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Amazon Cloud Player e Amazon Cloud Drive sono arrivati, gli altri che fanno?

Pubblicato da: Fran il 10 maggio 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Per usare una metafora bellica già utilizzata qualche mese fa da un noto allenatore portoghese, potremmo dire che Google e Apple, nel campo di battaglia della cloud music, stanno tentando da mesi l’uno di impressionare l’altro rumoreggiando con le armi. Amazon invece, sempre per rimanere in metafora, si è avvicinato alle spalle del nemico, silenzioso come un ninja, brandendo il pugnale.

Sì perché Amazon da fine marzo ha lanciato Amazon Cloud Drive e Amazon Cloud Player. Il primo è disponibile anche in Italia e rappresenta un ottimo servizio di storage online con 5 gigabyte di spazio web gratuito più backup, i gigabyte potrebbero addirittura diventare 20 in caso di acquisto di un album nel Amazon MP3 Store, entro il 31 gennaio 2011 (l’offerta vale solo per gli utenti statunitensi).
Cloud Player, per ora disponibile solo negli States, è un’applicazione di riproduzione audio streaming che permette di ascoltare i brani precedente uploadati su Cloud Drive o acquistati su Amazon MP3 Store in qualsiasi pc.

Come si legge dalle pagine ufficiali, i due servizi permetteranno di: 1. comprare musica nell’mp3 store di Amazon e caricarla sul Cloud Drive con un click; 2. ascoltare i brani su qualsiasi dispositivo, vista la compatibilità di Cloud Player con Internet Explorer, Firefox, Chrome e Safari; 3. caricare brani direttamente dalla propria libreria, magari anche piratati; 4. ascoltare musica su mobile grazie all’app ufficiale, per ora disponibile a tutti su Android e parzialmente testato in America anche su iPad e iPhone 3GS.

Quando in italia?

Non esistono date precise o dichiarazioni ufficiali sul lancio di Cloud Player in Italia, ma la recente promozione di Amzon Mp3 Store IT, che ha lanciato 200 brani (26 dei quali presenti nell’attuale top 40 americana) con uno sconto del 30%, fa ben sperare. L’offerta speciale infatti potrebbe essere sia un esperimento per valutare l’interesse del prodotto da parte dell’utenza italiana, che il tentativo di conquistare una base di utenti maggiore in vista del lancio di Cloud Player anche in Italia.

Apple e Goolge che fanno?

Nelle ultime settimane i rumors in rete si stano facendo sempre più fitti. Apple avrebbe già firmato accordi con 2 delle 4 principali case discografiche fra cui anche la Warner Music. Un’altra fonte riferisce che anche l’accordo con EMI e Sony è vicino.
Inoltre dopo l’involontaria anteprima di Google Music, qualcuno è riuscito a fotografare addirittura il nuovo Apple data center in North Carolina, che si dice gestirà il servizio cloud di iTunes.

Google infine, secondo fonti vicine, sarebbe talmente frustrato dai colloqui con le etichette che starebbe pensando di stringere partnership con diversi servizi già esistenti come Spotify.


Uccidere Sarah Connor per salvare la musica

Pubblicato da: Fran il 20 aprile 2011 | Categoria: Music Business | 2 Commenti »

Una buona idea per salvare la musica potrebbe essere quella di spedire un cyborg indietro nel tempo e uccidere Sean Parker prima che inventi Napster, perché secondo le stime che vedete nell’immagine a fondo pagina se non ci fosse stato Sean Parker oggi le vendite di musica andrebbero benissimo.

Ah, l’unica controindicazione potrebbe essere che poi bisognerebbe far fuori anche Hendrik Breitkreuz (ideatore di eMule), Bram Cohen (lo sviluppatore del protocollo Bit Torrent), Richard Jones (sviluppatore di Audioscrobbler che poi fu acquisito da Last.FM), Chad Hurley/Steve Chen/Jawed Karim (fondatori di YouTube) … e tanta altra gente, ma la freccetta delle vendite poi tornerebbe a spiccare verso l’alto, come si vede dal grafico.
Certo a voler risparmiare cyborg e pallottole basterebbe concentrarsi su Tim Berners-Lee e Sarah Connor. Il primo perché ha convenzionalmente “inventato” internet, la seconda perché poi suo figlio, anni dopo, scoprirebbe come distruggere i cyborg e il piano di cui sopra andrebbe alle ortiche e le vendite tornerebbero a languire, come si vede sempre dal grafico.

