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Miliardi in diritti d’autore non ancora pagati da iTunes

Pubblicato da: Fran il 24 maggio 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Il mese scorso, in un interessante articolo, David Kusek il vice presidente del Berklee College of Music ha denunciato i molti insoluti di iTunes nei confronti di artisti e label, allargando il discorso ai concetti di licenza, copie e vendite. Concetti attualissimi alle porte della Cloud Music. Ecco l’articolo tradotto, è un po’ lungo e si riferisce al mercato statunitense, ma è comunque molto interessante. Buona lettura.

Se sei un artista o un manager e hai distribuito musica su iTunes in accordo con una delle maggiori etichette musicali, fai attenzione.
La F.B.T. Productions di Detroit, i produttori che hanno aiutato Eminem a raggiungere il suo successo, stanno spianando la strada tramite una causa contro la Universal Music e altre label, per ampliare i ricavi per le vendite della musica digitale tramite iTunes e altri servizi digitali sia passati che futuri. Questa causa potrebbe far scaturire miliardi di dollari di diritti d’autore non retribuiti agli artisti che registrano dischi.

Quanti soldi sono in gioco? Questo grafico di Asymco mostra i pagamenti dai fornitori di contenuto ai negozi iTunes nel tempo. Potete vedere che il totale delle cifre pagate alle etichette di dischi può essere approssimata a 12 miliardi di dollari dal lancio di iTunes al primo quarto del 2011.

Pagamento cumulativi di Apple ai fornitori da Medium

Fonte: Asymco

Ciò implicherebbe che l’ammontare lordo raccolto da Apple si aggiri sui 17 miliardi di dollari per la musica scaricata da iTunes. Così ho svolto un piccolo calcolo ed ecco a cosa sono giunto.


Lordo a Apple
$ 17.1 miliardi

Quote iTunes (30%)
$ 5.1 miliardi
Quote dell’etichetta (70%)
$ 12.0 miliardi

50% quote dell’etichetta
$ 6.0 miliardi
meno le quote dell’artista a oggi
$ 1.7 miliardi

Royalty potenziali non pagate
$ 4.3 miliardi

Posto che ½ sono vecchi contratti
$ 2.15 miliardi

Voglio essere realista circa le cifre che si potrebbero recuperare e così presupporrò che metà della musica distribuita su iTunes provenga dalle vendite di catalogo di artisti con contratti più vecchi, e l’altra metà venga da musica distribuita dalle vendite di nuovi artisti. I numeri di SoundScan dell’anno scorso mostrano 648.5 milioni di download di singoli da “catalogo” in USA, cioè canzoni vecchie più di 18 mesi, in confronto a 523 milioni di tracce attuali, così sembra un’ipotesi molto sicura.

Secondo questo rapido calcolo, i potenziali diritti d’autore non pagati agli artisti solo da vendite iTunes ammonterebbero intorno ai 2.15 miliardi di dollari. Dichiaratamente parte di questo denaro è stata già pagata agli autori di musica, così il numero potrebbe essere anche inferiore, e potrebbe essere ricalcolato in modo più accurato del mio. Ma ancora, il catalogo di download da iTunes potrebbe essere vicino all’80%, cosa che renderebbe il numero dei diritti d’autore non pagati più alto. Così la somma appare significativa. Molto significativa. Mi seguite?

La causa si riduce a una distinzione tra vendere “copie” di prodotti fisici come CD o registrazioni in vinile e vendere una “licenza” per riprodurre le canzoni digitali. Le etichette discografiche attualmente consegnano prodotti fisici (principalmente CD) ai negozi di dischi; ma nel caso di iTunes serve una licenza per replicare e distribuire file digitali. Quando le etichette discografiche vendono “copie” di musica, l’artista tipicamente riceve un 10-15% di diritti d’autore, ma quando le etichette “licenziano” la musica a terzi (come nel caso di iTunes), la maggior parte degli artisti solitamente riceve un 50% di diritti d’autore.

Il reclamo archiviato dalla F.B.T. attesta: “I difensori hanno fallito nell’accondiscendere alla sessione dell’accordo del 9 marzo 1998 e all’accordo del 2003 fallendo anche nel conteggiare e pagare diritti d’autore pari al cinquanta per cento (50%) dei ricavi netti dei difensori dall’uso digitale dei Master di Eminem dai Provider di Music Download e Mastertone. I difensori hanno applicato una formula scorretta per calcolare i diritti d’autore con rispetto per quelle da pagare ai querelanti che risulta nel pagamento approssimativamente del dodici per cento (12%) di entrate invece del cinquanta per cento (50%) richiesto dai termini di accordo.”

