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Sonic Youth, Sonic Nurse

Pubblicato da: Fran il 3 giugno 2004 | Categoria: Noise | 0 Commenti »

Si sa, quando una buona storia supera i confini della memoria, travalica il confine storico e diviene leggenda. Questo avviene anche nella musica ed è il caso dei Sonic Youth che incidono cose fantastiche da circa 23 anni. I loro dischi fanno parte degli “imperdibili” della musica rock, la storia della loro formazione oggi è mito. Con questi presupposti il gruppo di New York non può che essere un cliente scomodo per ogni recensore, e non può che trovare nel compiacimento di se stesso il primo pericolo all’entrata in studio.

Di questo disco tutto si potrebbe dire, e per citare Salvatores “una vita sola non basta, troppe idee, progetti, cose da fare….”. Tante parole si potrebbero spendere e forse non riuscirei ugualmente nell’intento. Dovendo da qualche parte cominciare, è doveroso puntualizzare come per i Sonic Youth non valga l’implacabile legge della svalutazione. Anche dopo 2 decenni, la qualità del collettivo rimane la stessa, il loro marchio è una garanzia d’affidabilità e i Nostri sembrano non volerne sapere di abbandonare questa “sonica giovinezza”. Pur dovendo confrontarsi ad ogni uscita con la propria fama, il passato mitico che è la loro storia disco dopo disco, di cui si parlava sopra, i nostri non sembrano avere alcun timore o pressione.

La band di Thurston Moore ritorna ad incidere per la Geffen a quasi due anni dall’ultimo più sperimentale Murray Street. Lo fa alla grande, con rinnovato gusto per i suoni più duri. Discrete infatti sono le impalcature di chitarre elettriche che sorreggono l’album e godibili i lunghi, ma ugualmente preziosi, passaggi strumentali. Ugualmente dicasi per gli spigolosi iperbolici assoli. Caratteristiche queste ultime che avvicinano ( con le dovute precauzioni ) il disco al recente A Ghost Is Born dei Wilco, con i quali i Newyorchesi hanno anche in comune la presenza nella line-up di quel geniaccio di Jim O’Rourke. Lunghe parti musicali, dicevamo, accostabili a quelle digressioni dinamiche e sciolti tipiche del Jazz, interpretati con il classico strumentario Sonico, non aspettatevi certo la “Big Band”. Se un difetto dovessimo trovare l’accusa ricadrebbe su un eccessivo manierismo, ma purtroppo non tutti i dischi escono come Daydream Nation o Evol ( solo per citarne due ).

Corposo ed armonioso il disco propone una sostanziosa partecipazione nella parte vocale di Kim Gordon, un ritorno che per i fan sa tanto di sospiro di sollievo.
Tra i brani da segnalare colpiranno sicuramente l’elettricità rock di Pattern Recognition, l’obliquità distorta “alla Pavement” di Dripping Dream, la malinconia che sa di finale in Dude Ranch Nurse simile a tratti alla The End dei Doors; la divertente Kim Gordon And Arthur Doyal Hand Cream o la conclusiva dolcezza di Peace Attack.
Che siano gli eredi dei Velvet Underground è storia vecchia, questi signori sono “SOLO” i Sonic Youth!


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