Sarcasmo a parte, il grafico assurdo che vedete qui sotto, che vuole significare che senza Napster & Co. oggi l’industria musicale starebbe benissimo (???), fa parte della documentazione ufficiale relativa al processo che l’industria discografica ha intrapreso da quasi un’anno (se non ricordo male) contro LimeWire.

Gli ultimi aggiornamenti a proposito di questo processo, sono rimbalzati di blog in blog nelle ultime settimane, ho trovato questo post particolarmente interessante, ve lo riporto.
Le etichette discografiche hanno segnato una vittoria nel contenzioso facendo in modo che un giudice federale newyorkese concordasse sul fatto che queste (le case discografiche) sono autorizzate a ottenere danni legali anche per ogni singola canzone scaricata anziché per album intero. Le etichette si stanno preparando per l’imminente processo, il prossimo mese, introducendo una disputa sul perché meritano i danni legali.

Ad inizio mese (aprile 2011), il giudice Kimba Wood ha emesso la sua ultima sentenza. I querelanti hanno identificato 9.715 “sound recordings infringed” (uso le parole esatte per non riportare imprecisioni nella traduzione, ma si capisce benissimo a cosa si riferiscono) sul sistema LimeWire. I danni possono arrivare a 150.000 $ a “opera”, ma il giudice Wood deve ancora capire cosa costituisce un’ “opera”.

LimeWire ha sostenuto che quando un’etichetta rende disponibile un particolare “sound recording” come parte di un album, dovrebbe solo recuperare un risarcimento per danni legali per tutti i “sound recording” contenuti in quell’album. Il giudice Wood non era d’accordo, sostenendo che le tracce individuali rappresentano “opere separate”, anche se sono rilasciate “insieme come album”.

Come conseguenza alla sentenza, il conto sui danni di LimeWire potrebbe superare i dieci, o forse anche i cento miliardi di dollari.

L’industria discografica sostiene di meritare il massimo dei danni. In un compendio del processo, le etichette presagiscono il dibattito di apertura che faranno di fronte alla giuria: “L’evidenza dimostrerà che c’è stato un declino di 55 miliardi di $ nei ricavi dell’industria discografica nell’ultima decade. I Querelanti e gli Imputati sono in disaccordo sul fatto che il filesharing di massa attraverso i servizi peer-to-peer sia stata la primaria causa di questo declino (posizione dei Querelanti), o semplicemente una delle diverse cause (posizione degli Imputati). Ma anche se LimeWire avesse causato solo una frazione di questo declino, i danni dei Querelanti rientrerebbero comunque nei miliardi di dollari. I Querelanti offriranno prove al processo dimostrando che più di una frazione di questo danno è stata causata da LimeWire”.

L’industria poi rimarca come LimeWire fosse il più popolare programma di filesharing, scaricato più di 150 milioni di volte, come sia stato utilizzato “straordinariamente” per il filesharing illegale causando un “incredibile quantità di danni”. Per i più inclini all’infografica, l’industria discografica adorna il suo compendio del processo con il grafico qui sopra (assurdo n.d.a.) che di sicuro sarà ingrandito di molto e collocato in un cartellone pubblicitario di fronte alla giuria!

Che dire, si rasenta il ridicolo.


Google Music cloud service in anteprima

Pubblicato da: Fran il 7 aprile 2011 | Categoria: Music Business | 1 Commento »

Mentre tutti si stavano chiedono se il cloud player di Amazon diventerà il terzo incomodo fra Google e Apple; mentre Apple acquistava 12 petabyte di storage scale-out (circa di 12 milioni di Gigabyte) per iTunes; a Google è scappato un Ops! in diretta web, che ha mostrato per qualche secondo una preview di come sarà Android Music 3.0 con il cloud service Google Music incorporato.

La vouyeristica anteprima si è palesata, per combinazione o per malizia non è dato sapere, ad uno dei ragazzi di Tech From 10 che, durante un aggiornamento di routine all’Android Market, si è trovato di fronte ad una beta version con tante applicazioni ancora inedite e molte altre già note, ma taggate come “test”. Tutto è stato accuratamente documentato qui.

Fra le app in beta testing era presente anche Android Music alla versione 3.0, che è stata prontamente scaricata ed installata. Android Music 3.0, dicono i ragazzi di Tech From 10, è molto meglio dell’attuale lettore alla versione 2.3.
La versione 3.0 avrà effetti grafici curati simili alla gallery inclusa in Android 2.1, con pop-up, sfondi dinamici e animazioni accattivanti. Inoltre, e qui arriva la parte interessante, includerà il servizio cloud di Google Music, anche se al momento del test gli autori del post hanno trovato l’accesso sbarrato.