Universal Music Group, Aftermath Records e Interscope Records hanno protestato contro un dirigente nel Ninth Circuit Court a dicembre che ha detto che loro dovrebbero pagare il 50% dei diritti d’autore sulle vendite digitali. I difensori hanno portato il loro appello fino in fondo alla Corte Suprema.

Comunque, la Corte Suprema degli Stati Uniti proprio la scorsa settimana (inizio aprile 2011 n.d.a.) ha rifiutato l’appello della Universal Music lasciando che la Ninth Circuit Court of Appeals attestasse che la musica digitale (sotto questo particolare accordo) dovrebbe essere trattata come un soggetto di licenza e quindi retribuita per il 50% dei diritti d’autore.

Ora, per essere corretto, non tutti gli accordi sulle etichette sono simili, e se tu hai firmato un accordo con un’etichetta negli ultimi 10 anni circa, sei stato probabilmente escluso dall’impatto di questa decisione. Gli avvocati delle etichette hanno indicato che i nuovi artisti è improbabile che siano coinvolti dalla decisione perché i più recenti contratti discografici includono la distribuzione digitale nella definizione di “vendite” per gli scopi di calcolo dei diritti d’autore dell’artista. Ma se hai firmato prima degli inizi 2000, potresti puntare a un significativo giorno di paga.

Quello è apparentemente il pensiero dalla dichiarazione di Rick James, che ha intentato una causa class action che vedremo in questo numero. Per anni ho sostenuto che la distribuzione di musica digitale iTunes fosse una licenza di musica, non una vendita. Quando Steve Jobs e il suo team hanno negoziato il contratto originale iTunes con le maggiori etichette, l’economia prevedeva per iTunes approssimativamente un 30% di ciascun download, come un distributore/rivenditore di CD potrebbe ricevere i suoi diritti d’autore basati su pratiche di conteggio tradizionale.
Ma ben poco discusso allora, fu il modo in cui il 70% della parte delle etichette sarebbe stato diviso. Le etichette hanno dichiarato che questi download erano “vendite” di copie delle canzoni e gli artisti avrebbero ricevuto i loro diritti d’autore basati su pratiche di conteggio tradizionale.

Effettivamente nei primi giorni di pagamento da iTunes, le etichette spesso continuarono a prendere tariffe per “packaging” e “danni” e “cooperativa” spesso quando non c’erano effettivi costi coinvolti. A malapena qualcuno ha posto il quesito se download di iTunes fossero “licenze” o “vendite” – cosa che avrebbe fatto oscillare i pagamenti pesantemente in favore di altri artisti.

Steve Jobs stesso si è riferito al suo contratto con le etichette come “licenze” nella sua lettera a tema Pensieri sulla Musica pubblicate il 6 febbraio 2007. Stranamente, questa lettera poi è sparita e non è più disponibile sul sito web apple.com ma puoi ancora trovare estratti via Google. “Benché lui (Jobs) si sia riferito regolarmente alla musica con “licenza” Apple come le quattro grandi compagnie di musica, quando ha deposto in questo caso ha dichiarato di non sapere quale fosse la relazione della sua compagnia con la Universal, che è in effetti, una licenza”.

Questi potenziali 2.15 miliardi di dollari rappresentano approssimativamente il 12.5% delle entrate lorde raccolte nel tempo da Apple, e quella cifra si potrebbe applicare a tutti gli altri distributori digitali inclusi Amazon, Napster e altri. Con iTunes di Apple le entrate della musica corrono intorno ai 300 milioni di dollari al mese.

Questa sentenza ha il potere di trasformare per sempre la stessa natura e struttura degli affari della musica registrata. Certamente tutti i sistemi basati sul Cloud come Amazon Cloud Player e quelli che sono stati contemplati da Google, Apple e altri saranno disponibili su PC, dispositivi mobili o stremino. La stessa idea di copie non ha più nessun senso nell’era digitale.

Questa è un’evoluzione significativa per gli artisti e la comunità creativa. Gli artisti e i manager uniti possono farla succedere e vedere questo incredibile cambiamento. Questa causa aiuterà a trasformare l’industria musicale in meglio e a ridistribuire il denaro in un modo che rappresenta la fine del tunnel per la gente creativa che cerca di sperimentare carriera come musicista. E un’indicazione di un modello di business musicale migliore per gli artisti indipendenti.


Safari e iTunes diventeranno un’unica applicazione

Pubblicato da: Fran il 25 gennaio 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Safari e iTunes diventeranno un’unica applicazione, almeno questa è l’indiscrezione trapelata dal sito dei Tre Ragazzi e un Podcast.
Si mormora che nel corso del 2011 Safari (e solo Safari) avrà libero accesso ad iTunes direttamente via web, in un’integrazione che trasformerà Safari in un browser multimediale e iTunes in un multimedia browser.

