Pubblicato da: Fran il 27 luglio 2010 | Categoria: Indietronica | Tags: Recensione, Temporary Residence | 0 Commenti »

Forse non vi ho mai parlato dell’importanza del chiedere spiegazioni. Eppure è una cosa che ho imparato da tempo, anche se sono il primo a metterla in pratica davvero di rado, lo ammetto. E’ una cosa che risale alle esercitazioni scolastiche di epoca triassica, quando c’erano ancora i temi per intenderci (ci sono ancora?), a quei tempi mi ingegnavo con le idee più che con lo stile. Era poi sempre sconcertante scoprire che chi andava meglio lo doveva alla forma e alla “pulizia”, sebbene si mettessero su carta cose anche banali.
Stupido io che non l’ho capito allora, oggi mi appare perfino ovvio; ancor più idiota che ho preferito arrivarci da solo, decenni dopo, piuttosto che chiedere lumi. Quante ore concentrato su come far quadrare un ragionamento, o a far della filosofia spicciola, a discapito di una prosa che non mi assecondava!
-per inciso, oggi credo di aver abbandonato l’una e l’altra via-
Perchè vi dico questo?
Bè, perchè l’ultimo dei Books, il primo da cinque anni a questa parte, mi pare fare la parte della coperta strattonata qua e là (e sempre troppo corta), fra il significato e il modo in cui viene rappresentato. Parlare di manierismo sarebbe svilente, il concetto va approfondito.
Per gli enciclopedici i Books sono Nick Zammuto e Paul de Jongun, un duo di New York attivo dal 1999.
I due sono unanimamente riconosciuti come capostipiti della collage music: non saprei come potrebbe essere altrimenti, visto che la definizione è stata partorita dallo stesso Nick Zammuto.
Folktronica è probabilmente l’etichetta più calzante, vista la predilezione per la combo di musica elettronica e folk, spesso stesa su tappeti di samples campionati da fonti oscure.
The Way Out esce per la Temporary Residence Records, al contrario delle prime tre uscite, tutte sotto etichetta Tomlab.
La cosa che maggiormente rompe con il passato è la campionatura di intere parti vocali, rispetto al “sampled and looped” più frammentato degli album precedenti. Le parti vocali, in alcuni casi bambini (ma il ragazzo di A Cold Freezin’ Night è lo stesso di The Queen Is Dead?!?!), in altre registrazioni cliniche da sessioni di ipnoterapia, costituiscono l’ossatura di questo disco ancora una volta sperimentale.
A tratti sembra di ascoltare un fake, o un rivisitazione di Madvillian in chiave “suonare con lentezza”, prova a non sorridere ascoltando The Story Of Hip-Hop.
In altri momenti spunta la verve degli Animal Collective ai tempi di Sung Tongs (Thirty Incoming). We Bought The Flood e Free Translator invece, sono due dei pezzi più toccanti: pura folktronica soffusa made of voce e chitarra (e poc’altro).
The Way Out è un discreto pezzo di puzzle-music, ampiamente promosso per quanto mi riguarda. Tuttavia 5 anni dopo il grande Lost And Safe, si presenta la domanda se la voglia di stupire abbia preso il sopravvento sulla voglia sperimentare e se il tutto non presti un po’ il fianco all’edonismo.
Io mi gioco la carta “Beneficio del dubbio“.
The Books - Beautiful People
Pubblicato da: Fran il 13 aprile 2010 | Categoria: Indietronica | Tags: Morr Music | 0 Commenti »

Quand’è uscito Faking The Books (5 anni fa credo) la freccettina dell’indietronica era molto verde e decisamente rivolta verso l’alto, l’attenzione verso gli ’80 era già esplosa ma non ancora nei canali mainstream. Un’eternità fa!
Logico che la nuova uscita dei Lali Puna, uno dei gruppi più emblematici e rappresentativi di quella scena, sia una variabile ricorsiva di tutto il movimento.
Per la cronaca i Lali Puna nascono da un’idea di Valerie Trebeljahr cantante coreana, con residenza a Monaco, che concepisce i Lali Puna dalle ceneri degli L.B. Page. A lei si uniscono Christian Hei, Markus Acher (già presenti anche nella line-up dei Notwist) e il batterista Christoph Brandner. A proposito di Notwist, nelle ultime uscite hanno arrancato, e francamente per ciò che mi riguarda anche il catalogo Morr Music non ha più la stessa attrattiva (ma qui vorrei conoscere anche il tuo parere). Eppure appena 5 anni fa era una delle migliori label europee.
Forse non è un caso che gli Electric President abbiano cambiato etichetta proprio ora, con il loro sound parzialmente shoegaze venato di dreamy pop e una produzione meno allineata al “modello” Morr.
Per un’attimo mi sembra che le lancette siano tornate indietro, che l’indietronica sia una “Loro Invenzione”, ma la bugia dura poco. Il disco è piacevole, ma manca del tempismo e dell’attualità che le stesse note avrebbero avuto 5 anni fa. Può un’opera d’arte essere oggettivamente bella a prescindere dal contesto sociale, culturale e storico in cui è inserita? In teoria sì, ma non sempre è così.
Come sarebbe Our inventions nel 2005, come accoglieremmo Scary World Theory (il loro album più bello) oggi?
Our Inventions è un disco notturno, nella febbricitante That Day sembra persino di essere di fronte a And Then Nothing Turned Itself Inside Out degli Yo La Tengo (forse il disco “notturno” per eccellenza). Il resto è glitch pop e pura indietronica, con il contributo di strumenti suonati sempre più esiguo. Out There, in collaborazione con il batterista degli Yellow Magic Orchestra Yukihiro Takahashi, è decisamente il momento più alto del disco.
Rimane il rammarico di dover per forza declinare temporalmente questo disco, così da poterlo cogliere appieno. La comprensione di Our Inventions non avviene in chiave estetica, ma storica. Di solito con le opere d’arte non c’è questa necessità, qualcosa vorrà pur dire.
Remember - Lali Puna
Pubblicato da: Fran il 22 marzo 2010 | Categoria: Indietronica | Tags: Electric President, Morr Music | 2 Commenti »

