Al quarto album in studio gli scozzesi Sons And Daughters cambiano (quasi) completamente le carte in tavola.
Fieri esponenti di quell’indie-rock secco e spigoloso da pub glasgowiano, la leggenda li vuole appena esordienti nel 2003, con Love The Cup, e pochi mesi dopo già al tavolo con la Domino Records. Nel 2005 è la volta di The Repulsion Box, che gli valse un tour al fianco di Morrissey, fino ad arrivare al terzo album The Gift nel 2008, il disco sicuramente più equilibrato e compiuto.
I cambiamenti portati da Mirror Mirror (giugno 2011, Dominio Record) sono stati anticipati da diverse dichiarazioni ufficiali dei membri della band, secondo Adele Bethel si tratta di 10 pezzi “molto inquietanti e femminili … con un mood quasi malevolo”. Io credo che il punto l’abbia comunque centrato Scott Paterson, dichiarando: “Suoniamo meglio quando siamo minimal. Vogliamo che sul nuovo album ci sia solo il necessario, nessuna “fuffa” aggiuntiva.”
Con queste sensazioni in testa, per la produzione la band si è rivolta all’amico (e fan dichiarato) Keith McIvor, aka JD Twitch, ovvero metà del duo elettronico Optimo. La scelta è maturata proprio per dare risalto alla componente elettronica e per aggiungere un elemento elettro-dance glitterato al sound rock del quartetto. L’umore cupo è stato ulteriormente potenziato dal missaggio di Gareth Jones, già al lavoro con Depeche Mode e These New Puritans.
Dal canto suo la chitarra di Scott Paterson è diventata chirurgica, in grado di colpire con note frastagliate e noise, piuttosto che con bordate di riff. Da un lato gli episodi più rarefatti ricordano gli XX, dall’altro i pezzi più ritmati i Devo.
Questo è per metà il nuovo sound dei Sons & Daughters, per l’altra metà il segnale è quello di una continuità, perpetuata sotto il segno dalla potente voce di Adele. Orion, Rose Red e The Model (che pezzo carico di sensualità!) riprendono il discorso direttamente da The Gift.
Non tutte le band sono capaci di cambiare e convincere subito, bravi!
Arrivo a parlare di questo nuovo disco dei Battles (Warp Records, 6 giugno) per ultimo me ne rendo conto, è che avevo qualche titubanza: accolsi Mirrored tiepidamente e oggi lo ricordo con astio, no per dire. Invece ho amato alla follia i primi EP della band, quel math-rock duro e puro completamente strumentale, su tutti EP C/B EP (Warp Records 2004). Nel 2007 mi aspettavo un full-length coerente con quanto avevo ascoltato negli EP e invece, acclamato a gran voce, arrivò Mirrored, che era pure cantato (orrore!). Tuttavia ai più la cosa non dispiacque e la band ebbe il suo quarto d’ora di celebrità.
Gloss Drop arriva 4 anni dopo Mirrored, ad un anno di distanza dalla defezione di Tyondai Braxton (cantante ed eclettico polistrumentista) ed è praticamente il disco che avrei voluto ascoltare in quello sciagurato 2007: una grande sorpresa. [Per capirci come se Desmond mi avesse detto allora: "Ascolta ti chiamerò a maggio 2011 per farti ascoltare il vero esordio dei Battles." Roba da isola, botola, viaggi nel tempo, 4 8 15 16 23 42, Ocean e orsi polari.]
Il sound di Gloss Drop torna ad essere quello proprio dei Battles, pregno di ideologie sonore quasi estreme (o comunque senza compromessi) ereditate dalle band di cui i membri del gruppo sono originari: il batterista John Stanier era negli Helmet e nei Tomahawk, il chitarrista/tastierista Ian Williams è ricordato per la militanza nei Don Caballero e negli Storm & Stress (niente poco di meno che), il chitarrista David Konopka ha suonato nei Lynx.
Un avant rock, dalle atmosfere sintetiche, scandito dall’incedere incalzante di chitarre tipicamente math, che fin dalle prime tracce Africastle (strumentale, comincia math e chiude power) e la sorprendente Ice cream (il primo singolo estratto), mette subito in chiaro che che tira tutt’altra aria rispetto al po(l)pettone del 2007. Gloss Drop preferenze personali a parte (le mie ve le ho dette, sarei curioso di conoscere le vostre), non può essere accostato a Mirrored, non fosse altro che per la defezione di Tyondai Braxton che in Mirrored c’aveva messo la voce. Il cambiamento è comunque mitigato, perché ai pezzi per lo più strumentali, vengono in supporto le featuring vocali di Matias Aguayo, Gary Numan, Kazu Makino e Yamataka Eye.
