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Superchunk, Foolish

Pubblicato da: Fran il 5 ottobre 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Operazione autunno-nostalgico in casa Merge Records e dalla soffitta questa volta escono i Superchunk con una riedizione del loro classico Foolish.

Lo-fi, power-sadness, guitar buzzing e atmosfere da pub sono la costante di 12 tracce che mai superano i 4 minuti di durata, per un disco che dovrebbe essere propedeutico all’Academy of Rock degli Yo La Tengo.

Ah, e visto che c’abbiamo un problemino con Wikipedia (qualcosa che non va nel nostro sistema democratico, or something like this, credo), vale la pensa specificare che i Superchunck sono un quartetto power-pop-indie-rock di Chapel Hill (North Carolina).
Il valore dei Superchunk va probabilmente al di là della loro produzione musicale, considerato lo spirito D.I.Y. con cui la band ha resistito ad oltranza a qualsiasi proposta o dettame dell’industria musicale.

La nuova edizione di Foolish, già disponibile dal 13 Settembre, segue a ruota le precedenti “riesumazioni” di di Here’s Where the Strings Come In, No Pocky for Kitty e On the Mouth.


John Maus, We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves

Pubblicato da: Fran il 12 luglio 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Con il terzo disco arriva pure la mia consacrazione: John Maus è il vero erede di Ariel Pink. Ciò ovviamente non significa (solo) fama e gloria, ma acclamazioni e lanci di verdura marcia in egual misura, già perché se la musica dello stravagante polistrumentista di Los Angeles (Ariel Pink) divide, We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves (Ribbon Music, 2011) non è da meno.
Tra le due linee di fuoco, fra complimenti e insulti, io sto decisamente dietro la barricata dei sostenitori di Ariel Pink e di John Maus: che geni!

In realtà, per tutto il resto, John Maus è molto diverso da quel cazzone di Ariel. Maus vivevive ad Austin, ben lontano dalle coste della California, frequenta il dottorato in Scienze Politiche e nel tempo libero suona.
La carriera di Maus è cominciata con le collaborazione al fianco di Ariel Pink (guarda caso), con cui ha suonato negli Hunted Graffiti, e Gary War, poi sono arrivati Songs (Upset The Rhythm 2006) e Love Is Real (Upset The Rhythm 2007), We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves si presenta come il check in di un artista che sta per prendere il volo.

La musica di questo eccentrico synthPOPper da cameretta è fatta di sintetizzatori, linee di basso tese, drum machine e riverberi vocali. In pratica convivono qui il sound scuro dei Joy Division, il mood etereo dei Roxy Music, l’approccio decostruttivo degli Xiu Xiu, la fugace intensità delle colonne sonore dei film anni 80, la spiritualità della musica medievale e barocca e tanta elettronica.

Un nome che dovrebbe essere nel taccuino di ogni talent scout.


The Wave Pictures, Beer In The Breakers

Pubblicato da: Fran il 9 maggio 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Ennesimo disco per gli “amorini nazionali” Wave Pictures, loro ci amano noi li amiamo, credo che sia un sentimento indie-penisnulare piuttosto esteso da parte nostra e una celebrazione che si consuma ormai in ogni disco da parte loro. Si tratta di inediti sì, ma con qualche brano di gioventù, come In Her Kitchen, che David Tattersall ha scritto quando aveva diciassette anni. Che sia il secondo album nel volgere dei 12 mesi non è cosa che impressiona, loro in tour per distrarsi un’attimo scrivono canzoni, poi questa è gente cresciuta a pane, John Peel e C-86; roba che se hai qualcosa da fare Do It Yourself e se hai qualcosa da dire dillo subito e basta, la bellezza starà nei contenuti piuttosto che nella forma.

Beer In The Breakers (pubblicato il 18 aprile per la Moshi Moshi Records) non è il loro migliore ma è un buon compendio della summa artistica di David Tattersall (voce e chitarra), Franic Rozycki (basso) e Jonny Helm (batteria), ovvero è vivido, nostalgico e agrodolce.
Non poteva essere altrimenti visti i riferimenti musicali (vedi sopra) della band di Wymeswold (un villaggio rurale vicino Leicestershire (UK) e calcolata anche la scelta di affidarne la produzione all’amico Darren Hayman degli Hefner (ah!).

Per quanto riguarda il sound del disco, questo presenta il solito magico mix fra Television (China Whale Brand), cert’altro post-punk made in grande mela anni 70/80, qualche supponenza smithsiana, momenti di delicatezza tipicamente twee (in Rain Down sembrano i Belle & Sebastian del 1996 svegliatisi di buon umore) e qualche sospensione post-rock. Oltre a tanti tanti assoli per cui sono stati più volte additati come edonistici cazzoni.

Quando la primavera arriva i Wave Pictures “smarmottano”, se il mondo ha bisogno di certezze, eccone una.

