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Facebook Music in arrivo (ecco le prove!)

Pubblicato da: Fran il 13 luglio 2011 | Categoria: Music Business, Social Network | 0 Commenti »

Facebook Music arriverà probabilmente ad agosto (in concomitanza con la f8 Conference), sarà disponibile inizialmente solo negli States e si chiamerà Facebook Vibes (forse).

Se ne parla già da un mese di Facebook Music, dopo gli inequivocabili accordi stipulati con diversi servizi di musica in streaming, tra i quali spicca Spotify (il cui archivio comprende oltre 13 milioni di brani), e con altrettante start-up per la condivisione di musica online come Turntable e Soundcloud.

Facebook Music si presenterà come un vero e proprio lettore musicale che entrerà a far parte dell’interfaccia del social network di Zuckerberg. Come funzioni di base Facebook Music metterà a disposizione degli utenti la possibilità di creare delle playlist, la riproduzione dei brani preferiti, segnalazioni, suggerimenti e condivisioni da parte dei propri amici, e la possibilità di collegare gli ascolti con le notifiche di stato, come avviene già con link e video.
A quanto pare dovremo abituarci ad avere su Facebook i tasti Start, Pause e Stop.

Quando uscirà Facebook Music?

I più lungimiranti si erano sbilanciati pronosticando l’uscita di Facebook Music per l’estate 2011, qualcuno (e io sono uno di quelli) è pronto a scommettere che comparirà magicamente in tempo per la f8 Conference: l’incontro di Facebook dedicato allo sviluppo e alla programmazione di nuove tecnologie social che si terrà ad agosto 2011.
La cosa certa è che l’uscita di questa funzionalità avverrà prima negli Stati Uniti, poi negli altri paesi, e poi in Italia.

Ad alimentare i rumors ci hanno pensato le poche linee di codice contenute nel plugin che gli utenti devono scaricare per poter video chiamare in Facebook (dopo l’accordo con Skype, ora tramite Facebook si può pure video chiamare). Nel codice sorgente di Facebook sono comparse alcune linee inequivocabili (esattamente com’era successo a Google con l’involontaria anteprima di Google Music):

if (paramString.equals(“com.facebook.peep”))
return this.window.getMember(“VideoChatPlugin”);
if (paramString.equals(“com.facebook.vibes“))
{return this.window.getMember(“MusicDownloadDialog“);}

Il cammino è segnato.

(via Zio Geek)


YouTube is killing Piracy

Pubblicato da: Fran il 7 giugno 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »


Hometaping is killing Music
Mp3 Industry is Killing Hometaping
Vynil is Killing Mp3 Industry
Streaming is Killing Mp3 Industry
YouTube is killing Piracy

Proseguono i post-inchiesta sul mondo della musica, per la serie “who’s killing who“, il metodo d’indagine è lo stesso con cui vengono prese certe decisioni nei piani alti: apparentemente a caso, ma poi infondo proprio a caso.

L’industria ha sempre sostenuto che è impossibile competere con qualcosa che si può avere gratis (non rubare, ma copiare). Piangendo su quest’apparentemente insormontabile ostacolo sì è perso di vista l’obbiettivo.
In appena 15 anni, internet e la “rivoluzione Mp3″, hanno ridefinito le abitudini di consumo degli amanti della musica, portando una buona fetta degli appassionati storici verso la pirateria consapevole e i nuovi fruitori di musica direttamente alla pirateria inconsapevole (ricordi questo post?). Da qualche mese (probabilmente ormai già da qualche anno) c’è un altro grande cambiamento, che potrebbe avere un impatto ancora maggiore sul settore della musica, è YouTube.

