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Amazon contro gli editori, la guerra non è più solo psicologica

Pubblicato da: Fran il 18 ottobre 2011 | Categoria: Libri | 1 Commento »

Nella filiera che porta un disco dal garage della band (o dallo studio di registrazione) al negozio di dischi, ci sono diversi passaggi di cui potrei (e potresti) fare a meno, se poi decido di acquistare dal web, molte tappe che 15 anni fa erano obbligatorie in questo secondo caso saltano addirittura.
La mia età fa di me un digitale adottivo, non certo un nativo digitale, questo e un po’ di sano romanticismo (Simon Reynolds la chiamerebbe Retromania) fanno sì che io sia ancora malinconicamente legato ai dischi fisici e alle mani attraverso le quali sono passati prima di entrare nel mio lettore: titolari/commessi del negozio, casa discografica, riviste musicali … e tutte le altre componenti che nel mondo digitale, diciamolo, se ne potrebbe pure fare a meno. Per i libri vale un po’ lo stesso discorso.

Di certi snodi della filiera produttiva di un disco o di un libro se ne potrebbe fare a meno ok, ma uso il condizionale non a caso. Già perché questo passaggio dal concreto al digitale non è indolore e l’ingresso di Amazon, iTunes & Co. nell’editoria/discografia tradizionale assomiglia sempre di più ad un elefante in un negozio di lampadari, il problema è che Amazon sta cominciando ad essere quanto meno molesto.

Alcuni editori di New York sostengono che Amazon è aggressivo nel corteggiamento di alcuni dei loro autori di fascia top, è quanto si legge in questo articolo del New York Times.
“Gli editori sono terrorizzati e non sanno cosa fare”, ha detto Dennis Johnson Loy di Melville House; “Tutti hanno paura di Amazon”, ha detto Richard Curtis, un agente di vecchia data che è anche un e-book editor.
L’articolo incalza: “Se sei una libreria, Amazon è in competizione con te da anni. Se sei un editore, Amazon è in competizione anche con te da qualche tempo. E se sei un agente, Amazon può fotterti gli autori dando loro la possibilità di pubblicare direttamente e tagliarti fuori.”

La cosa che preoccupa davvero è quella ben inquadrata da Russell Grandinetti, uno dei dirigenti di Amazon che ha evidentemente dismesso i panni del diplomatico: “Le uniche persone veramente necessarie nel processo di pubblicazione di un libro ora sono lo scrittore e il lettore” ha detto. “Tutti coloro che si frappongono tra i due hanno un rischio o un opportunità, dipende da loro.”

Amazon ha iniziato a dare tutti gli autori l’accesso diretto al ambitissimo Nielsen BookScan, ovvero i dati sulle vendite, e molto altro (vi consiglio la lettura integrale dell’articolo). Il dado è tratto.


Francesco Bianconi, Il regno animale

Pubblicato da: Noemi il 21 settembre 2011 | Categoria: Libri | 2 Commenti »

Francesco Bianconi, il cantante dei Baustelle, ha scritto un romanzo, pubblicato a maggio da Mondadori.

Francesco Bianconi non è un romanziere, ma Il regno animale invece è un romanzo vero: con tutti i pregi e i difetti che un esordio del genere comporta. L’esordio di un cantante famoso che però prende sul serio la faccenda di scrivere un libro, non ne sottovaluta le insidie e rispetta i suoi presumibilmente numerosi lettori.

E tutto questo con una prerogativa in più. Il regno animale, oltre a essere un libro, è anche un generoso regalo – niente di più niente di meno – di Bianconi ai suoi fan. Perché se è vero che ci sono misteri che devono rimanere tali, è altrettanto vero che qualche volta è appassionante saperne di più.

E dunque leggendo si svela proprio, come da una visione aerea, il mondo, il territorio fecondo che sta dietro ai proverbiali testi dei Baustelle, in particolare a I Mistici dell’Occidente.

E la cartina geografica che si compone fa proprio l’effetto di un mappamondo: “Ah ecco qui la pesca delle rane!”: dove tra l’altro la storia commuove fino alle lacrime. Oppure “Ah, guarda un po’: San Francesco tra i maiali…”.

