Se potessi avere un centesimo per ogni volta che ho citato i My Bloody Valentine in questo blog, per ciò che rappresentano o semplicemente per la cifra artistica, probabilmente avrei un caffè in omaggio, ecco perché almeno per oggi mi asterrò.
Ma veniamo alle 5 w di rito.
I Boris sono un trio giapponese dalle spiccate attitudini sperimentali, dotati di un’intelligenza artistica elastica, mai ripetitivi nello svolgimento di un plot che comunque rimane ancorato allo stoner, al drone metal, allo shoegaze, al noise e psychedelic rock. Heavy Rocks, uscito il 24 maggio per la Sargent House, è il 17esimo album in studio della band ed esce in concomitanza con Attention Please (che non ho ancora ascoltato), i due dischi rientrano in un programma di 4 uscite pianificate nell’anno 2011. I prossimi due dischi, questione di pochi mesi, saranno Klatter una collaborazione con Masami Akita (aka Merzbow) e New Album, una sorta di best of con i migliori pezzi di Attention Please e Heavy Rocks, con qualche altro inedito pure.
Atsuo (voce e batteria), Takeshi (voce e basso) e Wata (chitarra e voce) superano se stessi con riff coinvolgenti, con i consueti assoli di chitarra e con quella voce rubata all’hrad rock più energico. Il risultato è un disco “diverso”, addirittura spiazzante per chi ha conosciuto i Boris ai tempi della collaborazione con i Sunn O))) (pezzi stoner squarciati da roboanti elementi drone), era il 2006 e il disco in questione, edito dalla Southern Lord Records, s’intitolava Altar.
Nonostante la svolta, sicuramente non definitiva, visto che la poliedricità, come detto, è uno dei marchi di fabbrica del nipponico trio, il risultato è un disco che va ad inserirsi di prepotenza fra i migliori della loro discografia, assieme a Pink e Akuma No Uta.
In Heavy Rocks alle oscurità stoner e alle profondità metal (ancora in persistenza), subentra un sound sì potente, ma più netto e definito, contraddistinto da cavalcate noise, shoegaze ed epicità da prog. psichedelico.
In un inutile gioco delle parti potremmo parlare di quote paritarie fra Sonic Youth (Daydream Nation era), qualsiasi cosa dei Fu Manchu e l’accattivante sound “glitterato” degli Asobi Seksu.
Trattasi del disco più “accessibile” dei Boris, fatto quasi per piacere a tutti, che probabilmente finirà per scontentare i fans puristi della prima ora, ma che nonostante questo resta un gran bel disco. Consigliato!
I Deerhoof compiono 16 anni, diventano adolescenti e come spesso accade sbroccano di brutto. La loro ribellione li porta fuori di casa: lasciano San Francisco e la Kill Rock Stars Records; e abbandonano ogni certezza assodata su “come un disco dei Deerohoof dovrebbe suonare.”
Questo almeno a leggere certe dichiarazioni ufficiali, la notizia, la bella notizia è che il nuovo full-length è al contempo abbastanza uguale e abbastanza diverso dai dischi precedenti, per essere considerato l’ennesimo buon disco dei Deerhoof.
Deerhoof Vs Evil uscirà domani (25 gennaio 2010) per la Polyvinyl Records, dopo dieci dischi pubblicati per la casa discografica di Slim Moon.
16 anni e 10 album dopo il sound dei Deerhoof è ancora terribilmente eccitante e variegato. La band di Satomi Matsuzaki si muove come sempre fra pezzi psychedelic playful pop, dominati dall’elettronica, e tracce prevalentemente guitar oriented.
Inossidabili fautori della melodia indie-pop, a volte obliterata da martelli noise, dei Deerhoof mi ha sempre stupito l’innata capacità di comprimere certe peculiarità del prog-rock in pezzi appena sopra i 3 minuti.
Alla voce di Satomi Matsuzaki, così maliziosamente divisa fra candore e sensualità, va ancora il merito di essere il vero fil rouge delle 12 tracce.
Avanguardia e senza mezzi termini, sono da sempre e oggi più che mai, le parole d’ordine dei Deerhoof.
Ti fischiano ancora le orecchie per il concerto di ieri sera?