Per molte persone YouTube rappresenta una fonte primaria di fruizione della musica e secondo molti analisti toglierebbe l’incentivo alla pirateria, del resto abbiamo già visto in questo post come il possesso dei file sul proprio hard disk sia un esigenza sempre meno avvertita. Questo tipo di “pubblico” ha una grande varietà di opzioni legali, e il mezzo scelto dalla maggior parte delle persone sembra essere YouTube. Per le nuove generazioni questo trend sarà crescente, in un mondo dove la musica, come l’acqua, scorre libera attraverso internet e scaturisce da sorgenti come YouTube a che servono i file? (dico questo oggi con maggior convinzione, visto che è di ieri la notizia del lancio di iCloud)

Per quanto riguarda le etichette discografiche, sono felici anche loro? Questa non è una domanda facile, ma la Music Chief Financial Officer di EMI Paul Kahn ha sostenuto (pdf), durante il processo a LimeWire, che la sua etichetta ottiene un mezzo penny per ogni visualizzazione su YouTube.

Se guardiamo a David Guetta, uno degli artisti EMI, vediamo che i suoi video su YouTube sono stati visti 308 milioni di volte nel corso degli ultimi 12 mesi. Ciò significa: 1,54 milioni dollari di fatturato, per un solo artista. Per fare un confronto sommario con le vendite “fisiche” è come se Guetta ed Emi avessero venduto oltre 2 milioni di singoli (come Get Back dei Beatles o What’s Going On di Marvin Gaye – tanto per dire che anche BillBoard dovrebbe rivedere qualcosa).

E il fenomeno YouTube appare in crescita, si parla di 1,7 miliardi di views mensili, e questo numero sta crescendo rapidamente. Negli ultimi 12 mesi solo Universal
ha triplicato il numero di visualizzazioni.

Il successo di YouTube va a scapito della pirateria musicale, rappresentando un modello alternativo (bravi Googlers), e in effetti il numero di persone che condividere musica su BitTorrent sembra essere in clao a causa di queste e di altre alternative. Ciò significa che i downloaders più casual hanno trovato un’altra soluzione su YouTube e in altri servizi di streaming.

Ad ogni modo questa è sempre una magra consolazione per l’industria basata sulle vendite effettive di musica registrata che per anni ha affermato che “la musica gratis” su siti pirata causano miliardi di perdite, YouTube continuerà ad avere un effetto simile, seppure generando introiti per le etichette.

(ispirato da questo post)


Pirateria, ecco i paesi osservati speciali dagli USA

Pubblicato da: Fran il 1 giugno 2011 | Categoria: Music Business | 1 Commento »

Lo Special 301 Report è una revisione annuale sullo stato globale dei diritti di proprietà intellettuale (da ora in avanti DPI), che l’ufficio degli Stati Uniti denominato Trade Representative (USTR) conduce ai sensi della sezione 182 del Trade Act del 1974. La relazione ufficiale, che trovate qui, ha il compito di proteggere e incoraggiare che vengano protetti in tutto il mondo i DPI (riguarda tutto il pianeta poiché certe politiche cinesi potrebbero pure essere ingiustamente a svantaggio dei titolari dei diritti che magari sono statunitensi).
Il documento ufficiale che vi ho linkato identifica una vasta gamma di problemi, che vanno al di là della pirateria digitale online di musica, film e videogiochi; vengono trattati ad esempio anche problemi relativi alla contraffazione di marchi di moda famosi, ovviamente in questo post riporterò solo i dati che più ci interessano.

Il fine ultimo è quello di stilare una Watch List o lista di controllo per negoziare un piano d’azione bilaterale volto a rimuovere situazioni lesive nei confronti dei DPI.

Da off a online

“[...] la maggiore disponibilità di connessioni Internet a banda larga in tutto il mondo sta generando molte benefici, da un aumento dell’attività economica e dei nuovi modelli di business on-line e maggiore scambio di informazioni. Tuttavia, questo fenomeno ha anche reso Internet un veicolo efficace per la diffusione di prodotti che violano il copyright.”