Gli animali – rane, maiali ma anche serpenti, cani, gatti, anaconde, galline etc. etc. – popolano l’affollato regno del romanzo dall’inizio alla fine e agiscono e si comportano esattamente come bestie: salvo poi scoprire che di quel regno noi tutti facciamo parte per primi e siamo di certo i più Spietati.

L’altro tragitto da seguire nel libro, il più importante, è la storia di Alberto, trentenne di buona famiglia che da un piccolo paesino della Toscana fugge per trasferirsi a Milano in cerca di nuove possibilità di lavoro. La città dei sogni però lo sovrasta di valanghe di piccoli disagi, persone e personaggi crudelmente sofferenti, donne, tremila disparate e disperate difficoltà da superare e in questo dolore lui dovrà farsi strada e continuare a vivere.

Aggrappandosi a tutte le sue forze fragili di precario con attacchi di Panico, Alberto “prova l’orrore” ma poi ce la fa.

E questa è più o meno la trama che però si espande in diverse direzioni – ad esempio in lunghissime note tipo David Foster Wallace – tra le quali un incontro ravvicinato di Alberto con Bianconi in persona (leggete leggete!) che diventa bizzarro protagonista di scene memorabili, con finale, per così dire, a sorpresa. Chiaramente l’autoironia qui regna sovrana: aspettatevi il peggio.

Ci sono altre due cose poi che mi hanno colpita: il singhiozzante punto di vista, ovvero la voce narrante che proustianamente cambia spesso fino a confondere le acque e non capire più chi stia raccontando che cosa: all’inizio può infastidire, poi si capisce che la cosa rende più profondo e variegato il romanzo, anziché solo complicarlo.

L’altra è la già nota capacità di Bianconi di guardare da vicino certi esseri umani, creature, che in pochi hanno voglia di affrontare: lui in questo fa proprio sul serio e va fino in fondo, non si compiace, si vede che è una cosa inevitabile. Ad esempio Robertino o altri. E la sua facoltà di farlo con la grazia e la dignità di chi conosce le proprie fortune più ancora dei propri meriti ma non si sottrae alla potenza della curiosità, dell’essere umani, parte dello stesso destino.

Comunque una bella prova, un bel banchetto di cui cibarsi, con cui affastellare conoscenze sui Baustelle ma anche su un mondo interiore (ed esteriore) che si mostra senza risparmiarsi, con sincero impegno, a volte con sarcasmo, altre con tenerezza.


10 cose su Jonathan Coe, breviario per conversazioni hypsteriche

Pubblicato da: Fran il 11 agosto 2011 | Categoria: Libri | 2 Commenti »

Ecco un breve elenco di inutili aneddoti da elencare durante quelle hypsteriche conversazioni pre-concerto, rigorosamente birra alla mano e solo nel caso in cui, esaurito ogni argomento su David Foster Wallace, il concerto tardi ancora a cominciare. L’effettiva lettura dei libri dell’autore rimane propedeutica, ma non è indi(e)spensabile.

Di sicuro nell’elenco non riporterò il fatto che Jonathan Coe è uno scrittore inglese o qualsiasi altra cosa tu possa leggere su wikipedia, smartphone alla mano chiunque più sobrio di te potrebbe batterti in quanto a saccenza, inoltre sarebbe fin troppo facile per me compilare un elenco di quel tipo.
La difficoltà invece sta nel fatto che a differenza Nick Hornby, Coe è un tipo piuttosto riservato, nonostante abbia un sito, un blog e un forum. Non a caso il titolo originale del suo ultimo romanzo è The Terrible Privacy of Maxwell Sim, poi tradotto ne I Terribili segreti di Maxwell Sim.

Molte altre cose dividono Nick Hornby e Jonathan Coe, alcune invece li accomunano, come il fatto di essere due dei miei scrittori preferiti.

1. In occasione dell’imperdibile retrospettiva sugli High Llamas del 2003 (Retrospective, Rarities and Instrumentals), Coe scrisse il saggio breve Reflections on The High Llamas, poi incluso nel booklet. Praticamente una dichiarazione d’amore per uno dei suoi gruppi preferiti.