Fra i pezzi migliori la velocissima Wall Street, My Machines (featuring Gary Numan), Sweetie & Shang (featuring Kazu Makino dei Blonde Redhead) e Ice Cream (featuring Matias Aguayo).
Uno dei miei dischi preferiti degli ultimi mesi, pianificato l’acquisto in vinile.
I My Morning Jacket da Louisville (in Kentucky) da tempo non sono più un gruppo di nicchia, i loro ultimi dischi nelle classifiche USA e UK hanno conosciuto un’ascesa vertiginosa che probabilmente porterà quest’ultimo Circuital in top10, per quel che conta. Una fama culminata, con un sottile rapporto causa/effetto, nell’apparizione nel film di Crowe Elisabethtown, dove i My Morning Jacket hanno interpretato una cover band dei Lynyrd Skynyrd, soggetto quanto mai calzante.
Circuital, che uscirà in europa per la Rough Trade il 31 maggio, segue a tre anni di distanza il “disco delusione” del 2008 Evil Urges. Credo di non essere l’unico ad aver poco apprezzato quel disco, visto che lo stesso Jim James (chitarrista, cantante, songwriter e produttore part-time) di recente ha dichiarato che “Nel realizzare il disco precedente ci siamo accorti di non ritrovarci molto nelle sonorità realizzate.” Da quest’esigenza è scaturita la scelta di abbandonare New York (never easy) e i suoi costosi studi, per ritornare in Kentucky, alle radici, e registrare il nuovo disco all’interno di una chiesa, con presa diretta. “Volevamo venisse catturato il sound di quando suoniamo insieme, semplicemente” dice Jim nelle note di rilascio del disco.
Il risultato è un disco dal sound sporco, vivo e più vicino a Z (il migliore della loro discografia per quanto mi riguarda) e alle produzioni di inizio carriera, con buona pace della band che invece sostiene come “non possa essere accostato così tanto alle cose meno recenti, visto che cerchiamo sempre nuove direzioni.”
Se rottura doveva essere è proprio l’iniziale Vicory Dance a suonare la carica. Qualche pezzo irresistibile come First Light, trascinanta dalla coinvolgente voce di Jim James e dalle chitarre catchy, alcuni pezzi college-rock che ricordano da vicino, come già detto, l’amatissimo Z (è il caso della title track Circuital e di Outta My System), passaggi corali quasi gospel come in Holdin On To Black Metal e le immancabili ballad (You Wanna Freak Out), fanno di Circuital il disco del riscatto.
Nota geek. Todd Haynes dirigerà il live webcast del concerto di presentazione di Circuital, trasmesso in streaming il 31 maggio. L’evento si terrà al Palace Theater di Louisville e sarà disponibile via Vevo e YouTube.
I Am Very Far è il sesto album degli Okkervil River, band folk-indie-rock proveniente da Austin in Texas, è disponibile online dal 22 aprile e uscirà nei negozi il 10 di maggio, ancora una volta per la Jagjaguwar.
Parto dal presupposto che tutti conosciate almeno un disco degli Okkervil River, se così non fosse rimediate quanto prima, magari cominciando dal magnifico Down The River of Golden Dreams (il loro secondo album pubblicato nel 2003). Dato per assodato questo, ecco cosa c’è di nuovo.
Dopo l’uscita di The Stand Ins (datato 2008 e accolto con calore sia da critica che da fans -42° nella Billboard 200-), Will Robison Sheff ha collaborato dapprima con i New Pornographers, cantando in Together, ha scritto poi una canzone per l’ultimo di Norah Jones (The Fall) e ha prodotto True Love Cast Out All Evil l’acclamato ritorno di Roky Eerickson.
Proprio quest’ultima esperienza e l’enorme peso delle aspettative che gravavano sulla band, hanno portato Will Sheff ad abbandonare il consueto modus operandi (reclusione in studio ad oltranza) in favore di un ritiro in solitudine, a casa sua nel New Hampshire. Il flusso di coscienza scaturito dall’eremitaggio ha portato a galla più di 30 canzoni, successivamente compattate in 18 pezzi da cui gli 11 brani del disco.
Il fatto che le cose siano andate in questo modo, con Sheff in veste di produttore-arrangiatore, sottolinea ancora una volta il ruolo predominante che lo stesso sta assumendo in seno alla band; responsabilità che Sheff si è arrogato anche in una recente intervista: “and I wanted the music and lyrics to be both completely wedded together and a little bit beyond my control.”
