Pubblicato da: Fran il 31 maggio 2011 | Categoria: Folk | 1 Commento »

I Bon Iver (parlo al plurale perché sebbene Justin Vernon sia il deus ex machina del gruppo del Wisconsin, lui preferisce rendere giustizia ai tre tizi che suonano con lui continuando a parlare di band) usciranno con un nuovo album il 21 giugno per la 4AD. Trattasi del self titled Bon Iver, anticipato dal singolo Calgary.
Oltre ai membri fissi Sean Carey, Mike Noyce e Matt McCaughan, in questa uscita compaiono diversi ospiti d’eccezione: il chitarrista Greg Leisz (Lucinda Williams, Bill Frisell), il bassista sassofonista Colin Stetson (Tom Waits, Arcade Fire), Mike Lewis (Happy Apple, Andrew Bird), CJ Camerieri (Rufus Wainwright, Sufjan Stevens), più Rob Moose (Antony and the Johnsons, The National) che ha contribuito agli arrangiamenti e alla sezione archi.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Justin Vernon ha fondato i Bon Iver (sounds like “buon inverno” in francese, ma ovviamente non è grammaticalmente corretto) dopo aver smantellato la sua prima creatura, i DeYarmond Edison, un gruppo tipicamente inde folk intimistico e introspettivo, accostato usualmente a Iron & Wine e Bonnie “Prince” Billy.
Bon Iver, con una vena di psichedelia in più, conosce la ribalta nel 2007 con l’acclamato For Emma, Forever Ago, un home tape registrato alla buona pubblicato da Jagjaguwar negli States e dalla 4AD in Europa.
Il self titled di prossima uscita è stato scritto negli ultimi tre anni e registrato all’April Base Studios, un’ex clinica veterinaria trasformata in uno studio di registrazione da Vernon e suo fratello. Bon Iver è un innocuo follow up, niente di nuovo niente o di troppo coraggioso, ma se avete amato For Emma, Forever Ago avrete la possibilità di bissare senza troppi affanni.
Troverete in Bon Iver, sotto la voce stratificata e volutamente opaca di Justin Vernon, un inde folk (Holocene) che vaga etereo, sospeso fra sogno e realtà, che certe volte sembrano i Roxy Music convertiti all’hypnagogic pop (o pop ipnagogico). Pezzi più sinfonici e sottili sezioni d’archi (Towers, Perth), non poteva essere altrimenti, visti gli ospiti di cui sopra e mi riferisco anche e soprattutto a Rob Moose. Un paio di pezzi strappa lacrime, penso ad esempio alla conclusiva Beth / Rest, tutta tastiere, anni 80 e poesia. Qualche chitarrina sadcore oltre all’usuale fingerpicking.
La sensazione è che cambiando l’ordine di usicta, fra l’esordio e questo, oggi Justin Vernon avrebbe un po’ meno appeal.
Bon Iver - Calgary
Pubblicato da: Fran il 8 marzo 2011 | Categoria: Folk | 1 Commento »

Gli A Hawk And A Hacksaw sono una gran bella cosa e se non ci fossero bisognerebbe inventarli, di sicuro Jeremy Barnes penserà qualcosa del genere. Io invece penso che se non ci fossero gli A Hawk And A Hacksaw, magari ci sarebbero ancora i Neutral Milk Hotel e questo mi fa incazzare tantissimo. O forse i Neutral Milk Hotel non ci sarebbero ugualmente, ma certe volte è meglio prendersela con un signor Malaussène qualsiasi piuttosto che rassegnarsi.
Per il resto non c’è che dire, Cervantine, registrato durante il 2010 nello studio di proprietà dell’ex batterista dei NMH ad Albuquerque (in Nuovo Messico), è ancora una volta un gran bel disco. Casomai voleste parlarne in pubblico, senza la tentazione di cedere allo sproloquio dettato dal vivido ricordo dello scioglimento dei Neutral Milk Hotel, ecco un breviario di affermazioni sicuramente vere su Cervantine da mandare a memoria:
- Cervantine prosegue il cammino di esplorazione e contaminazione intrapreso da qualche anno a questa parte dalla band.
- La scelta di abbandonare la Leaf Records per aprirne una label tutta loro, la L.M. Duplication, è davvero coraggiosa.
- Il quinto album in studio è un tributo al gypsy-folk dell’est Europa, che interessa principalmente: Yugoslavia, Grecia, Ungheria e Romania.
- E’ un disco che di sicuro piacerà ai fans di Fools Gold, Beirut e Calexico.
Per tornare alle cose essenziali, come dire importanti, gli A Hawk And A Hacksaw sono Jeremy Barnes e la splendida violinista Heather Trost (vi innamorerete di lei ascoltando il suo requiem Lazslo Lassù), per l’occasione coadiuvati dai fratelli Hladowski: Stephanie (vocals) e Chris (bouzouki).
Cervantine conta appena 8 tracce per poco più di 40 minuti di musica, ma non c’è un solo giro a vuoto, dalla marcetta folkloristica Mana Thelo Enan Andra a At The Vulturul Negru, con un breve ma significativo tentativo di contaminazione fra musica popolare ed elettronica; dal classico del repertorio turco Uskudar a Espanola Kolo che ben rappresenta le infuenze spagnole e messicane della band.
Affidabili come sempre.
A Hawk And A Hacksaw - Mana Thelo Enan Andra
Pubblicato da: Fran il 17 gennaio 2011 | Categoria: Folk | 0 Commenti »