Cito ancora testualmente “[...] la pirateria su Internet è un problema significativo per quanto riguarda un certo numero di partner commerciali (degli Stati Uniti n.d.a.), tra Brasile, Canada, Cina, India, Italia, Russia, Spagna e Ucraina.”

“[...] Per favorire un’azione forte contro la pirateria su Internet, gli Stati Uniti cercheranno di lavorare con: Argentina, Bielorussia, Brasile, Brunei, Canada, Colombia, India, Italia, Malesia, Messico, Filippine, Romania, Russia, Spagna, Tailandia, Turchia, Ucraina, Venezuela e Vietnam. In particolare, gli Stati Uniti incoraggeranno i partner commerciali a mettere in pratica i trattati Internet dell’OMPI.
[...] Anche se la pirateria su Internet sta rapidamente soppiantando la pirateria fisica in molti mercati di tutto il mondo, la produzione e il commercio di dischi pirata restano grossi problemi in molte nazioni.”

Pirateria online

“[...] La pirateria su Internet in Cina continua ad essere fonte di preoccupazione e di pregiudizio per il diritto d’autore e per le industrie degli Stati Uniti. Si stima che ci sono 457 milioni di utenti Internet in Cina, il doppio rispetto ai 223 milioni di utenti negli Stati Uniti, e il 99% di tutta la musica scaricata in Cina è illegale. Tuttavia, ci sono stati dei segnali di progresso in questo settore. Diversi siti web, tra cui VeryCD, qishi.com 5474.com sono stati chiusi. [...] I maggiori progressi sembrano esserci nel settore del video streaming: Youku.com e Toudu.com sono entrati in accordi di licenza con i principali studios americani per lo streaming i propri filmati e programmi televisivi, dando così inizio a spostare il loro modello di business dall’offrire contenuti piratati a fornire legittimamente contenuti con licenza. Gli Stati Uniti sono incoraggiati anche dalle voci che circolano su Baidu, recentemente inserita per il quinto anno consecutivo nella relazione USTR Notorious Mercati, ovvero che Baidu lancerà una servizio musicale sotto licenza al più presto. [...]”

Osservati speciali

Il documento presenta anche due liste di paesi sotto osservazione, discriminate da un diverso grado di priorità. C’è una Priority Watch List e una Watch List semplice. L’italia compare nella lista meno “urgente”.

Priority Watch List
China
Russia
Algeria
Argentina
Chile
Canada
India
Indonesia
Israel
Pakistan
Thailand
Venezuela

Watch List
Belarus
Bolivia
Brazil
Brunei
Colombia
Costa Rica
Dominican Republic
Ecuador
Egypt
Finland
Greece
Guatemala
Italy

L’Italia

“L’Italia continuata a fare progressi nel migliorare la propria protezione dei DPI. [...] Gli Stati Uniti rimangono preoccupati poiché l’applicazione generale dei diritti d’autore contro la pirateria continua ad essere insufficiente e la pirateria su Internet continua a crescere, danneggiando gravemente il mercato legittimo. [...] In particolare, i regolamenti proposti dalla AGCOM potrebbero fornire un modo efficace. Gli Stati Uniti incoraggiano l’Italia a garantire che i regolamenti AGCOM vengano rapidamente promulgati e applicati, che queste norme creino un meccanismo efficace contro la pirateria su Internet. Gli Stati Uniti incoraggiano anche l’Italia ad affrontare le problematiche dei DPI, compreso uno degli aspetti più preoccupanti relativi a questo paese, il peer-to-peer. [...] Gli Stati Uniti continueranno a lavorare con L’Italia ad affrontare queste ed altre questioni.”


Miliardi in diritti d’autore non ancora pagati da iTunes

Pubblicato da: Fran il 24 maggio 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Il mese scorso, in un interessante articolo, David Kusek il vice presidente del Berklee College of Music ha denunciato i molti insoluti di iTunes nei confronti di artisti e label, allargando il discorso ai concetti di licenza, copie e vendite. Concetti attualissimi alle porte della Cloud Music. Ecco l’articolo tradotto, è un po’ lungo e si riferisce al mercato statunitense, ma è comunque molto interessante. Buona lettura.