E’ più probabile che tu abbia inavvertitamente avviato il player qui sopra e che il fischio sia in realtà No Input: The Noise Underground, il documentario sulla musica noise underground (ma và!). Il documento è stato prodotto per un progetto scolastico della New Paltz University di New York. Riporta la notizia Synthtopia, ma in rete non si trova nient’altro. Il documentario merita, perciò: buona visione!
Ah, se sei un amante del genere ti consiglio anche di dare un’occhiata a Subsonic, suddiviso in 6 episodi su Vimeo; se invece è un libro sulla musica noise quello che cerchi, bè allora con Noisers non rimarrai certo deluso.
E’ online, in streaming su YouTube, il video del nuovo singolo dei Liars: Plaster Casts Of Everything.
Il pezzo è molto chitarristico e, sulla falsa riga del precedente (nomen omen) Drum’s Not Death, ha un’importante sezione ritmica. Lo sconcerto iniziale c’è, è indubbio, se il cantato di Agnus Andrew inizialmente ricorda le soluzioni adottate dagli ultimi Battles, l’evoluzione del pezzo è prettamente rock, indie-rock.
Tanto che la chitarra di Aaron Hemphill ricorda paurosamente quella di J.Masics (Dinosaur Jr.). Il pezzo fa da apripista al disco omonimo del gruppo newyorkese, in uscita il 20 agosto, sotto licenza della solita Mute Records. La canzone mi lascia indifferente onestamente, un po’ banalotta, soprattutto se confrontata con il disco precedente, ma il video è davvero superlativo.
Evidenti i richiami a Karma Police (Radiohead) e a Lost Highways di David Lynch, ma certe “apparizioni” mi fanno tornare alla mente persino i classici flashback Hitchcockchiani. Il video è stato diretto dal buon Patrick Daughters. Il regista californiano, laureato in cinema e psicologia, ha già vinto 3 awards e nel suo curriculum può vantare collaborazioni, oltre che con i Liars, con: Yeah Yeah Yeahs, Feist, Kings Of Leon, The Futureheads, The Shins, Bright Eyes, Death Cab For Cutie e molti altri ancora.
Altar è decisamente un figlio necessario e inevitabile di quest’epoca musicale. A ben cercare al bandolo della matassa infine scorgiamo tre distinti generi a dettar ritmi e tendenze, e mi riferisco chiaramente alla (new) new wave (maledetto il giorno che la Warner s’inventò questo termine per vendere alle famiglie americane il punk inglese), ma anche all’ indie-tronica e al fitto sottobosco noise.
Ovviamente è al noise, alla sperimentazione e al doom rock che dobbiamo rivolgerci per carpire qualcosa di questo marasma di rumori. Altar è poco più di un Ep e vede la cooperazione in studio del trio giapponese dei Boris, di matrice nettamente doom-sperimental-heavy a tinte shoegaze, con i Sun 0))) un duo dagli accenti decisamente più tenebrosi e metal.
Il disco, a scanso di equivoci, è davvero solo per gli stomaci forti, prego astenersi donne gravide, bambini sotto i 16 anni, amanti di Zucchero, il Dj di Lucignolo e Winnie The Pooh. Lo ammetto, per circa il 76,5% del disco l’impressione dominante è quella della presa per il culo, il termine è forte ma l’ onomatopea piacerebbe agli autori stessi.
In sintesi, canzoni costruite su 2 note di batteria e 2 loop di un Cyborg morente che si lamenta. A tratti nemmeno i pezzi peggiori dei Wolf Eye parrebbero più criptici. Il disco sembrerebbe provenire direttamente dalla galassia dei Borg e risulterebbe ostico persino per il capitano Picard e per il capitano Kirk. Tuttavia i Boris sono un po’ il caso “caldo” di questo mansueto 2006 e alla fine il gioco vale la candela, la formula è interessante e gli sprazzi di cielo che scorgono dietro il muro di epiche battaglie fra Cyborg e Mutanti, rimandano a migliori Liars.
Infine un paio di pezzi che fanano così tanto “shogaze per adolescenti depressi” come Fried Eagle Mind e The Sinking Belle (Blue Sheep), valgono da soli davvero l’ acquisto e sono la salvezza di un disco che comunque vada non passerà inosservato. Direttamente da un film di Linch, solo per Ulisse, Dante e per gli esploratori della galassia. The Sinking Belle (Blue Sheep) è forse la canzone dell’anno!