Per venire al dunqueI Am Very Far è un disco decisamente convincente sebbene diverso dalla precedente discografia. La band di Austin da qui dimostrazione di saper padroneggiare una gamma ancor più ampia di strumenti e suoni: sezioni d’archi, tastiere, fiati e arrangiamenti corali. Ne sono ben rappresentative Rider (fantastica e con un finale spectoriano) e Wake and Be Fine nella quale, narra la leggenda, pare siano stati impiegati due batteristi, due pianisti, due bassisiti e sette(!) chitarristi, in una sessione di registrazione durata 12 ore. We Need a Myth, uno dei miei pezzi preferiti, può essere considerato l’anello di congiunzione fra questo disco e gli Okkervil River “tutto cuore e impeto”.
L’overdose sinfonica, prestata al consueto binomio folk / rock, sbilancia I Am Very Far verso territori rock. Così mentre il cantato di Will Sheff non accenna a ricomporsi, anzi è ancora accorato, emotivo e “di pancia”, il sound del disco si fa più rock, scuro, nitido e meno farraginoso. Proprio quest’ultima cosa mi fa chiedere cosa sia rimasto dell’esperienza con Rocky a parte il batterista Cully Symington, già al lavoro proprio con l’ex leader dei 13th Floor Elevator.
Una conferma destinata a crescere con il passare degli ascolti. Con l’augurio che siano al top per i Grammy 2011: Arcade Fire again?!?
C’mon è un disco dei Low. C’mon è il nuovo disco dei Low.
Cercare di collocarlo prima o dopo The Great Destroyer o capire se mi piace più o meno di Drums and Guns o se potrà mai raggiungere Things We Lost in the Fire, è un’operazione degna delle peggior top 5 di Rob Fleming… mi piace!
Nelle puntate precedenti.
I Low sono un gruppo indie rock statunitense, proveniente da Duluth nel Minnesota. Nati artisticamente nel 1993 anche i Low (come gli Yo La Tengo) sono formati da coniugi per i due terzi, trattasi di Alan Sparhawk (voce e chitarra) e Mimi Parker (voce e batteria), supportati da Steve Garrington (bassista dall’ottimo intuito, perché tra moglie e marito meglio capire al volo quando non è aria).
I Low sono un esempio perfetto per il genere cosidetto slowcore, caratterizzato in questo caso da arrangiamenti minimalisti e saltuarie esplosioni post-rock.
C’mon, che esce oggi (12 aprile) per la Sub Pop, è stato prodotto dai Low e Matt Beckle, e registrato nella chiesa sconsacrata di Duluth, in cui prese vita anche Trust nel 2002.
Per tornare ai giorni nostri, ecco la mia (personalissima) top five con i 5 migliori dischi dei Low dell’ultimo decennio.
Trust ha un grandissimo difetto, arriva dopo Things We Lost in The Fire. I Low cercarono di disimpegnarsi battendo altre strade, atmosfere più “scure”, qualche passaggio a vuoto e una produzione eclettica affidata a Tchad Blake. Il risultato è il loro disco più irregolare e quello che mi piace meno.
QUINTO.
Drums and Guns è un disco fedele allo “stile” Low ma permeato di rammarico e amarezza, con un concept centrato sulla guerra. Emozioni e liriche complesse accompagnate da un suono devastante e immediato al contempo.
QUARTO.
C’mon non è da meno dal resto della discografia, rispetto alla quale appare più introspettivo e concentrato sul “qui e ora”. Questo in alcuni casi si traduce in un sound “ottimista” e quieto, che potrebbe quasi essere definito un soft-rock proiettato al futuro. C’mon, come gli album prodotti da Fridmann (dai quali differisce per un sound meno “sonico”), si dissocia ancora una volta da minimalismo prima maniera, trovando anzi il contributo di altri musicisti, come Nels Cline e Caitlin Moe (chitarrista e violinista dei Wilco), iniettando potenza ad un souono comunque fedele alla linea. TERZO.
The Great Destroyer è il primo album targato Sub Pop e questo già basterebbe. Come se non bastasse, la produzione è affidata a Dave Fridmann, che ha un approccio lontano del minimalismo di Kramer o di Albini. Il risultato di quest’accoppiata è un disco sufficientemente immediato e decisamente indie rock (pop) a cui sono particolarmente legato.
SECONDO.
Things We Lost On Fire è la fotografia della band al climax della propria esperienza artistica, quella che la telecamerina in alto a destra ti scatta mentre sei sul picco del rollercoaster e stai per affrontare una discesa verticale; costa cara quella foto, ma devi comprarla comunque perché in quel momento, forse con un po’ d’incoscienza, sei al top.
Soffuso come la dolce malinconia, indie pop in slow motion e implosioni indie rock.
PRIMO.