Se sei un artista o un manager e hai distribuito musica su iTunes in accordo con una delle maggiori etichette musicali, fai attenzione.
La F.B.T. Productions di Detroit, i produttori che hanno aiutato Eminem a raggiungere il suo successo, stanno spianando la strada tramite una causa contro la Universal Music e altre label, per ampliare i ricavi per le vendite della musica digitale tramite iTunes e altri servizi digitali sia passati che futuri. Questa causa potrebbe far scaturire miliardi di dollari di diritti d’autore non retribuiti agli artisti che registrano dischi.

Quanti soldi sono in gioco? Questo grafico di Asymco mostra i pagamenti dai fornitori di contenuto ai negozi iTunes nel tempo. Potete vedere che il totale delle cifre pagate alle etichette di dischi può essere approssimata a 12 miliardi di dollari dal lancio di iTunes al primo quarto del 2011.

Pagamento cumulativi di Apple ai fornitori da Medium

Fonte: Asymco

Ciò implicherebbe che l’ammontare lordo raccolto da Apple si aggiri sui 17 miliardi di dollari per la musica scaricata da iTunes. Così ho svolto un piccolo calcolo ed ecco a cosa sono giunto.


Lordo a Apple
$ 17.1 miliardi

Quote iTunes (30%)
$ 5.1 miliardi
Quote dell’etichetta (70%)
$ 12.0 miliardi

50% quote dell’etichetta
$ 6.0 miliardi
meno le quote dell’artista a oggi
$ 1.7 miliardi

Royalty potenziali non pagate
$ 4.3 miliardi

Posto che ½ sono vecchi contratti
$ 2.15 miliardi

Voglio essere realista circa le cifre che si potrebbero recuperare e così presupporrò che metà della musica distribuita su iTunes provenga dalle vendite di catalogo di artisti con contratti più vecchi, e l’altra metà venga da musica distribuita dalle vendite di nuovi artisti. I numeri di SoundScan dell’anno scorso mostrano 648.5 milioni di download di singoli da “catalogo” in USA, cioè canzoni vecchie più di 18 mesi, in confronto a 523 milioni di tracce attuali, così sembra un’ipotesi molto sicura.

Secondo questo rapido calcolo, i potenziali diritti d’autore non pagati agli artisti solo da vendite iTunes ammonterebbero intorno ai 2.15 miliardi di dollari. Dichiaratamente parte di questo denaro è stata già pagata agli autori di musica, così il numero potrebbe essere anche inferiore, e potrebbe essere ricalcolato in modo più accurato del mio. Ma ancora, il catalogo di download da iTunes potrebbe essere vicino all’80%, cosa che renderebbe il numero dei diritti d’autore non pagati più alto. Così la somma appare significativa. Molto significativa. Mi seguite?

La causa si riduce a una distinzione tra vendere “copie” di prodotti fisici come CD o registrazioni in vinile e vendere una “licenza” per riprodurre le canzoni digitali. Le etichette discografiche attualmente consegnano prodotti fisici (principalmente CD) ai negozi di dischi; ma nel caso di iTunes serve una licenza per replicare e distribuire file digitali. Quando le etichette discografiche vendono “copie” di musica, l’artista tipicamente riceve un 10-15% di diritti d’autore, ma quando le etichette “licenziano” la musica a terzi (come nel caso di iTunes), la maggior parte degli artisti solitamente riceve un 50% di diritti d’autore.