2. Probabilmente a seguito di questo nacque una collaborazione fra lo scrittore e gli High Llamas, Coe scrisse qualche pezzo per una loro performance teatrale e Sean O’Hagan lo invitò a suonare la marimba durante la performance: “It was only three notes, repeated, right at the end.”

3. Fra l’altro Coe ha suonato per diversi anni e si è pure proposto a diverse label, prima di diventare uno scrittore “pubblicato”.

4. Nel 2001 finalmente il suo nome è comparso sul titolo di un disco, si tratta di 9th & 13th (Tricatel, 2001) in cui ha letto alcuni dei suoi scritti, accompagnato da Danny Manners (piano e basso) e dalla “indie poppers” francese Louis Philippe.

5. Nonostante la rispettabile età (classe 1961) Coe ha le idee molto chiare circa il futuro dell’editoria ed è aperto ai formati digitali, ebook in primis. Sta maturando l’idea di ripubblicare le sue prime opere in formato digitale e di embeddare la colonna sonora originale, per completare l’esperienza del lettore.

6. Coe è anche un fan degli Smiths, ogni capitolo di Questa notte mi ha aperto gli occhi si apre con una citazione dalle canzoni di Morrissey (la maggior parte epoca Smiths), da qui l’insana idea di mutare il titolo dall’originale The dwarves of death in Questa notte mi ha aperto gli occhi in riferimento alla canzone degli Smiths This Night Has Opened My Eyes.

7. Anche Coe, come Hornby, è un appassionato tifoso di calcio e a proposito della sua nazionale ha le idee ben chiare: “il gioco orribile di una squadra senza speranza come l’Inghilterra [...] La colpa non è di Capello, piuttosto dei giocatori, che prendono stipendi enormi, che fanno bisboccia, ma che non hanno il carattere per giocare a livello internazionale.”

8. A fine 2010 (il 12 dicembre) Coe ha scelto la programmazione musicale di un’ora di trasmissione delle BBC Radio, fra gli altri Coe ha “passato”: Pernice Brothers, Sufjan Stevens e Sean O’Hagan.

9. E’ ossessionato da un film intercettato a tarda notte sulla BBC 1: The Private Life of Sherlock Holmes. Riguardandolo svariate volte ha capito che la musica era la chiave della magia che il film suscitava in lui, in particolare un adattamento del concerto per violino solo di Miklós Rózsa. Successivamente nel 1979 durante il suo viaggio negli States ha passato un’intera giornata in un “gigantic record shop in Washington” senza riuscire a trovare quel disco e “the frustration was unbearable. And this is the only thing I can remember, now, about my American trip.”

10. Non tutti sanno che Jonathan Coe ha partecipato alla collana di libri per ragazzi Save The Story, (ri)raccontando La storia di Gulliver con un testo adatto a bambini di 8 anni. Save the story è il frutto di una collaborazione tra Scuola Holden e Gruppo Editoriale L’Espresso e anche un ciclo di reading affidati a grandi scrittori presentato all’Auditorium Parco della Musica e coprodotto con la Fondazione Musica per Roma.


Sulla bruttezza dei Pirati, ovvero sul Costruire il Nemico

Pubblicato da: Fran il 28 luglio 2011 | Categoria: Libri | 1 Commento »

Di recente ho letto un saggio breve di Umberto Eco: Costruire il nemico“. Si tratta del primo di una raccolta di articoli allegati in un unico tomo che vedete qui a fianco. Non era assolutamente mia intenzione scriverne qui, poi il post di Manuel mi ha fatto riflettere (come spesso accade).

Un passo indietro. Il saggio breve si apre con una conversazione fra Eco e un tassista conosciuto a New York. Informandosi sulla provenienza di Eco, il tassista chiede: “chi sono i nemici degli italiani?”. Sembrerebbe una domanda poco sensata, lo stesso Eco rimane perplesso, ma da qui nascono tutta una serie di considerazioni ben documentate da tutto un elenco di citazioni, scaturite da un investigazione sistematica: i nemici sono tutti brutti e cattivi. Guarda caso.