Grandi novità dunque, oltre agli screenshot inediti che vedete qui sopra, ecco una grande e decisa conferma a tutti quei rumors che negli ultimi giorni si stavano facendo più pressanti: Google Music sta arrivando!


L’ascolto di musica cloud based crescerà del 95% ogni anno

Pubblicato da: Fran il 25 marzo 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Premetto che non sono un patito di numeri. Credo che una persona sufficientemente intelligente possa ricavare da una serie di numeri sia una considerazione che il suo esatto opposto, a seconda di quello che gli è più comodo. Quindi, a che pro?
Prendete questo dato: lo streaming cloud based crescerà del 95% ogni anno, dal 2011 al 2016. Che significa? Semplice, significa che lo streaming cloud based crescerà del 95% ogni anno, dal 2011 al 2016. Tutto il resto sono speculazioni: gli artisti ci guadagneranno o meno? farsi conoscere sarà più facile? gli intermediari che fine faranno? Chi può dirlo!

Detto ciò, ecco un post della serie “così l’ho trovato, così ve lo riporto” prendetelo come viene. La cosa che voglio sottolineare è che prima o poi dovrà uscire pure una web application, degna di questo nome, adatta ad ascoltare musica on cloud, ecchecazzo!

La ricerca

Uno studio condotto da ABI Research stima che entro il 2016 l’ascolto in streaming (cloud based) sarà il mezzo principale attraverso cui ascolteremo musica, supererà persino il possesso fisico dei file o dei dischi. Questo cambiamento sarà principalmente veicolato dal crescente uso di telefoni cellulari (specialmente degli smartphone) come dispositivi di ascolto. (Ad esempio io ho sostituito il Creative Zen con il cellulare perché così posso avere lo scrobbling su Last FM, che malato! n.d.a.)

“Il numero di abbonati ai servizi di mobile music in streaming si avvicinerà a 5,9 milioni entro la fine di quest’anno”, dice l’analista industriale Aapo Markkanen. “ABI Research ritiene che il numero supererà i 161 milioni di abbonati nel 2016, il che significa un tasso di crescita annuo del 95% o quasi. Già nel 2012 l’area Asiatica diventerà il più grande mercato per la musica in streaming su dispositivi mobile”.

Chi ci guadagnerà?

Tutto ciò andrà a vantaggio dei consumatori, ma anche dei venditori e dei fornitori di servizi che permetteranno ai vari Rhapsody, Last.FM e Spotify di proliferare. Le etichette discografiche, la cui attività è stata scosse dalla pirateria, avranno la possibilità di monetizzare un consumo che altrimenti esulerebbe dal proprio controllo. Gli artisti avranno il classico rovescio della medaglia: sarà più difficile guadagnarsi da vivere con la vendita di musica, ma gli ostacoli legati alla distribuzione della stessa diminuiranno ancor di più.

Sarà economica se diminuiranno le royalty

I prezzi per la cloud music si dovrebbero abbassare man mano che aumenterà la richiesta. “Le previsioni sui prezzi si basano sul presupposto che i detentori dei diritti dovranno ridurre le royalty. Del resto se i consumatori non avranno alternative legali convenienti nella cloud music, semplicemente continueranno a godersi la loro musica con altri mezzi.” (leggasi pirateria n.d.a.)


Perché gli Arcade Fire hanno meritato il premio Album Of The Year

Pubblicato da: Fran il 9 marzo 2011 | Categoria: Music Business | 3 Commenti »

Qualche mese fa molti hanno speso 140 caratteri per chiedersi su twitter “chi cazzo fossero ‘sti Arcade Fire”, qualcun’altro evidentemente più abbiente economicamente, ha preferito comprare un’intera pagina del Sunday New York Times e dilungarsi maggiormente sulla questione.
In risposta a quel pezzo apparso sul Sunday New York Times, Musformation ha pubblicato questo post, sul perché gli Arcade Fire hanno meritato il premio Album Of The Year, vi riporto una traduzione integrale di quel post. Buona lettura.

