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Anna Calvi “la migliore dopo Patty Smith”, secondo Eno

Pubblicato da: Fran il 17 dicembre 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Pensare che dovrei stilare classifiche e liste di dischi, come fossi un qualsiasi Omero 2.0 alla presa con il catalogo delle navi! Invece eccomi qui, recidivo come sempre nell’additare next big thing del 2011, addirittura! Sì perchè di Anna Calvi si conosce appena la data di uscita del suo album d’esordio, che sarà pubblicato dalla Domino Records il 17 gennaio 2011, ma poco altro.
Manca ancora un mese al “ballo delle debuttanti” eppure secondo la BBC Sound of Anna sarà uno dei 15 artisti più importanti del 2011.

Anna Calvi è cantante, compositrice e chitarrista, Brian Eno l’ha definita come come “la cosa migliore dopo Patti Smith”, Nick Cave l’adora e l’ha voluta come apertura nell’ultimo tour europeo. Lei si disimpegna bene, cimentandosi senza troppo imbarazzo con Jezebel, brano portato alla ribalta prima di lei da Edit Piaf e rispondendo ai complimenti senza il minimo rossore.

Un intensità vicina alla Beth Gibbons che abbiamo amato in Out Of Season, il fantastico disco con Rustin Man, una sensualità (quasi) degna di Nico e un sound sontuoso e barocco, jazzato quanto basta. Emozionante.

Anna Calvi - Moulinette (Live at The Luminaire)

A Classic Education, Hey There Stranger

Pubblicato da: Fran il 29 novembre 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Pare che la Cina si stia informando su alcuni gruppi indie italiani, per allargare il paniere dei prodotti made in italy da contraffarre e immettere sul mercato nero. Così al grana, al prosciutto di Parma, a Prada, a Gucci e agli altri, abituiamoci a trovare “nei migliori International Asian Stores della tua città” anche ciddì (Compact Disc‎ è un marchio registrato ®) di gruppi nostrani con tanto di cover in stile cosplay!
Fanta-scenari musicali a parte Hey There Stranger, il nuovo EP di A Classic Education, è l’ennesima conferma che l’intero panorama di band italiane cosidette indiependent, sta vivendo momento di grande ispirazione.

A Classic Education è una band sangue indie bolognese / cuore pop canadese direbbe il Moz. Nati a Bologna nel 2006, da un’idea del canadese Jonathan Clancy (cantante e chitarrista), Luca Mazzieri e Paul Pieretto; ben presto vedono raddoppiare la propria line-up con gli innesti di Giulia Mazza, Federico Oppi, Stefano Roveda e moltipicare in modo incalcolabile la fitta schiera di fans e consensi in un crescendo di aspettative mai tradite.

L’hype e l’euforia di tanti blog, che gli appiccicano in modo indelebile l’etichetta di “next big thing”, li porta a calcare palchi importanti, spesso al fianco di leggende viventi. Dal 2007 ad oggi sono stati avvistati al SXSW festival o al fianco di band quali Arcade Fire, Modest Mouse, Wilco e tanti tanti altri nomi da copertina di Blow Up.

Hey There Stranger è uscito il 21 settembre per la label statunitense Lefse, contiene 4 nuovi pezzi più What My Life Could Have Been e Toi (cover di Gilbert Becaud) già pubblicati in formato singolo dalla Holiday Records.

Per chi ama unire i puntini numerati dietro le tovagliette dei fast food, la forma degli A Clssic Education risulta congiungendo i Cure agli Smiths, fra il puntino dei Clientele e quello degli Arcade Fire.

A Classic Education - What My Life Could Have Been

Badly Drawn Boy, It’s What I’m Thinking: Part One, Photographing Snowflakes

Pubblicato da: Fran il 21 ottobre 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

A proposito di svolte artistiche, quella di Badly Drawn Boy sembra più sensata e compiuta del recente “pasticcio” di Sufjan Stevens. Sempre IMHO chiaro!
Più che di svolte, nel caso di Damon Gough, si tratta di un ritorno carico di buoni propositi (Wath Tomorrow Brings). Con It’s What I’m Thinking: Part One, Photographing Snowflakes, Damon porta a compimento il suo personale bringing back home, dopo gli anni ricchi ma tribolati alla Astralwerks, la label newyorkese di proprietà del gruppo Virgin Records/EMI.
La carriera di Damon comincia e decolla nel 2000, quando il suo strabiliante esordio The Hour of Bewilderbeast (fantastico!) riceve il Mercury Music Prize come miglior album dell’anno 2000.
Dal successivo Have You Fed The Fish? (come non pensare a quelle magniloquenze sinfoniche ascoltando Too Many Miracles) alla firma per la semi-major Astralwerks il passo è breve, ma probabilmente qualcosa non funziona e il sodalizio dura appena 2 uscite. Damon nel 2006 è sulle radio e sulla bocca di tutti, ma certi “salotti” non fanno per lui, chi lo ha incrociato su qualche palco può ben capire a cosa mi riferisco.

La marcia di Damon verso casa comincia nel 2009, quando esce la colonna sonora del serial televisivo The Fattest Man in Britain (tratto dall’omonimo romanzo). Il cerchio si chiude oggi, con questo It’s What I’m Thinking: Part One, Photographing Snowflakes che si riallaccia quasi perfettamente alle sonorità di The Hour of Bewilderbeast. Dico “quasi” perchè di mezzo ci sono 10 anni e si sentono.
Una parte fondamentale di questo lieto fine va attribuita al ricongiungimento con la The End Records, la “sua” etichetta.

