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Sons & Daughters, Mirror Mirror

Pubblicato da: Fran il 25 luglio 2011 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Al quarto album in studio gli scozzesi Sons And Daughters cambiano (quasi) completamente le carte in tavola.
Fieri esponenti di quell’indie-rock secco e spigoloso da pub glasgowiano, la leggenda li vuole appena esordienti nel 2003, con Love The Cup, e pochi mesi dopo già al tavolo con la Domino Records. Nel 2005 è la volta di The Repulsion Box, che gli valse un tour al fianco di Morrissey, fino ad arrivare al terzo album The Gift nel 2008, il disco sicuramente più equilibrato e compiuto.

I cambiamenti portati da Mirror Mirror (giugno 2011, Dominio Record) sono stati anticipati da diverse dichiarazioni ufficiali dei membri della band, secondo Adele Bethel si tratta di 10 pezzi “molto inquietanti e femminili … con un mood quasi malevolo”. Io credo che il punto l’abbia comunque centrato Scott Paterson, dichiarando: “Suoniamo meglio quando siamo minimal. Vogliamo che sul nuovo album ci sia solo il necessario, nessuna “fuffa” aggiuntiva.”

Con queste sensazioni in testa, per la produzione la band si è rivolta all’amico (e fan dichiarato) Keith McIvor, aka JD Twitch, ovvero metà del duo elettronico Optimo. La scelta è maturata proprio per dare risalto alla componente elettronica e per aggiungere un elemento elettro-dance glitterato al sound rock del quartetto. L’umore cupo è stato ulteriormente potenziato dal missaggio di Gareth Jones, già al lavoro con Depeche Mode e These New Puritans.

Dal canto suo la chitarra di Scott Paterson è diventata chirurgica, in grado di colpire con note frastagliate e noise, piuttosto che con bordate di riff. Da un lato gli episodi più rarefatti ricordano gli XX, dall’altro i pezzi più ritmati i Devo.
Questo è per metà il nuovo sound dei Sons & Daughters, per l’altra metà il segnale è quello di una continuità, perpetuata sotto il segno dalla potente voce di Adele. Orion, Rose Red e The Model (che pezzo carico di sensualità!) riprendono il discorso direttamente da The Gift.

Non tutte le band sono capaci di cambiare e convincere subito, bravi!

Sons & Daughters – Silver Spell by DominoRecordCo


Cass McCombs, Wit’s End

Pubblicato da: Fran il 26 aprile 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Cass McCombs è un cantautore californiano, tormentato ed enigmatico. Con Wit’s End Cass tocca quota cinque album (gli ultimi 3 pubblicati tutti su Domino Records), che assieme all’EP del 2002 costituiscono tutta la sua discografia.
Wit’s End, che esce oggi ufficialmente, è stato registrato nel volgere di due anni in vari studi fra la California, New York, New Jersey e Chicago. Una scelta questa che ne esalta l’indole raminga, pare infatti che abbia scritto alcuni dei suoi pezzi migliori fra un divano e l’altro durante i suoi viaggi fra l’ovest e la costa orientale degli Stati Uniti.

Wit’s End non è un disco semplice, è immediato ma non banale, sono pronto a scommettere che attirerà su di sé pareri parecchio discordanti. Per quanto mi riguarda, mentre Catacombs (2009) può essere considerato un calo fisiologico che “ci sta”, questo è sicuramente l’album del riscatto.
Il disco, prodotto dallo stesso cantautore e da Ariel Rechtshaid, ci regala 8 tracce di crepuscolare chamber pop, un songwriting che sfuma con la dissolvenza dell’occhio di bue.
Dall’iniziale County Line, un buon pezzo addolcito da un delicato falsetto viola, a Hermit’s Cave scandita da un suono che ricorda una vera vergata, fino all’interminabile fingerpicking della conclusiva A Knock Upon The Door, i pezzi sono tutti (o quasi) permeati di sofferenza.
L’uso di un organo, fisarmonica, fiati assortiti e percussioni, è una scelta che supera in agilità l’ostacolo monotonia, a favore di un risultato finale coerente ma variegato.

Wit’s End è l’ennesima buona prova di un personaggio anacronistico che vorrebbe forse tendere a Elliott Smith (Memory’s Stain), Rufus Wainwright, Leonard Cohen e Nick Drake. Chiaramente una cricca difficilmente raggiungibile, dove Wainwright sembra il paragone più vicino sia temporalmente che artisticamente.

Da consumarsi preferibilmente in veranda, vino passito in persistenza, crepuscolo negli occhi e Wit’s End nelle orecchie.

Cass McCombs - County Line

Anna Calvi “la migliore dopo Patty Smith”, secondo Eno

Pubblicato da: Fran il 17 dicembre 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Pensare che dovrei stilare classifiche e liste di dischi, come fossi un qualsiasi Omero 2.0 alla presa con il catalogo delle navi! Invece eccomi qui, recidivo come sempre nell’additare next big thing del 2011, addirittura! Sì perchè di Anna Calvi si conosce appena la data di uscita del suo album d’esordio, che sarà pubblicato dalla Domino Records il 17 gennaio 2011, ma poco altro.
Manca ancora un mese al “ballo delle debuttanti” eppure secondo la BBC Sound of Anna sarà uno dei 15 artisti più importanti del 2011.