Al primo impatto sembrerebbe che Ben Cooper e Alex Kane, entrambi nati e cresciuti in Florida, non siano tanto differenti dai loro coetanei connazionali. Ben è carino e Alex è un “pezzo di merda”, ma siccome è bravo al basso, Ben se lo porta dietro comunque. Entrambi amano la pizza (solo che lo stomaco di Ben è 2 volte quello di Alex) e bevono Coca Cola. Insomma, niente di troppo originale, se non fosse…
Se non fosse che insieme sono gli Electric President uno dei gruppi di Indietronica DIY (Do It by Yourself) più interessanti degli ultimi 5 anni. Sono partiti dalla cameretta di Alex, pare che la cosa abbia portato bene anche ad altri musicisti. Hanno registrato 2 dischi editi dalla Morr Music e ora se ne escono con questo The Violent Blue per la Fake Four Inc (Connecticut).
Ben oltre ad essere stronzo e ciccione è pure iperproduttivo, a suo nome va il side project Radical Face e l’iniziativa Patients (ma questa cosa esula un po’ e magari ne riparliamo). L’esordio Self Titled degli Electric President è stato folgorante, forse anche questo ha contribuito a far crescere le aspettative e a sottolineare l’inadeguatezza del successivo Sleep Weel. Mi sono detto: “maledetti, a esser dispersivi ne risente la qualità, per forza!”
- Non so se rendo l’idea, ma questo disco è di fine Febbraio e il 10 di Marzo Ben ha finito di registrare (e mandato al mix) il nuovo disco dei Radical Face. -
Invece The Violent Blue riprende quelle atmosfere shoegaze crepuscolari, un po’ elettro-glitch che avevano fatto gridare al miracolo nel 2005. The Ocean Floor e Mr. Gone sono il segnale acustico di un faro che dice “sono tornati”. Tutto il disco è da pelle d’oca per intensità, un ritorno a casa stralunato e sognante, con l’autostrada davanti e la luna nello specchietto.
Ancora una volta quando questi due si mettono in disparte, per i cazzi loro, sfoderano le cose migliori. Un’appello alla pur valida Morr Music, stracciategli contratto e lasciateli autoprodursi e autoriprodursi, per il bene dell’umanità. (non ho capito se gli accordi con la Fake Four siano estemporanei o meno)
Non crescete più e moltipicateli i dischi come questo!
Electric President - Mr. Gone
Pubblicato da: Fran il 3 marzo 2010 | Categoria: Indietronica | Tags: Domino Record | 4 Commenti »

Anticonformista per natura, me ne vergognerò forse un po’, ma mi allineo pecorosamente al coro di voci entusiaste che dalla rete sta innalzando There is Love in You, il nuovo album di Four Tet.
Kieran Hebden (aka Four Tet) torna con un disco in studio a cinque anni di distanza da Everything Ecstatic. Fra l’uno e l’altro tante collaborazioni, con Radiohead, Madvillain, Burial e non ultimo Steve Reid, il leggendario batteriesta Newyorkese con cui ha registrato quattro album di jazz dal vivo.
Nato artisticamente fra i sobborghi del post-rock a inizio anni 90, le linee di fuga disegnate da quest’architetto del suono minimalista, concorrono tutte verso una bellezza nichilista: presente e concretizzata nei suoi solchi. Nessun karma, nessuna ricompensa, nessuna resurrezione nei beat di Four Tet. L’estetica va celebrata oggi e i dischi di Keiran sono un ottimo punto di partenza.
Mi piace pensare che ci sia un po’ di IDM in più (Love Cry) e che a ben sentire si riconosca un suono meno sporco e puolviscolarizzato. Il disco spazia dalla techno ambient (Circling) per arrivare al pop (Sing). I samplers vocali in Angel Echoes, sono forse uno degli incipit più sexy di sempre.
Four Tet - Circling
Pubblicato da: Fran il 1 giugno 2008 | Categoria: Indietronica | Tags: Electric President, Morr Music | 0 Commenti »
2° prova senza affanni per Alex Kane e Ben Cooper, nel bene e nel male. Impossibile bissare il successo dell’esordio Self Titled datato 2006 e così ecco il seguito senza troppe pretese.
Per chi si fosse perso l’episodio pilota, gli Electric President sono un gruppo synth-pop sulla scia dei Postal Service, con una pronunciato senso del romanticismo Slowdive-iano. In un immagine gli Electric President sono un concentrato degli ideali sintetici sorti a Bristol nei novanta e tramontati senza aver trovato l’onor del vero.
Sleep Well non può più contare sull’effetto sorpresa, e anzi, dovrà fare i conti con le alte aspettative dei fans (me compreso). Il sound di Sleep Well è notturno e ovattato, gli umori del disco sono quelli crepuscolari e caldi delle nottate in Florida. Alex e Ben tritano il catchy pop dei Beach Boys sputando fuori da apparecchi analogici vintage puzzle d’indietronica passiti.
Se dovessi scegliere fra il Self Titled e Sleep Well non avrei dubbi, nettamente meglio il primo, c’è poc’altro da aggiungere. Forse We Will Walk Through Walls è uno dei pochi episodi degni dell’album del 2006. Tuttavia se siete a digiuno e dell’uno e dell’altro, ponete rimedio a questa “vergogna” in qualsiasi modo.