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Lali Puna, Our Inventions

Pubblicato da: Fran il 13 aprile 2010 | Categoria: Indietronica | 0 Commenti »

Quand’è uscito Faking The Books (5 anni fa credo) la freccettina dell’indietronica era molto verde e decisamente rivolta verso l’alto, l’attenzione verso gli ’80 era già esplosa ma non ancora nei canali mainstream. Un’eternità fa!
Logico che la nuova uscita dei Lali Puna, uno dei gruppi più emblematici e rappresentativi di quella scena, sia una variabile ricorsiva di tutto il movimento.

Per la cronaca i Lali Puna nascono da un’idea di Valerie Trebeljahr cantante coreana, con residenza a Monaco, che concepisce i Lali Puna dalle ceneri degli L.B. Page. A lei si uniscono Christian Hei, Markus Acher (già presenti anche nella line-up dei Notwist) e il batterista Christoph Brandner. A proposito di Notwist, nelle ultime uscite hanno arrancato, e francamente per ciò che mi riguarda anche il catalogo Morr Music non ha più la stessa attrattiva (ma qui vorrei conoscere anche il tuo parere). Eppure appena 5 anni fa era una delle migliori label europee.
Forse non è un caso che gli Electric President abbiano cambiato etichetta proprio ora, con il loro sound parzialmente shoegaze venato di dreamy pop e una produzione meno allineata al “modello” Morr.

Per un attimo mi sembra che le lancette siano tornate indietro, che l’indietronica sia una “Loro Invenzione”, ma la bugia dura poco. Il disco è piacevole, ma manca del tempismo e dell’attualità che le stesse note avrebbero avuto 5 anni fa. Può un’opera d’arte essere oggettivamente bella a prescindere dal contesto sociale, culturale e storico in cui è inserita? In teoria sì, ma non sempre è così.
Come sarebbe Our inventions nel 2005, come accoglieremmo Scary World Theory (il loro album più bello) oggi?

Our Inventions è un disco notturno, nella febbricitante That Day sembra persino di essere di fronte a And Then Nothing Turned Itself Inside Out degli Yo La Tengo (forse il disco “notturno” per eccellenza). Il resto è glitch pop e pura indietronica, con il contributo di strumenti suonati sempre più esiguo. Out There, in collaborazione con il batterista degli Yellow Magic Orchestra Yukihiro Takahashi, è decisamente il momento più alto del disco.

Rimane il rammarico di dover per forza declinare temporalmente questo disco, così da poterlo cogliere appieno. La comprensione di Our Inventions non avviene in chiave estetica, ma storica. Di solito con le opere d’arte non c’è questa necessità, qualcosa vorrà pur dire.

Remember - Lali Puna

Electric President, The Violent Blue

Pubblicato da: Fran il 22 marzo 2010 | Categoria: Indietronica | 2 Commenti »

Al primo impatto sembrerebbe che Ben Cooper e Alex Kane, entrambi nati e cresciuti in Florida, non siano tanto differenti dai loro coetanei connazionali. Ben è carino e Alex è un “pezzo di merda”, ma siccome è bravo al basso, Ben se lo porta dietro comunque. Entrambi amano la pizza (solo che lo stomaco di Ben è 2 volte quello di Alex) e bevono Coca Cola. Insomma, niente di troppo originale, se non fosse…

Se non fosse che insieme sono gli Electric President uno dei gruppi di Indietronica DIY (Do It by Yourself) più interessanti degli ultimi 5 anni. Sono partiti dalla cameretta di Alex, pare che la cosa abbia portato bene anche ad altri musicisti. Hanno registrato 2 dischi editi dalla Morr Music e ora se ne escono con questo The Violent Blue per la Fake Four Inc (Connecticut).

Ben oltre a essere stronzo e ciccione è pure iperproduttivo, a suo nome va il side project Radical Face e l’iniziativa Patients (ma questa cosa esula un po’ e magari ne riparliamo). L’esordio Self Titled degli Electric President è stato folgorante, forse anche questo ha contribuito a far crescere le aspettative e a sottolineare l’inadeguatezza del successivo Sleep Weel. Mi sono detto: “maledetti, a esser dispersivi ne risente la qualità, per forza!”

- Non so se rendo l’idea, ma questo disco è di fine Febbraio e il 10 di Marzo Ben ha finito di registrare (e mandato al mix) il nuovo disco dei Radical Face. -

Invece The Violent Blue riprende quelle atmosfere shoegaze crepuscolari, un po’ elettro-glitch che avevano fatto gridare al miracolo nel 2005. The Ocean Floor e Mr. Gone sono il segnale acustico di un faro che dice “sono tornati”. Tutto il disco è da pelle d’oca per intensità, un ritorno a casa stralunato e sognante, con l’autostrada davanti e la luna nello specchietto.

Ancora una volta quando questi due si mettono in disparte, per i cazzi loro, sfoderano le cose migliori. Un appello alla pur valida Morr Music, stracciategli il contratto e lasciateli autoprodursi e autoriprodursi, per il bene dell’umanità. (non ho capito se gli accordi con la Fake Four siano estemporanei o meno)
Non crescete più e moltipicateli i dischi come questo!

Electric President - Mr. Gone

Electric President, Sleep Well

Pubblicato da: Fran il 1 giugno 2008 | Categoria: Indietronica | 1 Commento »

2° prova senza affanni per Alex Kane e Ben Cooper, nel bene e nel male. Impossibile bissare il successo dell’esordio Self Titled datato 2006 e così ecco il seguito senza troppe pretese.