Il reclamo archiviato dalla F.B.T. attesta: “I difensori hanno fallito nell’accondiscendere alla sessione dell’accordo del 9 marzo 1998 e all’accordo del 2003 fallendo anche nel conteggiare e pagare diritti d’autore pari al cinquanta per cento (50%) dei ricavi netti dei difensori dall’uso digitale dei Master di Eminem dai Provider di Music Download e Mastertone. I difensori hanno applicato una formula scorretta per calcolare i diritti d’autore con rispetto per quelle da pagare ai querelanti che risulta nel pagamento approssimativamente del dodici per cento (12%) di entrate invece del cinquanta per cento (50%) richiesto dai termini di accordo.”

Universal Music Group, Aftermath Records e Interscope Records hanno protestato contro un dirigente nel Ninth Circuit Court a dicembre che ha detto che loro dovrebbero pagare il 50% dei diritti d’autore sulle vendite digitali. I difensori hanno portato il loro appello fino in fondo alla Corte Suprema.

Comunque, la Corte Suprema degli Stati Uniti proprio la scorsa settimana (inizio aprile 2011 n.d.a.) ha rifiutato l’appello della Universal Music lasciando che la Ninth Circuit Court of Appeals attestasse che la musica digitale (sotto questo particolare accordo) dovrebbe essere trattata come un soggetto di licenza e quindi retribuita per il 50% dei diritti d’autore.

Ora, per essere corretto, non tutti gli accordi sulle etichette sono simili, e se tu hai firmato un accordo con un’etichetta negli ultimi 10 anni circa, sei stato probabilmente escluso dall’impatto di questa decisione. Gli avvocati delle etichette hanno indicato che i nuovi artisti è improbabile che siano coinvolti dalla decisione perché i più recenti contratti discografici includono la distribuzione digitale nella definizione di “vendite” per gli scopi di calcolo dei diritti d’autore dell’artista. Ma se hai firmato prima degli inizi 2000, potresti puntare a un significativo giorno di paga.

Quello è apparentemente il pensiero dalla dichiarazione di Rick James, che ha intentato una causa class action che vedremo in questo numero. Per anni ho sostenuto che la distribuzione di musica digitale iTunes fosse una licenza di musica, non una vendita. Quando Steve Jobs e il suo team hanno negoziato il contratto originale iTunes con le maggiori etichette, l’economia prevedeva per iTunes approssimativamente un 30% di ciascun download, come un distributore/rivenditore di CD potrebbe ricevere i suoi diritti d’autore basati su pratiche di conteggio tradizionale.
Ma ben poco discusso allora, fu il modo in cui il 70% della parte delle etichette sarebbe stato diviso. Le etichette hanno dichiarato che questi download erano “vendite” di copie delle canzoni e gli artisti avrebbero ricevuto i loro diritti d’autore basati su pratiche di conteggio tradizionale.

Effettivamente nei primi giorni di pagamento da iTunes, le etichette spesso continuarono a prendere tariffe per “packaging” e “danni” e “cooperativa” spesso quando non c’erano effettivi costi coinvolti. A malapena qualcuno ha posto il quesito se download di iTunes fossero “licenze” o “vendite” – cosa che avrebbe fatto oscillare i pagamenti pesantemente in favore di altri artisti.

Steve Jobs stesso si è riferito al suo contratto con le etichette come “licenze” nella sua lettera a tema Pensieri sulla Musica pubblicate il 6 febbraio 2007. Stranamente, questa lettera poi è sparita e non è più disponibile sul sito web apple.com ma puoi ancora trovare estratti via Google. “Benché lui (Jobs) si sia riferito regolarmente alla musica con “licenza” Apple come le quattro grandi compagnie di musica, quando ha deposto in questo caso ha dichiarato di non sapere quale fosse la relazione della sua compagnia con la Universal, che è in effetti, una licenza”.

Questi potenziali 2.15 miliardi di dollari rappresentano approssimativamente il 12.5% delle entrate lorde raccolte nel tempo da Apple, e quella cifra si potrebbe applicare a tutti gli altri distributori digitali inclusi Amazon, Napster e altri. Con iTunes di Apple le entrate della musica corrono intorno ai 300 milioni di dollari al mese.

