Cloud Music, ma quanto inquini?
Pubblicato da: Fran il 4 luglio 2011 | Categoria: Nerditude | 0 Commenti »
Verrebbe da pensare che fra una montagna di CD, cassette, vinili e un mare di bit, sia la sovrabbondanza di plastica ad arrecare il maggior danno ambientale ed ecologico al pianta terra, ma non è così. Dovete pensare infatti che per offrire un servizio decente di Cloud Computing, e nello specifico di Cloud Music, i vari Google Music, iCloud, Amazon Cloud Player e tutti gli altri, devono sostenere delle infrastrutture imponenti a livello di serveristica, connettività, raffreddamento delle macchine (…)
Quello che a noi non costa nulla in termini di attivazione, basta un click del mouse sul pulsante play o un touch sullo schermo dello smartphone, in realtà sottintende farm di server che producono tantissimo inquinamento, è questa la denuncia forte arrivata da una ricerca di Greenpeace.
Nel documento rilasciato da Greenpeace circa un mese fa, l’organizzazione ambientalista e pacifista ha tentato di capire i numeri che stanno dietro al Cloud Computing, scontrandosi presto però con la difficoltà di raccogliere dati attendibili a causa della mancanza di trasparenza dei colossi dell’Information Technology. “Le società It, – avverte Greenpeace – che sostengono spesso come la trasparenza sia una parte importante del loro modello di business, sono invece molto parche sui dettagli delle loro operazioni.”
Uno dei luoghi comuni più errati della nuvola è che sia sufficiente attaccarsi ad internet, aprire un foglio su Google Docs e si è già “carbon free”. Sbagliato, basti pensare che tutte le informazioni bit che produciamo ogni secondo, come mandare e ricevere email, twittare, ascoltare musica su Last.FM, YouTube o MySpace, aggiornare il nostro profilo Facebook, scaricare video, foto e così via; gravano su data center giganteschi, costituiti da intere città di server che richiedono l’1,5 – 2% della domanda mondiale di energia. E questa fame di energia cresce, di account in account, al ritmo del 12% all’anno.
Gran parte di questa energia è prodotta col carbone, la metà delle società monitorate da Greenpeace (le vedete nell’immagine qui sopra) dipendono dal carbone per un range che sta fra il 50 e l’80% del proprio fabbisogno energetico. In particolare i datacenter di Apple dipendono dal carbone per il 54,5%, quelli di Facebook per il 53,2%, quelli Ibm per il 51,6%, quelli Hp per il 49,4% e quelli di Twitter per il 45,2%.
Per intenderci, se internet fosse una nazione, occuperebbe la quinta posizione per quantità di energia consumata, subito sotto al Giappone e sopra alla Russia.
Da un lato i puristi della musica su supporto fisico si sono lanciati in improbabili decaloghi secondo cui i vecchi supporti sarebbero meno inquinanti, per svariate ragioni (alcune francamente ridicole). Ecco alcune di queste tesi riportate testualmente rispetto a come le ho lette su forum e blog d’oltreoceano.
- La musica in mp3 e quella in arrivo con il cloud computing, per essere ascoltata necessita di lettori mp3, iPod, smartphone, cuffie, costruiti con materiali decisamente inquinanti che prima o poi finiranno in discarica.
- Chi possiede un Lp raramente lo butta nella spazzatura, piuttosto lo tratta con amorevole cura per una questione di passione o magari solo di interesse, dato il valore crescente che quel bel pezzo di plastica nero ha ancora tra i collezionisti.
- Gli album sono raramente eliminati in discarica: la maggior parte sono conservati in una raccolta a causa del loro valore crescente.
- I CD sono più facili da smaltire.
- Apple iCloud è parte di una strategia per vendere più dispositivi come iPads e iPhone. Tali dispositivi prima o poi diventeranno obsoleti, o si danneggeranno irreparabilmente
- I collezionisti di vinile sono più propensi a cuore l’ambiente in generale.
Quello che penso io è che stiamo comunque parlando di Google, Apple, Amazon e IBM ovvero società che generalmente operano secondo il motto “don’t be evil” e l’utente target di questi colossi è sensibile alle tematiche riguardanti l’ambiente. Il rapporto di Greenpeace, intitolato “How Dirty Is Your Data”, non reca certo una bella pubblicità alle società che si sono lanciate nel business della nuvola. Mi aspetto un maggior impegno a proposito delle cosiddette Mitigatigation Strategy, per cui ad oggi Google si è dimostrata la più attiva. Come si può leggere a pagina 32 del report, Google merita una B per quanto riguarda questo aspetto, fra le misure intraprese esiste una filiale chiamata Google Energy che ha il compito di acquistare nel miglior modo possibile energia rinnovabile, inoltre Google ha intrapreso una road map che la porterà ad essere “Clean Energy” entro il 2030.


Ash Gray Sunday 

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