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WAVVES, King of the Beach

Pubblicato da: Fran il 5 luglio 2010 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Mai disco interpretò meglio lo spirito di questo blog, non solo per i titolo, ma anche per le good vibrations abrasive, la new wave fra noise e chitarre shitgaze, la pelle salata e il sole in faccia.
La terza prova degli WAVVES giustifica forse in modo definitivo un clamore inizialmente esagerato, che accompagna il gruppo di San Diego sin dagli esordi.

Nathan Williams è poco più che un ragazzino nerd californiano, scarsa vita sociale, scarsa educazione, scarsa pulizia, scarsa esperienza e tanta irruenza. Non è un caso che il manifesto vivente dello shitgaze abbia dovuto dare forfait ad una session del Barcelona Primavera Sound Festival del 2009, in seguito all’assunzione di un cocktail di ecstasy e Valium. Dilettante.
Eppure è lui la mente del gruppo, passato dalle stalle del bighellonaggio puro (skateboard, posting sul proprio blog hip-hop e cazzeggio con Garage Band) alle stelle dell’esordio self-titled nel 2008, il debutto che gli valse le attenziondi di Bitchforkmedia e la firma per la Fat Possum Records.

King of the Beach è composto da 12 tracce delle quali 11 sotto i 4 minuti, tutte ben strutturate e con un mood a metà fra il beach-sound e il garage. Indie Rock inciso lo-fi (un po’ meno lo-fi dell’ultima volta in verità) fatto di killer-tracks quasi pensate apposta per le college radio, da sempre trampolino di lancio per le produzioni indipendenti statunitensi.
Tutti i pezzi escono dalla mente di Nathan, il solista. Pazienza se di volta, sul palco o in studio, i ben pensanti provano ad affiancargli qualcuno e a chiamarla “band”.
A questo va aggiunto che tutto il disco ha la marcia power-pop degli anni 60, particolare al quale sarà andata tutta la dedizione di Dennis Herring, acclamato produttore già con Modest Mouse e Mute Math.

Di nuovo i nomi che balzano immediatamente alle orecchie sono Pavement, Pixies e Nirvana, ma anche un po’ di Jesus And Mary Chains (When Will You Come). Sarà ancora un caso?

King of the Beach è già disponibile su iTunes e lo sarà sugli altri digital store a partire dal 13 luglio, farà capolino nei negozi solo il 3 agosto, ma in Italia, rassegnamoci, arriverà il 27 di agosto.

L’unico concerto italiano è fissato per il 20 luglio all’Hana-Bi di Ravenna, in Riviera, più surfer sound di così non si può!

WAVVES - Post Acid

The Fiery Furnaces, Bitter Tea

Pubblicato da: Fran il 13 settembre 2007 | Categoria: Indie Rock | 3 Commenti »

Prosegue la marcia di avvicinamento al tanto atteso Widow City, la tappa odierna di questa via crucis (coraggio maca poco al 23 ottobre), vede la celebrazione del 4° album dei Fiery Furnaces: Bitter Tea. Avevamo già discusso di Blueberry Boat, il loro capolavoro riconosciuto, ma a molti è sfuggita la bellezza di Bitter Tea, fors’anche per la pubblicazione a ridosso di Rehearsing My Choir, ben spinto dalla Rough Trade.

Per inciso, di lì a poco, l’estate 2006 ci avrebbe regalato anche un doppio album intestato a Matthew Friedberger: Winter Women / Holy Ghost Language School. Non c’è che dire: un pessimo disco, anzi due pessimi dischi (non ho mai trovato il pretesto per sputarci sopra due righe di recensione). Se si parlava fino ad allora di Matthew come unto dalla chitarra di Pete Townshend, con questo disco si profila una deludente equazione, i Fiery Furnaces stanno a Quadrophenia come Matthew solista stà a Magic Bus.

Ma fortuna che la metà Yin dei Fiery Furnaces (la metà femminile ovvero Elanor Friedberger) aveva dichiarato che quest’uscita estemporanea per la Fat Possum sarebbe stata un disco prevalentemente rock. Bitter Tea più che un disco rock, o comunque garage (visti i fraintendimenti di generi ai tempi dell’esordio), pare più essere un audace disco di sperimentazioni. Gli elementi prevalenti sono, oltre alla chitarra di Matthew, elettronica (in ogni salsa), loop e reverse.

Le cose migliori saltano fuori quando è il piano (guardacaso suonato da Elanor) a fare da elemento trainante, immaginatevi i Dresden Dolls flippati. Apprezzabili taluni accenti disco e qualche speziatura orientaleggiante. Un riuscito mix dei primi due album, superato appieno il passo falso di Rehearsing My Choir. Tè miscelato con menta e funghi allucinogeni, altro che amaro!