Per chi si fosse perso l’episodio pilota, gli Electric President sono un gruppo synth-pop sulla scia dei Postal Service, con una pronunciato senso del romanticismo Slowdive-iano. In un immagine gli Electric President sono un concentrato degli ideali sintetici sorti a Bristol nei novanta e tramontati senza aver trovato l’onor del vero.

Sleep Well non può più contare sull’effetto sorpresa, e anzi, dovrà fare i conti con le alte aspettative dei fans (me compreso). Il sound di Sleep Well è notturno e ovattato, gli umori del disco sono quelli crepuscolari e caldi delle nottate in Florida. Alex e Ben tritano il catchy pop dei Beach Boys sputando fuori da apparecchi analogici vintage puzzle d’indietronica passiti.

Se dovessi scegliere fra il Self Titled e Sleep Well non avrei dubbi, nettamente meglio il primo, c’è poc’altro da aggiungere. Forse We Will Walk Through Walls è uno dei pochi episodi degni dell’album del 2006. Tuttavia se siete a digiuno e dell’uno e dell’altro, ponete rimedio a questa “vergogna” in qualsiasi modo.


B. Fleischmann, Melancholie/SendestraBe

Pubblicato da: Fran il 3 maggio 2007 | Categoria: Indietronica | 8 Commenti »

Nel Febbraio 2006 la rivista tedesca de:bug invitò la label Morr Music a occuparsi della colonna sonora di una di 4 serate alla Nuova National Gallery di Berlino. L’esposizione da accompagnare era Melancholie – Genie und Wahnsinn in de Kunst. La Morr Music pensò subito a Bernard Fleischmann, già con i The Year Of.

Fleischmann compose per l’occasione Melancholie poi registrata live durante la performance al museo, la sera del 27 Aprile 2006. Con i suoi 49 incessanti minuti, la recensione di Melancholie, avrebbe potuto essere una telecronaca compilativa: esercizio di meccanica. Più o meno, mi era passato per la testa di impostarla così: lunga introduzione di loop gracchianti a 3 minuti fa la sua comparsata il cello, seguono la drum machines e la presentazione di una sexy hostess krauta a 10 minuti qualche fingerpicking di contrabbasso a 14 minuti, il ritmo si fa più sostenuto…

In realtà proporre un elenco dei singoli addendi non mi avrebbe aiutato a restituirvi lo spettro della sommatoria finale. Melancholie (omen nomen) è un lungo dipinto marino di blu profondo, tempera spessa sciolta sulla tela. Le singole forme sonore sono indistinguibili, il flusso contiunuo è perpetuato da affluenti sonori, la visone d’insieme è affascinante. Venti malinconici d’elettronica cigolante si stendono sulla tela come un sudario a pelo d’acqua.

A rompere una superfice uniforme di suoni ondulati e tenui, lunghe scogliere di fisarmoniche a tratti campionate e distorte. Fleischmann entra alla National Gallery di Berlino come uno tsunami garbato, dopo pochi minuti, siete già con l’elettronica alla gola. Anche i 50 minuti di SendestraBe (letteralmente “palinsesto radiofonico”) sono stati registrati dal vivo, il 29 Giugno a Vienna sulla torre OFR, il luogo più alto della citta.

Poi il brano è stato ritrasmesso da 01 Kunstradio che precedentemente aveva invitato i sui ascoltatori a un pic nic sotto la torre. SendestraBe, sul secondo cd, è elettronica sperimentale, e quindi, paradossalmente, convenzionale per chi è già avvezzo al suono di casa Morr Music. Un piano sbiadito cerca sprazzi di luce fra malinconiche nubi di vinili gracchianti. Nel complesso, due dischi imperdibili.


Radical Face, Ghost

Pubblicato da: Fran il 13 aprile 2007 | Categoria: Indietronica | 1 Commento »

Avverto vibrante tensione attorno a questo disco. Palpitante attesa e grandi aspettative s’intrecciano trovando sfogo nelle scariche sulla puntina del mio stereo.

Elettronica minimalista o forse minima e basta, con il consueto garbo e il giusto dosaggio cui Ben Cooper ci aveva già abituato. Niente pathos o intro pseudo-shoegazing che avevano decretato il successo di pezzi quali Ten Thousand Lines, Hum o Some Crap About the Future. In questo senso nel passaggio da Electric President a Radical Face assistiamo a una maturazione del suono, da un profilo pop frivolo ma appassionante, in stile Death Cab For Cutie, a un suono un po’ più impegnato, soprattutto dal punto di vista dei riferimenti. Una svolta “radical”.

Ghost fa nuovamente leva sul binomio acusticità/elettricità, ma questa volta l’ago della bilancia gioca decisamente a favore dell’apparato acustico, non è difficile scorgere l’ombra dei Neutral Milk Hotel nel susseguirsi delle tracce. Un’elettricità minima, come dicevamo, rilegata per lo più a flussi d’energia abbozzati in sottofondo o a giocosi orpelli con cui Ben agghinda le sue marcette.

Tra le novità anche la decisione di apportare sonorità lievemente esotiche, affidate a fischi, fisarmoniche e mandolini, che, a ben sentire, ti farebbero venir voglia di archiviarlo lì, di fianco a Beirut e A Hawk and a Hacksaw.

Inutile dire che mi aspettavo di più, prendo nota di una svolta “impegnata” anche dal punto di vista delle liriche (i fantasmi sono un po’ il filo conduttore del disco), ma mi manca l’originalità ingenua del “Presidente elettrico”.