Potrebbe essere vero perché…

… già nel 2008 hanno provato a legare l’installazione di Safari a quella di iTunes, mascherandola come un’utility.
… in questo modo Safari potrebbe guadagnare punti sugli altri browser di nicchia.
… come l’acquisto di Lala nel 2009, per 80 milioni di dollari, anche questo sarebbe un passo di avvicinamento ad un servizio di streaming on-line, accessibile via browser.
… perché iTunes è leader nonostante si tratti di un’applicazione desktop con alcuni limiti di compatibilità (linux su tutti) e altri di performance.
… perché l’iTunes Store è già un browser WebKit per l’organizzazione e il salvataggio di file e applicazioni.
Google ha la nuvola e il browser, ma non ha lo store; Apple ha la nuvola e lo store, ma non ha il browser. Si sa, chi prima arriva alla cloud music meglio …

Potrebbe essere una bufala perché…

… guarda caso questa voce è uscita lo stesso giorno in cui sono trapelate indiscrezioni sullo stato di salute di Steve Jobs.
… che cosa ci guadagnerebbe Apple dal prendere più quote con Safari (oggi al 4%)? Credo che il merge sarebbe più conveniente per iTunes che racimolerebbe ulteriori briciole di una torta già divorata.
… browser multimediali integrati con store digitali, come l’integrazione fra Songbird e 7Digital, non sono mai decollati.

Altre argomentazioni?


Sound Wave Riviera #6

Pubblicato da: Fran il 7 settembre 2010 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

iTunes 10 + Ping

La novità del momento è sicuramente Ping il nuovo social network all’interno di iTunes. A meno di una settimana dal lancio abbinato all’upgrade di iTunes 10, Ping ha già raccolto non poche critiche. Prima di tutto per l’impossibilità di “dialogare” con altri social network (con l’amico/nemico Facebook in primis) e poi per altri limiti tecnici, come le difficoltà che si riscontrano nel caricare una profile pic, o per la mancanza di profili ufficiali per le band. Per quest’ultimo punto le dichiarazioni ufficiali dicono che “i profili degli artisti sono stati creati ad invito e continueremo a crearne ancora e ancora.” Questa risposta è stata data a fronte delle lamentele di diversi gruppi indie per il mancato arrivo dell’invito. Del resto Ping rappresenta un canale marketing non da poco per molti gruppi.
Fra i detrattori c’è anche Erick Schonfeld che ha scritto un accorato j’accuse su TechCrunch.
Io non ho ancora avuto modo di provarlo in maniera approfondita, ma credo che tutte queste critiche lasceranno il tempo che hanno trovato, ci mancherebbe!

Nonostante questo a pochi giorni dal lancio più di un milione di utenti si sono già iscritti a Ping. Secondo Eddy Cue il vice presidente dei servizi internet di casa Apple “Un terzo delle persone che hanno scaricato iTunes 10 hanno attivato le funzioni di Ping. Di conseguenza siamo certi che anche le prossime persone che scaricheranno l’ultima versione di iTunes si aggregheranno alla community, contribuendo alla crescita del social network.” Si tratta di un bacino potenziale di 160 milioni di utenti.

Google Music

Secondo le solite accreditate fonti non ufficiali, Google sta stringendo gli ultimi accordi con le label per aprire l’mp3 store di cui avevo già parlato qui. Google Music sarà sia un download store che un servizio musicale cloud based, che consentirà ai propri utenti di ascoltare la canzoni ovunque essi siano, tramite mobile. In casa Google sperano che il servizio riesca ad aprire prima di Natale.

Ora il mercato è già in fermento ma non bisogna dimenticare che un colosso come Amazon, che aveva un discreto vantaggio strategico rispetto ad iTunes, non solo si è fatto superare, ma non è mai stato veramente competitivo. Attento Google!
Inoltre Google dovrebbe imparare tutto di un business che non gli è troppo congeniale, non sono l’unico ad avere queste perplessitaà, visto che da più fonti arriva a Google il consiglio di acquistare ExtensionFm, una start up davvero interessante.
Comunque vada è già aperta la caccia al CEO di Google Music.

Al di fuori della Silicon Valley

Nel frattempo nel resto del mondo:
- Chris Chen sta lanciando una piattaforma 2.0 Like.fm che si propone come obbiettivo di fare da ponte fra i vari social network (musicali e non) e i player, tenendo traccia degli ascolti dell’utente su piattaforme differenti (web o desktop based che siano)
- a fine mese vedrà la luce Digirido il sito web che aiuterà “the music industry share and discuss marketing in the digital world
- in Brasile si discutono nuove leggi sul copyright, fra mille difficoltà la volontà sembra andare verso il File Sharing, info più dettagilate qui.

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