It’s What I’m Thinking: Part One, Photographing Snowflakes è il primo capitolo di una trilogia, a cui seguiranno Part Two e Part Three. Tutta la triologia denota un periodo di intensa creatività ed ispirazione da parte dell’artista di Bolton (Born In The U.K.), che ha deciso di immortalare questo flusso nella triologia. Forse è proprio come fotografare i fiocchi di neve.
Il disco è davvero intimo, riflessivo e toccante; te lo consiglio!

Assente ingiustificato per qualche anno si ripresenta all’appello ben preparato: sospiro di sollievo.

Badly Drawn Boy - Safe Hands

Sufjan Stevens, The Age Of Adz

Pubblicato da: Fran il 18 ottobre 2010 | Categoria: Indie Pop | 4 Commenti »

Quando ho voglia di ascoltare i Fiery Furnaces ascolto i Fiery Furnaces.
Quando ho voglia di ascoltare i Flaming Lips ascolto i Flaming Lips.
Quando ho voglia di ascoltare gli Animal Collective ascolto gli Animal Collective.

Non mi è mai capitato di pensare “Bè, speriamo che Sufjan Stevens faccia un disco che suoni come i Flaming Lips di Yoshimi Battle And The Pink Robots, o come i Fiery Furnaces di Blueberry Boat o come gli Animal Collective nel 2005.” Eppure è accaduto realmente in The Age Of Adz (12 ottobre 2010, Asthmatic Kitty Records), a riprova che il mondo non va come dico io.

The Age Of Adz è la magniloquenza che da sempre contraddistingue Sufjan Stevens, rapportata a tanta roba (per lo più elettronica) tutt’altro che essenziale, in poche parole forse troppa carne al fuoco.
Molte tracce partono acustiche (Futile Device, I Want To Be Well …) o con un intro pianistico (Now That I’m Older) e sembrano “il vecchio Sufjan”, poi il pezzo si evolve e si conclude in modo opposto.
Per quanto mi riguarda non comprendo dove voglia andare a parare, è tutto fuorchè coeso. L’elettronica spesso distoglie anzichè amalgamare.
Ci sono alcuni pezzi carini, diversi, ma sono portato a credere che se si trattasse di un esordiente The Age Of Adz passerebbe un po’ in sordina.
Tralasciando moti reazionari e sentimenti nostalgici per la prima parte della sua carriera (la lezione dei Radiohead dev’esserci pur servita a qualcosa!), se svolta dev’essere probabilmente sarà stilisticamente compiuta e sensata con la prossima uscita.

Al contempo, la mia speranza è che non abbandoni il progetto del 2003, di comporre un disco per ognuno dei 50 stati americani. Sembrava potercela fare, in molti ci credevamo, qualcuno si era pure appassionato. Michigan ed Illinois erano, sono, due grandissimi dischi di una creatività tale da partorire Avalanche, un disco di “scarti” da Illinois, con esiti di classifica anche superiori al “fratello maggiore”.

Le tematiche trattate dal “nuovo Sufjan” sembrano andar dietro alla direzione artistica presa. The Age of Adz infatti, è un riferimento all’arte di Royal Robertson (a cominciare dalla cover fino a tutto il packaging). Robertson (1936–1997) fu artista malato di schizofrenia, con disturbi della personalità tali da essersi autoproclamato Prophet Royal Robertson.

Patchwork folk-indietronico con magniloquenze vagamente glam. Sufjan, ci fai o ci sei?

Sufjan Stevens - I Walked

Magic Kids, Memphis

Pubblicato da: Fran il 3 settembre 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Memphis è l’album di debutto dei Magic Kids da Memphis.
(volevo partire con un palindromo e per poco non ce la facevo!)

Di Memphis mi ha colpito la copertina in primo luogo, mi ricordava quella di Expo 86 dei Wolf Parade, in secondo luogo null’altro.
Ovviamente i Wolf Parade non centrano niente, se dovessi fare dei nomi attuali direi Apples In Stereo, Hidden Cameras e Vampire Weekend. Tuttavia le assonanze più calzanti si trovano ngli anni 60 e mi riferisco più precisamente ai Beach Boys.
La band di Bennett Foster (cantante e chitarrista) e Will McElroy (tastierista) è una delle sensazioni di questa fine estate. Con all’attivo un singolo per l’etichetta locale Goner nel 2009 (Hey Boy/Good to Be entrambe contenute nel disco), uno split con Smith Westerns per la Fat Possum nei primi mesi del 2010 e con una serie di esibizioni live “gioiose” e variopinte; hanno creato una certa aspettativa.

Memphis, registrato al Doug Easley studio da Shane Stonebeck (Vampire Weekend appunto e Sleigh Bells), è uscito il 24 agosto per la Matador.
Come accennato sopra tutto il disco è decisamente influenzato da Beach Boys, Brian Wilson, Phil Spector & Co. e comunque in generale dal surf-sound anni 60. La cosa più positiva che vi si può scorgere raschiando il fondo dei solchi, è che tutto ha una patina vagamente glam (ma vagamente eh!), resa sbrilluccicante dall’esecuzione orchestrale (con tanto di violini, ottoni, organetto vintage e synths); come dire una sorta di chamber-surf-pop.

Disco piacevole, ma abbastanza innocuo. Fra i pezzi più apprezzabili Hey Boy ( ricorda molto il primo dei Polyphonic Spree), Good To Be in grado di regalare qualche ancheggio “alla Pipettes”, Skateland un pezzo indie rock venato di quella leggerezza glam che ci avevano regalato gli Evangelicals (quanto potenziale inesploso) e Little Red Radio che sà un po’ di Mass Romantic (New Pornographers).

In attesa di tempi migliori, ma visto che 2 sole canzoni superano i 3 minuti (sprecherete davvero pochi Megabyte) è un ascolto che ci può anche stare.

Magic Kids - Summer