La RIAA con le spalle al muro?
Pubblicato da: Fran il 21 aprile 2010 | Categoria: Music Business | 1 Commento »
Cos’è la RIAA? Cito testualmente dalla definizione di wikipedia:
La sigla R.I.A.A. è l’acronimo dell’inglese Recording Industry Association of America, Associazione americana dei produttori discografici, fondata nel 1952, rappresenta l’industria discografica americana…
- In realtà cura per lo più gli interessi delle Big Five che da sole costituiscono il 95% del mercato: BMG, EMI, Sony Music, Universal Music e Warner. -
La RIAA è stata recentemente al centro delle controversie sullo sviluppo del peer-to-peer, l’MP3 e la condivisione di file. I suoi tentativi di difendere gli interessi delle major sono stati visti da alcuni come un comportamento lesivo sia nei confronti dei consumatori che degli artisti.
La RIAA è un’associazione americana per definizione, ma per l’influenza che è in grado di esercitare, grazie ad un comportamento lobbystico e all’appoggio di alcuni politici, le sue decisioni e il suo atteggiamento nei confronti del peer to peer sono di portata mondiale e sono da esempio per molte economie.
Ecco perchè le decisioni che vengono prese o le proposte avanzate dalla RIAA, hanno eco su tutto il web.
La politica intransigente e ottusa (nel non cogliere il cambiamento) che la RIAA ha intrapreso in questi anni, nei confronti dei John Doe downloaders più attivi, non ha portato i frutti sperati dall’associzione. Tutto questo non ha certo contribuito ad aumentare il suo grado di popolarità.
Scrivere un post contro la RIAA in un blog come questo, che tratta tematiche come musica digitale, music business, copyright … etc etc sarebbe un po’ come sparare sulla croce rossa. Troppo facile!
Per questo motivo cercherò di affrontare l’argomento da un punto di vista nuovo, quello culturale e non solo tecnologico.
L’incapacità di comprendere il cambiamento
Quello che la RIAA e l’industria musicale a livello di Major, non hanno capito è che il digitale non è un espediente dei pirati per rubare musica. La musica digitale è parte di una rivoluzione più amipia, tecnoligica, culturale e sociale.
Mancando questo passaggio, l’industria dei Media si è focalizzata nel cercare, in ogni modo, di mantenere il controllo sulla proprietà. Tutto quello che ne è uscito sono solo piccole pezze, al cospetto della breccia aperta nel muro del copyright dalla Drag & Drop Era.
Come può uno scoglio arginare il mare, cantava Battisti. Come può una piccola lobby fermare il digitale che avanza? E’ chiaro che il concetto stesso di voler mantenere delle logiche di controllo analogiche (come l’antiduplicazione, uno dei vantaggi del digitale è che duplicabile all’infinito!!!), su qualcosa di immateriale e non tangibile è antitetico.
Dall’economia della scarsità al ctrl+c ctrl+v
Creare e distribuire cd, libri o vinili è un’attività finita. Commissioni alla produzione tot copie e altrettante ne spedisci ai magazzini e da lì via ai negozi. Questo è un modello economico basato sulla scarsità, dove ci sono un tot di “colli” e il prezzo viene determinato dalle materie prime, dagli intermediari, dai proprietari ma soprattutto dal numero di persone che potrebbero essere interessate a quel prodotto.
Un MP3 un film o un eBook sono solo un’insieme di 1 e 0, transistor accesi o spenti: codice binario. I costi e i ricarichi potenzialmente potrebbero andare a 0, tolto quello che è dovuto a chi ha realizzato l’opera.
Creare una nuova copia non costa nulla e per questa generazione quello che non costa nulla è buono e giusto. Prova a togliere questo concetto dalla testa di un digital native (praticamente tutti quelli nati dopo il 1980, grossomodo), falliresti prima di cominciare.
Questo non significa che non ci sia modo per gli aritisti di essere pagati per la propria musica, assolutamente no! Solo il supporto non può più essere la moneta di scambio. Non si possono pagare 10 mp3 come se fossero un cd e fingere che non si possano duplicare o condividere, solo perchè qualcuno vuole mantenere limitato il numero delle copie e alto il prezzo di una singola copia.
Esistono alternative? Sì, ma nessuna garantisce ai “potenti” di guadagnare i miliardi che accumulavano in passato.
La RIAA con i riflettori contro, spalle al muro
Lunedì scorso (12 aprile 2010) il governo statunitense ha reso pubblico un pdf in cui si prende in considerazione l’impatto che hanno avuto sull’economia degli Stati Uniti, la pirateria musicale e quella cinematografica. Secondo questo documento, le perdite economiche causate dal peer to peer sarebbero addirittura trascurabili, alla luce di ciò diviene imbarazzante la caccia alle streghe intrapresa dalla RIAA in questi anni.
C’era da dirlo, aggiungo io, visto che il peer to peer è da sempre cosa nota, negli ambienti delle ISP anzi, è stato un traino notevole per la diffusione della banda larga in tutto il mondo. Alzi la mano chi non è passato all’ADSL esclusivamente per scaricare più velocemente musica, film e quant’altro. E questa cosa la sapevano anche i commerciali di FastWeb e Alice che ti proponevano l’amumento di banda, la sapeva la CISCO, la IBM, la sapevano proprio tutti ma c’erano ben altri interessi dietro.
Aprile 2010 la mossa della disperazione
Il colpo di coda della RIAA è arrivato pochi giorni fa e si tratta della proposta di uno spyware, ufficiale, programmato per scandagliare l’hard disk degli utenti in cerca di file musicali contraffatti, privi di un codice di certificazione. Il software si occuperebbe poi di filtrare e impedire il filesharing di questi mp3 e di effettuare denuncia automatica agli organi competenti. Bella pensata!
La RIAA ha inoltre chiesto all’Office of Intellectual Property Enforcement di sollecitare i governi degli altri Paesi ad appoggiare quest’iniziativa, ma c’è da giurarci che questa volta verrà bellamente ingnorata dal Governo USA.
Intanto ecco alcune delle iniziative lodevoli, intraprese dalla RIAA negli anni passati (ho preferito lasciare la terminologia dei comunicati ufficiali, non saprei come rendere in italiano i molti tecnicismi presenti).
- mandatory censorware on all Internet connections to interdict transfers of infringing material;
- border searches of personal media players, laptops and thumb-drives;
- international bullying to force other countries to implement the same policies;
- and free copyright enforcement provided by Fed cops and agencies (including the Department of Homeland Security!).
[L'immagine è una mia poco fantasiosa rielaborazione della serie God Kills a Kitten]


Ash Gray Sunday 

ha commentato alle 06:55 del 18 maggio 2010:
[...] a leggere direttamente il PDF. Vorrei chiarire anche un’altra cosa. Il fatto che questo e altri studi da me segnalati, riportino tutti come conclusione la relativamente bassa incidenza del Peer To Peer [...]