Questa sentenza ha il potere di trasformare per sempre la stessa natura e struttura degli affari della musica registrata. Certamente tutti i sistemi basati sul Cloud come Amazon Cloud Player e quelli che sono stati contemplati da Google, Apple e altri saranno disponibili su PC, dispositivi mobili o stremino. La stessa idea di copie non ha più nessun senso nell’era digitale.

Questa è un’evoluzione significativa per gli artisti e la comunità creativa. Gli artisti e i manager uniti possono farla succedere e vedere questo incredibile cambiamento. Questa causa aiuterà a trasformare l’industria musicale in meglio e a ridistribuire il denaro in un modo che rappresenta la fine del tunnel per la gente creativa che cerca di sperimentare carriera come musicista. E un’indicazione di un modello di business musicale migliore per gli artisti indipendenti.


Amazon Cloud Player e Amazon Cloud Drive sono arrivati, gli altri che fanno?

Pubblicato da: Fran il 10 maggio 2011 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Per usare una metafora bellica già utilizzata qualche mese fa da un noto allenatore portoghese, potremmo dire che Google e Apple, nel campo di battaglia della cloud music, stanno tentando da mesi l’uno di impressionare l’altro rumoreggiando con le armi. Amazon invece, sempre per rimanere in metafora, si è avvicinato alle spalle del nemico, silenzioso come un ninja, brandendo il pugnale.

Sì perché Amazon da fine marzo ha lanciato Amazon Cloud Drive e Amazon Cloud Player. Il primo è disponibile anche in Italia e rappresenta un ottimo servizio di storage online con 5 gigabyte di spazio web gratuito più backup, i gigabyte potrebbero addirittura diventare 20 in caso di acquisto di un album nel Amazon MP3 Store, entro il 31 gennaio 2011 (l’offerta vale solo per gli utenti statunitensi).
Cloud Player, per ora disponibile solo negli States, è un’applicazione di riproduzione audio streaming che permette di ascoltare i brani precedente uploadati su Cloud Drive o acquistati su Amazon MP3 Store in qualsiasi pc.

Come si legge dalle pagine ufficiali, i due servizi permetteranno di: 1. comprare musica nell’mp3 store di Amazon e caricarla sul Cloud Drive con un click; 2. ascoltare i brani su qualsiasi dispositivo, vista la compatibilità di Cloud Player con Internet Explorer, Firefox, Chrome e Safari; 3. caricare brani direttamente dalla propria libreria, magari anche piratati; 4. ascoltare musica su mobile grazie all’app ufficiale, per ora disponibile a tutti su Android e parzialmente testato in America anche su iPad e iPhone 3GS.

Quando in italia?

Non esistono date precise o dichiarazioni ufficiali sul lancio di Cloud Player in Italia, ma la recente promozione di Amzon Mp3 Store IT, che ha lanciato 200 brani (26 dei quali presenti nell’attuale top 40 americana) con uno sconto del 30%, fa ben sperare. L’offerta speciale infatti potrebbe essere sia un esperimento per valutare l’interesse del prodotto da parte dell’utenza italiana, che il tentativo di conquistare una base di utenti maggiore in vista del lancio di Cloud Player anche in Italia.

Apple e Goolge che fanno?

Nelle ultime settimane i rumors in rete si stano facendo sempre più fitti. Apple avrebbe già firmato accordi con 2 delle 4 principali case discografiche fra cui anche la Warner Music. Un’altra fonte riferisce che anche l’accordo con EMI e Sony è vicino.
Inoltre dopo l’involontaria anteprima di Google Music, qualcuno è riuscito a fotografare addirittura il nuovo Apple data center in North Carolina, che si dice gestirà il servizio cloud di iTunes.

Google infine, secondo fonti vicine, sarebbe talmente frustrato dai colloqui con le etichette che starebbe pensando di stringere partnership con diversi servizi già esistenti come Spotify.