Pubblicato da: Fran il 22 febbraio 2010 | Categoria: Folk | 1 Commento »

Esce domani (23 Febbraio 2010), sotto etichetta Drag City, Il terzo album di Joanna Newsom si intitola Have One On Me ed è un triplo (!!!).
La bella Joanna produce intenso e vibrante psych folk, che dalla punta delle dita prende forma attraverso la sua arpa, strumento che ormai la contraddistingue. Lo stile di Joanna Newsom è tutt’altro che convenzionale, tanto da meritarsi nel 2006 la copertina di The Wire.
La Drag City già da qualche mese ha messo online alcune canzoni, fra cui 81 e Good Intentions Paving Company, quest’ultima in particolare riverbera i fasti dell’album che la rese celebre: Ys.
Nei 4 anni di assenza a Joanna è stato (pure) dedicato un libro, Visions of Joanna Newsom. Una raccolta di scritti e di poesie personali della bella songwriter.
Pubblicato da: Fran il 3 gennaio 2004 | Categoria: Psichedelia | 0 Commenti »
Nel vasto panorama dell’editoria musicale, due sono i poli che racchiudono il mare di tutte le variegate pubblicazioni. I magazine in questione sono entrambi anglosassoni e in patria rappresentano un po’ il diavolo e l’acqua santa. Da un lato New Musical Express, intento a scovare in ogni pub della capitale, come in ogni garage del paese, band di quindicenni brufolosi da etichettare come la Next Big Thing. Dall’altro il pacato Wire, che dell’oculatezza ha fatto più che un motto uno stile di vita.
Ma cosa c’entra Wire con i Ghost? C’entra c’entra, poiché la band di Tokyo con la pubblicazione, nell’anno in corso, del quinto album, Hypnotic Underworld targato Drag City, non solo ha convinto l’albionica rivista, ma si è pure guadagnata la copertina del medesimo Magazine nell’edizione di Aprile.
Ora, prescindendo dal fatto che nessuno è infallibile, ho deciso di scomodarmi di persona e l’appagamento è stato grande. Nati artisticamente nell’88, i Ghost privilegiarono inizialmente le improvvisazioni strumentali, approdando raramente al formato “canzone” nell’ accezione classica del termine. L’esordio discografico e il passaggio da un certo “free-jazz” a un genere più tradizionalmente acustico avviene solo nel ’90. Già dai primi anni di vita discografica si comprende che i Ghost sono un gruppo particolarmente eclettico, cui non mancano doti tecniche e l’amore per l’improvvisazione.
Il collettivo, infatti, pur contando oggi ufficialmente di soli sei elementi, può vantare una bravura sopra la media e il fatto di possedere tra le sue schiere polistrumentisti dotatissimi. Pur rimanendo traccia dell’ accentuato gusto per le lunghe suite strumentali, questo riconoscibile soprattutto nei primi quattro episodi dell’album ( un’unica composizione suddivisa per ragioni temporali in quattro sottocapitoli ), il disco sembra trovare ispirazione nel decennio a cavallo tra i ’60 e i ’70, quello della psichedelia e del prog-rock. Prevale dunque l’amore per il rock Floydiano, per la psichedlia Barrettiana e per il progressive “alla Genesis”. Per quanto riguarda i Pink Floyd, i riferimenti sono fin troppo immediati, si ascolti Piper profondamente legato al primo periodo della loro carriera, quello di The Piper At The Gate Of Down; ma anche riconducibile alla misticità del quarto capitolo dei Led Zeppelin. Sonorità accostabili a The Dark Side Of The Moon presenta invece la morbida e suadente Hazy Paradise. L’influenza Barrettiana infine diviene piuttosto un tributo nella cover conclusiva Dominoes – Celebration For The Gray Days.
L’intero disco è avvolto da atmosfere oniriche e spirituali, impossibile non immaginarsi in un bosco nipponico di conifere ascoltando il primo trittico di canzoni tutte sotto la nomenclatura di Hypnotic Underworld. Un eccesivo revival, con un’attualizzazione non sempre riuscita è l’unico grande limite del disco. Da provare, se non altro per Kurihara, definito il Jimmy Page dell’underground giapponese.