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Four Tet, There is Love in You

Pubblicato da: Fran il 3 marzo 2010 | Categoria: Indietronica | 4 Commenti »

Anticonformista per natura, me ne vergognerò forse un po’, ma mi allineo pecorosamente al coro di voci entusiaste che dalla rete sta innalzando There is Love in You, il nuovo album di Four Tet.

Kieran Hebden (aka Four Tet) torna con un disco in studio a cinque anni di distanza da Everything Ecstatic. Fra l’uno e l’altro, tante collaborazioni, con Radiohead, Madvillain, Burial e non ultimo Steve Reid, il leggendario batterista newyorkese con cui ha registrato quattro album di jazz dal vivo.

Nato artisticamente fra i sobborghi del post-rock a inizio anni ’90, le linee di fuga disegnate da quest’architetto del suono minimalista, concorrono tutte verso una bellezza nichilista: presente e concretizzata nei suoi solchi. Nessun karma, nessuna ricompensa, nessuna resurrezione nei beat di Four Tet. L’estetica va celebrata oggi e i dischi di Keiran sono un ottimo punto di partenza.

Mi piace pensare che ci sia un po’ di IDM in più (Love Cry) e che a ben sentire si riconosca un suono meno sporco e pulviscolarizzato. Il disco spazia dalla techno ambient (Circling) per arrivare al pop (Sing). I samplers vocali in Angel Echoes, sono forse uno degli incipit più sexy di sempre.


Kieran Hebden/Steve Reid, Tongues

Pubblicato da: Fran il 19 aprile 2007 | Categoria: Indietronica | 5 Commenti »

Se nel 2006 l’acquisto di dischi è sceso del 10,5% mentre il mio personale è aumentato, seppure dello 1,5%, un motivo deve pur esserci. A prescindere dalle elucubrazioni sullo stato globale del ciddì come supporto in fase di abbandono (sigh! io riesumerei persino il vinile), una motivo potrebbe esere l’inclusione nel mio “basket shop” dei generi “elettronica” e “jazz”.

Kieran Hebden, lo ricorderanno in pochi alla guida del gruppo post-rock Fridge, è molto più conosciuto con lo pseudonimo di Four Tet. Kieran ha scelto di usare il nome di battesimo in firma a questa nuova esperienza discografica una e trina, al fianco del navigato batterista Jazz Steve Reid. Tongues è il terzo terzo parto di una serie di accese performace live, che hanno visto il variegato duo condividere i medesimi palchi infuocati.

Tongues, tuttavia, è quanto più lontano possiamo immaginare dai suoi fratelloni maggiori: The Exchange Session Vol. 1 e 2. Chi si aspettava qualcosa di simile è rimasto deluso, se i capitoli precedenti presentavano non più di 3 lunghe tracce a testa, Tongues raccoglie gli episodi più “pop” (entro i limiti del contesto in cui ci troviamo) e accessibili. Si comincia con atmosfere albeggianti in slow motion, quasi ripescate dai migliori Roxy Music (un tributo a Eno?). Poi il consueto stravolgimento “Kieraniano”: Hebden palesa ancora una volta la sua vera natura di distruttore di musica, e costruttore di rumori.

Il suo synth-pop ora è un singhiozzo di elettronica, ora un rutto sintetico e poi una lenta digestione. Tongues è la rivincita showbiz di R2-D2 (si proprio lui, il robottino di guerre stellari, dei due quello intelligente che manometteva le serrature), tutto il disco non è nient’altro che una registrazione in lingua robotronica (ascoltare Rhythm Dance per credere).

I più convenzionali potrebbero rabbrividire, gli affezzionati parleranno di un disco annacquato, ma per me è semplicemente il migliore dei tre. Gli ossessivo compulsivi (e mi metto in prima fila) hanno finalmente una colonna sonora per le abitudinarie apnee celebrali fissando il nulla. E forse Kieran ha finalmente trovato quello che cercava in campionatori, samples e drum machines: un batterista jazz. Potevate dirlo subito!