La presenza di un nemico, Del Nemico, è propedeutica alla coesione dei “buoni”, fra un esempio e l’altro Eco si chiede se a noi italiani non manchi un nemico Vero, impegnati come siamo a rimarcare fantomatiche differenze fra terroni, polentoni, padani, romani ladroni, magnagatti … etc etc

Poi ho letto quel post di Manuel e ho guardato l’immagine inserita nel post, poi l’ho osservata, poi fissata e alla fine l’ho vista davvero. I pirati sono brutti e cattivi in quel videogioco degli Incubus!
E allora mi chiedo se i pirati non siano davvero qualcosa di necessario, i pirati come entità astratta puramente malvagia. “I pirati mandano in rovina il cinema”, “i pirati tolgono soldi agli artisti”, “i pirati rubano i videogiochi”: uniamoci tutti che i pirati sono brutti (e cattivi)!

E se un giorno ci rendessimo conto che siamo tutti un po’ pirati? Retorica a parte il libro aiuta a guardare le cose da prospettiva diversa, dopo averlo letto sembrerà tutto banale, invece è solo che prima si era solo un po’ più ottusi.


Francesco Carofiglio, Radiopirata

Pubblicato da: Noemi il 18 luglio 2011 | Categoria: Libri | 0 Commenti »

“Alle due e trenta non si sentì più nulla in paese.
Era scoppiato il caldo del deserto e tutti rimasero in casa. Qualcosa stava per succedere”.

E quel qualcosa è la radio più piccola dell’universo. Che trasmette a 99 megahertz. E si chiama Radiopirata, che è anche il titolo di questo bel romanzo di Francesco Carofiglio, Editore Marsilio.

Il paese deserto si trova in Puglia, un puntino nascosto nella Valle e Radiopirata trasmette da dentro la chiesa, con la benedizione di Don Lorenzo, il giovane prete rock ‘n roll. L’ideatore di questo progetto è Ciccio, non “quello di nonna papera”, bensì un ragazzo degli anni ottanta – tutto qui accade nel 1981 – con il sogno di diventare dj, di vivere di musica: sogno che in parte è realizzato perché lui già lavora a Foggia in un negozio di dischi.

I complici del sogno sono Tonio, che lavora nell’officina del padre, Giovanni, fulgente promessa dell’Aquilana calcio, il prete Lorenzo che finalmente dopo molti e tragicomici tentativi in altri posti accetta di ospitare i ragazzi in chiesa, e Teresa, bellissima, ambiziosa studentessa, fidanzata di Giovanni, per il momento.

Intorno ai personaggi principali gravita un mondo di storie nascoste, a volte delicate, a volte tragiche, a volte violente, a volte comiche. C’è la diciassettenne Margherita, figlia del sagrestano, che si rende conto di quanto gli uomini possono diventare pericolosi. C’è la stupenda Mary Magdalene, che viene da un piccolo paese della Nigeria e si è costruita in Italia il suo nuovo dignitoso mondo; ma che qualche volta ancora ricorda il peggio, la fuga, i riti voodoo: una sensazione di riscatto che avrà poi un senso nel corso del romanzo con un intreccio di vite perfettamente incastrato. E poi c’è la strepitosa, tirchia, assai longeva Zia Nennella che si rifiuta di accogliere la radio in casa sua (a dire il vero molto spaziosa) perché: “Io la radio già la tengo”.

Ci sarebbero anche molti alti personaggi, tra cui Lupo Solitario, ma di lui non vi dico niente per non togliervi la sorpresa definitiva.

E c’è la musica, c’è la voglia di fare qualcosa per migliorare la realtà, c’è l’ingenuità, lo sconforto, c’è l’amore, e ci sono gli eighties. Francesco Carofiglio racconta tutto questo con uno sguardo curioso e una scrittura accurata, che si adegua alle singole storie e le osserva con la giusta distanza. Le fa vivere attraverso i volti e le parole di questi personaggi che con le loro vicende minime restano però nell’immaginario, diventano un mondo, il più piccolo dell’universo, che ruota però intorno a un sogno, il più grande e luminoso del mondo.