Anna Calvi è cantante, compositrice e chitarrista, Brian Eno l’ha definita come come “la cosa migliore dopo Patti Smith”, Nick Cave l’adora e l’ha voluta come apertura nell’ultimo tour europeo. Lei si disimpegna bene, cimentandosi senza troppo imbarazzo con Jezebel, brano portato alla ribalta prima di lei da Edit Piaf e rispondendo ai complimenti senza il minimo rossore.

Un intensità vicina alla Beth Gibbons che abbiamo amato in Out Of Season, il fantastico disco con Rustin Man, una sensualità (quasi) degna di Nico e un sound sontuoso e barocco, jazzato quanto basta. Emozionante.

Anna Calvi - Moulinette (Live at The Luminaire)

Four Tet, There is Love in You

Pubblicato da: Fran il 3 marzo 2010 | Categoria: Indietronica | 4 Commenti »

Anticonformista per natura, me ne vergognerò forse un po’, ma mi allineo pecorosamente al coro di voci entusiaste che dalla rete sta innalzando There is Love in You, il nuovo album di Four Tet.

Kieran Hebden (aka Four Tet) torna con un disco in studio a cinque anni di distanza da Everything Ecstatic. Fra l’uno e l’altro, tante collaborazioni, con Radiohead, Madvillain, Burial e non ultimo Steve Reid, il leggendario batterista newyorkese con cui ha registrato quattro album di jazz dal vivo.

Nato artisticamente fra i sobborghi del post-rock a inizio anni ’90, le linee di fuga disegnate da quest’architetto del suono minimalista, concorrono tutte verso una bellezza nichilista: presente e concretizzata nei suoi solchi. Nessun karma, nessuna ricompensa, nessuna resurrezione nei beat di Four Tet. L’estetica va celebrata oggi e i dischi di Keiran sono un ottimo punto di partenza.

Mi piace pensare che ci sia un po’ di IDM in più (Love Cry) e che a ben sentire si riconosca un suono meno sporco e pulviscolarizzato. Il disco spazia dalla techno ambient (Circling) per arrivare al pop (Sing). I samplers vocali in Angel Echoes, sono forse uno degli incipit più sexy di sempre.


Robert Wyatt, Cosmicopera

Pubblicato da: Fran il 19 novembre 2007 | Categoria: Free Jazz | 1 Commento »

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Robert Wyatt è il fondatore e batterista di uno dei gruppi di Rock Progressivo più influenti nella storia della musica rock: i Soft Machine. 7 anni dopo aver fondato i Soft Machine, nel 1973, Robert durante un festino cade dal 3° di un palazzo e rimane paralizzato dalla vita in giù.

L’incidente lo prova duramente, nell’animo e nell’approccio alla musica e al suo strumento in particolare. Da lì in avanti comincia la sua carriera solista, il debutto post-incidente lo incide addirittura durante il periodo di riabilitazione, è il magnifico Rock Bottom. La musica del Wyatt solista è a dir poco inclassificabile, rock progressivo, free jazz, musica etnica, tantissime sono le influenze che convivono nelle incisioni del musicista di Canterbury. Cosmicopera è sicuramente un disco più leggero e meno denso di Cuckooland, più lucente in qualche modo più allegro.

Forse anche da questo il significato del titolo. In realtà tutto si può dire di Wyatt tranne che sia un tipo allegro. Interessante, meditativo, filosofico, cupo, ironico, profondo… tutto tranne che allegro. Il disco è diviso in 3 atti: Lost in Noise, The Here and The Now e Away with the Fairies. La divisione, simil formato vinilico, forse tradisce una velata nostalgia all’epoca in cui i dischi venivano concepiti in maniera organica e incisi per essere ascoltati interamente.

Cosmicopera è stato prodotto e arrangiato da Wyatt, registrato in casa di Robert in Louth, con session men che lo stesso Wyatt considera amici e il cui apporto e tracciabile durante l’ascolto del disco. Il musicista, come sempre, fa di necessità virtù e i mezzi espressivi che ha a disposizione vengono esaltati risultando un sound unico. I piatti della batteria, gli strumenti a fiato, la modulazione della voce trattata come uno strumento danno corpo a una visione della musica da una prospettiva “altra”. Il linguaggio musicale di Wyatt apre all’ascoltatore nuovi paesaggi sonori non convenzionali, spiazzanti, ma sempre oggettivamente belli. Cosmicopera non è certo Cuckooland, Shleep e tanto meno Rock Bottom, ma l’ascolto è caldamente consigliato e soprattutto, per chi ancora non lo conoscesse, l’avvicinamento è dobbligo.