo per ogni volta che ho citato i My Bloody Valentine in questo blog, per ciò che rappresentano o semplicemente per la cifra artistica, probabilmente avrei un caffè in omaggio, ecco perché almeno per oggi mi asterrò.
Ma veniamo alle 5 w di rito.
I Boris sono un trio giapponese dalle spiccate attitudini sperimentali, dotati di un’intelligenza artistica elastica, mai ripetitivi nello svolgimento di un plot che comunque rimane ancorato allo stoner, al drone metal, allo shoegaze, al noise e psychedelic rock. Heavy Rocks, uscito il 24 maggio per la Sargent House, è il 17esimo album in studio della band ed esce in concomitanza con Attention Please (che non ho ancora ascoltato), i due dischi rientrano in un programma di 4 uscite pianificate nell’anno 2011. I prossimi due dischi, questione di pochi mesi, saranno Klatter una collaborazione con Masami Akita (aka Merzbow) e New Album, una sorta di best of con i migliori pezzi di Attention Please e Heavy Rocks, con qualche altro inedito pure.
Atsuo (voce e batteria), Takeshi (voce e basso) e Wata (chitarra e voce) superano se stessi con riff coinvolgenti, con i consueti assoli di chitarra e con quella voce rubata all’hrad rock più energico. Il risultato è un disco “diverso”, addirittura spiazzante per chi ha conosciuto i Boris ai tempi della collaborazione con i Sunn O))) (pezzi stoner squarciati da roboanti elementi drone), era il 2006 e il disco in questione, edito dalla Southern Lord Records, s’intitolava Altar.
Nonostante la svolta, sicuramente non definitiva, visto che la poliedricità, come detto, è uno dei marchi di fabbrica del nipponico trio, il risultato è un disco che va ad inserirsi di prepotenza fra i migliori della loro discografia, assieme a Pink e Akuma No Uta.
In Heavy Rocks alle oscurità stoner e alle profondità metal (ancora in persistenza), subentra un sound sì potente, ma più netto e definito, contraddistinto da cavalcate noise, shoegaze ed epicità da prog. psichedelico.
In un inutile gioco delle parti potremmo parlare di quote paritarie fra Sonic Youth (Daydream Nation era), qualsiasi cosa dei Fu Manchu e l’accattivante sound “glitterato” degli Asobi Seksu.
Trattasi del disco più “accessibile” dei Boris, fatto quasi per piacere a tutti, che probabilmente finirà per scontentare i fans puristi della prima ora, ma che nonostante questo resta un gran bel disco. Consigliato!