Pubblicato da: Fran il 7 settembre 2007 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »
Manca una settimana all’uscita di Strawerberry Jam, il nuovo disco degli Animal Collective e la nebbia d’ombre che avvolge il disco s’infittisce anziché diradarsi. Non sono in pochi (me compreso) a palesare una certa titubanza verso il cambio d’etichetta. “Liquidate” la Paw Track (notare le virgolette, infatti la Paw Track, etichetta di culto di Los Angeles sponsor tra gli altri del buon Ariel Pink Hunted Graffiti, è di proprietà del collettoivo animalesco) e la Fat Cat i Nostri usciranno a marchio “Domino Record”.
Da qualche settimana gira in rete il video del primo singolo, sicuramente è presto per segnare righi e cancelletti, ma l’impressione è quella di un’elettronica annacquata e innocua simile ai Grandaddy sul viale del tramonto. Dopo un minuto di spigolosità “color nostalgia” (quella verso i primi album dei losangeliani) il brano prende un formato un po’ più convenzionale. Divertentissimi i richiami fotografici del video che spaziano da Alien agli Horror-Movie degli anni ’70, tutti Luna Park, inseguimenti e bravate Collegeali.
Pubblicato da: Fran il 19 aprile 2007 | Categoria: Indietronica | 5 Commenti »
Se nel 2006 l’acquisto di dischi è sceso del 10,5% mentre il mio personale è aumentato, seppure dello 1,5%, un motivo deve pur esserci. A prescindere dalle elucubrazioni sullo stato globale del ciddì come supporto in fase di abbandono (sigh! io riesumerei persino il vinile), una motivo potrebbe esere l’inclusione nel mio “basket shop” dei generi “elettronica” e “jazz”.
Kieran Hebden, lo ricorderanno in pochi alla guida del gruppo post-rock Fridge, è molto più conosciuto con lo pseudonimo di Four Tet. Kieran ha scelto di usare il nome di battesimo in firma a questa nuova esperienza discografica una e trina, al fianco del navigato batterista Jazz Steve Reid. Tongues è il terzo terzo parto di una serie di accese performace live, che hanno visto il variegato duo condividere i medesimi palchi infuocati.
Tongues, tuttavia, è quanto più lontano possiamo immaginare dai suoi fratelloni maggiori: The Exchange Session Vol. 1 e 2. Chi si aspettava qualcosa di simile è rimasto deluso, se i capitoli precedenti presentavano non più di 3 lunghe tracce a testa, Tongues raccoglie gli episodi più “pop” (entro i limiti del contesto in cui ci troviamo) e accessibili. Si comincia con atmosfere albeggianti in slow motion, quasi ripescate dai migliori Roxy Music (un tributo a Eno?). Poi il consueto stravolgimento “Kieraniano”: Hebden palesa ancora una volta la sua vera natura di distruttore di musica, e costruttore di rumori.
Il suo synth-pop ora è un singhiozzo di elettronica, ora un rutto sintetico e poi una lenta digestione. Tongues è la rivincita showbiz di R2-D2 (si proprio lui, il robottino di guerre stellari, dei due quello intelligente che manometteva le serrature), tutto il disco non è nient’altro che una registrazione in lingua robotronica (ascoltare Rhythm Dance per credere).
I più convenzionali potrebbero rabbrividire, gli affezzionati parleranno di un disco annacquato, ma per me è semplicemente il migliore dei tre. Gli ossessivo compulsivi (e mi metto in prima fila) hanno finalmente una colonna sonora per le abitudinarie apnee celebrali fissando il nulla. E forse Kieran ha finalmente trovato quello che cercava in campionatori, samples e drum machines: un batterista jazz. Potevate dirlo subito!
Pubblicato da: Fran il 12 agosto 2005 | Categoria: Indie Rock | 2 Commenti »
Tra i gruppi del momento e dell’ estate è impossibile ignorare il rock impertinente dei Sons And Daughters. Gli Scozzesi, vedendosi precluse le strade del pop-folk, dell’indietronica e del brit-pop, già intraprese da concittadini più illustri: Belle&Sebastian, Arab Strap, Snow Patrol…; hanno deciso di battere sentieri più ricercati.
E così, dopo il pieno di consensi dell’Ep d’esordio Love The Cup, ecco la loro miscela personale di rock acido, melodie e ventate garage: Repulsion Box. Credenziali di questo genere, unite alla formula del binomio uomo/donna (questa volta raddoppiato, sono in 4 infatti), già collaudato e reso celebre dai consimili (per certi versi) Withe Stripes, Fiery Furnaces, Kills etc. etc., hanno subito fatto scomodare la Domino, label d’oltreoceano.
E così, ecco il cavallo su cui puntare 2 cents per il futuro!
Pubblicato da: Fran il 3 gennaio 2005 | Categoria: Indie Rock | 1 Commento »
Finalmente è tornato, mi viene da dire tenendo in mano il recentissimo Emoh di Lou Barlow. Ma si può parlare di ritorno per un artista che a proprio nome non ha mai inciso niente? Allora è forse più appropriato dire:Benvenuto Lou!
Low Barlow per chi se lo fosse perso è un mostro sacro dell’alternative statunitense. Baciato dal Signore con il dono straordinario della scrittura, decise di tuffarsi fin da giovane nel mare della musica, sponda indie. Ben presto i suoi Dinosaur Jr. formati nell’83, lo portano alla ribalta del movimento noise, sulla scia dei Sonic Youth. Toccherà poi ai Sebadoh, nei novanta, godere appieno della sua verve. Infine dalla metà del decennio scorso, colui che a ragione è ritenuto fra i padri del low-fi, è coinvolto in una miriade di progetti minori. Tuttavia in tutti i dischi in cui ha imbracciato la chitarra negli ultimi 10 anni, lo ha fatto solo sotto pseudonimi, con gruppi paravento o in side project di poco conto, tra i quali rilevanza maggiore rivestono i Folk Implosion.
Oggi alla soglia dei quaranta, il coniatore dell’icona !musicista indie dai capelli scompigliati e dagli occhiali con la spessa montatura”, decide finalmente di gettare la maschera. Lou Barlow esce per la prima volta con un disco a nome suo e lo stile è sempre lo stesso, quello che già in passato ci fece innamorare della sua musica. Registrazioni home-made, come conferma la foto in terza di copertina (un bagno allestito a studio di registrazione), voce piena da folk singer e ballate accompagnate dalla chitarra acustica, da qualche rumore e da un po’di elettronica sporca. Tanto semplice quanto emozionante.
La penna di Lou è ispiratissima. Le sue parole vibrano e il cuore sussulta ad ogni strofa, come il battito pulsante ed accelerato della batteria in If I Colud, alla richiesta straziante dell’autore: “…love me tonight…”. Impossibile non farsi prendere poi dal pop più allegro di Catterpillar Girl. O come non rabbrividire di fronte alla struggente “Legendary” pensata anche per l’amico Elliott Smith, che sfuma con i sussurri di Barlow: “…you loved me, you loved me”. Tra le 14 tracce, a conferma della sensibilità del cantante, trova posto persino una ballata per un suo gatto scomparso, The Ballad Of DayKitty.
Il disco non scende mai sotto standard qualitativi assai alti, su cui spiccano oltre ai brani già citati, anche la retrospettiva Holding Back The Year, la breve cover Round-N-Round arricchita dal piano, la romantica ballata Mary e la title track Home. Insomma, un condensato di emozioni e uno spaccato degli ultimi anni di Lou Barlow, raccontati con il cuore in mano.
Ottimo per i neofiti doveroso per gli affezionati.