The Wave Pictures - Now Your Smile Comes Over In Your Voice

Cass McCombs, Wit’s End

Pubblicato da: Fran il 26 aprile 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Cass McCombs è un cantautore californiano, tormentato ed enigmatico. Con Wit’s End Cass tocca quota cinque album (gli ultimi 3 pubblicati tutti su Domino Records), che assieme all’EP del 2002 costituiscono tutta la sua discografia.
Wit’s End, che esce oggi ufficialmente, è stato registrato nel volgere di due anni in vari studi fra la California, New York, New Jersey e Chicago. Una scelta questa che ne esalta l’indole raminga, pare infatti che abbia scritto alcuni dei suoi pezzi migliori fra un divano e l’altro durante i suoi viaggi fra l’ovest e la costa orientale degli Stati Uniti.

Wit’s End non è un disco semplice, è immediato ma non banale, sono pronto a scommettere che attirerà su di sé pareri parecchio discordanti. Per quanto mi riguarda, mentre Catacombs (2009) può essere considerato un calo fisiologico che “ci sta”, questo è sicuramente l’album del riscatto.
Il disco, prodotto dallo stesso cantautore e da Ariel Rechtshaid, ci regala 8 tracce di crepuscolare chamber pop, un songwriting che sfuma con la dissolvenza dell’occhio di bue.
Dall’iniziale County Line, un buon pezzo addolcito da un delicato falsetto viola, a Hermit’s Cave scandita da un suono che ricorda una vera vergata, fino all’interminabile fingerpicking della conclusiva A Knock Upon The Door, i pezzi sono tutti (o quasi) permeati di sofferenza.
L’uso di un organo, fisarmonica, fiati assortiti e percussioni, è una scelta che supera in agilità l’ostacolo monotonia, a favore di un risultato finale coerente ma variegato.

Wit’s End è l’ennesima buona prova di un personaggio anacronistico che vorrebbe forse tendere a Elliott Smith (Memory’s Stain), Rufus Wainwright, Leonard Cohen e Nick Drake. Chiaramente una cricca difficilmente raggiungibile, dove Wainwright sembra il paragone più vicino sia temporalmente che artisticamente.

Da consumarsi preferibilmente in veranda, vino passito in persistenza, crepuscolo negli occhi e Wit’s End nelle orecchie.

Cass McCombs - County Line

Ducktails, Ducktails III: Arcade Dynamics

Pubblicato da: Fran il 31 gennaio 2011 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Benché il nome di Matthew Mondanile sia notoriamente accostato a quello dei Real Estate, di cui è chitarrista, il ragazzo è impegnato dall’età di 22 anni nella produzione di tape album rigorosamente in formato audio cassetta. Dallo scantinato dei suoi genitori, ai riascolti nell’autoradio della macchina prima del missaggio, il processo creativo tipicamente lo-fi di Matthew ha visto dapprima pubblicato un sette pollici per la Breaking World Records e, in seguito, una serie di LP, cassette e CD sulle più svariate etichette indipendenti.

Tralasciando i Real Estate, dai quali la “carriera” di Matthew gode di una discreta indipendenza, le cose sembrano farsi serie nel 2009 quando ha rilasciato Landscapes, dietro al moniker di Ducktails. Il recentissimo Ducktails III: Arcade Dynamics, pubblicato a metà gennaio dalla Woodsist Records, sembra aver superato certe nebuolsità delle uscite precedenti, è meno “elettrico” ed è cantato (in minima parte), tutte cose che probabilmente lo renderanno più accessibile.

Ducktails III: Arcade Dynamics nel suo essere così indie-guitar-rock ricorda gli ultimi Joan Of Arc, in totale poco più di mezz’ora di psychedelic pop, a tratti bucolico (Porch Projector è un meraviglioso affresco di 10 minuti), forse “paesaggistico”, ma sempre e comunque malinconico.
Esatto, malinconico, una volta certo indie pop l’avremmo etichettato così, ma oggi fa più tendenza hypnagogic pop (o pop ipnagogico), la controversa definizione che pochi mesi fa s’inventò il critico David Keenan sulle pagine di The Wire. Il termine deriva dalle allucinazioni ipnagogiche “…esperienze intense e vivide che si verificano all’inizio di un periodo di sonno …” [cit. Wikipedia].
Il ricordo di qualcosa che non si è vissuto, attraverso suoni melensi e terribilmente indie pop, caratterizza le produzione di Ducktails. Come la colonna sonora di un momento immaginario, come il dream-pop anni 80 solo immaginato e mai vissuto; volendolo dire con una parola inventata: hypnagogic pop.

Sopra la media sono sicuramente la già citata Porch Projector, Hamilton Road, Art Vandelay e Killin’ The Vibe, con featuring di Panda Bear, il cui apporto si traduce in un approccio barrettiano della voce per un risultato ancor più psichedelico.
Un piacevole disimpegno e non molto di più in verità, ma “piacevole” è già un aggettivo profondamente positivo, o no?!

Ducktails - Art Vandelay