Come forse avete già sentito, il responsabile marketing un’importante etichetta degna di lode, che risponde al nome di Steve Stoute, è uscito con un’intera pagina pubblicitaria sul Sunday New York Times (al prezzo di circa 40.000 $), in cui sferra un’invettiva sul fatto che gli Arcade Fire hanno vinto l’Album of the Year superando artisti mainstream come Eminem e Katy Perry. Steve Stoute si è lamentato perché l’industria musicale non ha funzionato nel solito metodo “a colpi di mazzette” e non ha premiato gli artisti utilizzano i loro molti soldi per incrementare la propria popolarità.
Stoute sostiene che, “Usare i nomi di Eminem, Kanye West o Justin Bieber nel cartellone per assicurare la visibilità e per ottenere gli ascolti fin troppo importanti per i pubblicitari”, potrebbe anche significare che loro ricevono una ricompensa per questa situazione. Un concetto sconcertante per la maggior parte di noi egualitari, che ci entusiasmiamo all’idea che il business della musica si stia movendo in una direzione in cui il denaro non compra il merito e i premi. La lettera rinforza poi l’idea dei dirigenti delle etichette come dei nababbi che si indispettiscono quando il denaro non fa ottenere i risultati che vorrebbero, cioè trofei sui loro scaffali.

Ecco la tesi principale di Stout: “Sono giunto alla conclusione che i Grammy Awards hanno chiaramente perso contatto con la cultura popolare contemporanea”.

Un’idea che ha fatto morir dal ridere la maggioranza di noi, dal momento che abbiamo pensato la stessa cosa fino all’ultima premiazione dei Grammy Awards. Per un po’di tempo, la maggior parte di noi aveva lamentato il bizzarro modo in cui i Grammy decidevano a chi assegnare i loro premi. Invece di focalizzarsi su quali artisti avessero contribuito in modo rilevante alla comunità musicale, hanno piuttosto ricompensato nomi della propria “famiglia” e artisti antiquati.

Quest’anno abbiamo però visto emergere un nuovo modello. I Grammy hanno scelto di onorare un album che avrà un impatto culturale negli anni a venire. Quando hanno vinto gli Arcade Fire, finalmente abbiamo sentito che i Grammy hanno fatto la cosa giusta per la prima volta dopo anni. Anche se io non apprezzo personalmente l’ultimo album degli Arcade Fire (mentre a mia madre sessantenne piace!), non si può discutere sul fatto che non abbiano creato un disco che delineerà la cultura degli anni futuri, molto più di Eminem, Katy Perry o Lady Anteguerra (non voglio arrivare a screditale Lady GaGa, dal momento che non c’è dubbio che lei è riuscita comunque a fare qualcosa di creativo e ha modellato la musica a suo modo, ma è pur stata pesantemente ricompensata per la versione originale del suo disco ai Grammy del 2010).

Per capire perché la decisione dei Grammy è stata così intelligente dovete capire cosa hanno fatto di diverso gli Arcade Fire con The Suburbs. In questo video potete vedere l’uso delle tecnologia Podcast multi-media incorporata nel popolare formato album di Apple iTunes, che ha cambiato l’esperienza dell’album digitale in un modo in cui nessuno aveva fatto in tanto tempo. Nel collegare i link di Wikipedia e i testi al disco in un un’unica e nuova esperienza per i fan, il gruppo ha dato agli ascoltatori un nuovo modo di capire il messaggio dietro al disco. Il gruppo ha anche impiegato un interessante metodo di masterizzazione comprimendo il disco in 12” individuali per catturare il carattere del vinile e facendolo uscire come versione digitale, così tutti i loro fan avrebbero potuto fare esperienza di cosa il suono del formato LP avrebbe portato al disco stesso. Per non parlare dell’impiego di video interattivi che spostano i limiti come nessuno degli altri artisti per questa nomination ha fatto (GaGa a parte). Nel contempo, facendo tutto questo con un budget da etichetta indie e usando innumerevoli tecniche di marketing non convenzionale per farsi notare e debuttare al #1 delle classifiche.

I veri fan della musica amano pensare che gli artisti che si accingono a prendere questi premi siano artisti che verranno ricordati negli anni a venire. I Grammy hanno fatto un atto di fede nell’ipotizzare che Justin Bieber avrebbe percorso probabilmente la strada di Tiffany, Hanson o dei Backstreet Boys, ovvero gruppi che non esistono più. La Storia comunque sarà il giudice di tutto questo, ma ciò che possiamo dire è che nessuno aveva mai creato un’esperienza di album più innovativa e memorabile e stimolante nel mainstream, quest’anno, più di The Suburbs. I Grammy hanno ricompensato loro piuttosto che un altro artista che sarebbe scomparso nell’oscurità televisiva o diventato un bluff della serie “Che fine hanno fatto?”.