La splendida voce di Colin Meloy (ricordi Colin Meloy sings, live?) e un songwriting tipicamente british-folk anni 60, sono i tratti che meglio di qualsiasi altra cosa caratterizzano i Decemberists. Questo non a caso, visto che Colin ha un convinto background tipicamente folk, giustificato dalla militanza in diverse formazioni alternative country, prima di tornare alla Portland natale e fondare il suo gruppo più famoso.
The King is Dead è il sesto album dei Decemberists (più una discreta serie di EP) ed esce ufficialmente oggi per la Rough Trade. E’ un buon disco, soprattutto migliore dei due precedenti; ma va detto sin da subito, appartiene alla metà che stà dall’altra parte dello zenith artistico del gruppo, i dischi più eccitanti sono senza dubbio i primi tre.
Dal sorprendente esordio del 2002 (Castaways and Cutouts) sino al meraviglioso Picaresque del 2005, i Decemberists hanno attraversato una fase creativa notevole che li ha portati a sfornare pezzi indie pop di incredibile delicatezza, brani folk tremendamente intimistici quasi “pastorali” e pezzi più spinti graffiati da riff in pieno Rough Trade style.
Nel 2006, con The Crane Wife, arriva la firma con la major Capital Records che coincide fatalmente con l’inizio di una fase meno brillante per quanto mi riguarda, dove i Nostri si concedono qualche istrionismo di troppo, ammiccamenti al prog. (o perlomeno, una sorta di) e pomposità che trovano compiacimento nel formato concept che diventa un vezzo della band.
A loro va il merito di essere costantemente mutevoli, alla ricerca di un passo avanti o semplicemente un passo in una qualsiasi direzione, purché non sia un accontentarsi.
Di sicuro The King Is Dead risente della presenza di Peter Buck (non solo a livello mediatico), in diversi pezzi rivive quella velocità di certo college rock degli anni 80 statunitensi, esempio ne sono Down By The River e Calamity Song.
Il cangiamento che il gruppo sembra essersi autoimposto è parimenti evidente in pezzi come Rox In The Box o All Arise! dove il country più classico è il mood predominante e gli archi le rendono praticamente “saloon ballad”.
Per cui non ho nessun problema con questo disco dei Decemberists, che anzi giudico in modo decisamente positivo, il punto è che io li vorrei immobili ai tempi di Picaresque. Chiedo troppo?
The Decemberists - Down By The Water
Pubblicato da: Fran il 5 novembre 2010 | Categoria: Folk | 3 Commenti »

Nossignore, ricomincio da… cioè, tre cose me so’ riuscite ind’a vita, pecchè aggià perdere pure cheste?! Aggià ricominciare da zero?! Da tre!… Me ne vac, nun ce la faccio cchiù…
(Ricomincio da Tre di (e con) Massimo Troisi)
Spesso un nuovo inizio è sinonimo di “ripartire da zero”. Che si possa invece ripartire da quanto fatto di buono è un’idea tutto sommato semplice, ma coraggiosa allo stesso tempo, ci costringe a prendere in considerazione anche le cose che nun so’ riuscite ind’a vita.
Questo Self Titled degli Elf Power, uscito il 14 di settembre per la Orange Twin Records dopo la parentesi alla semi-major Rykodisc (un rapporto vissuto sempre senza accettare compromessi), segna un nuovo inizio, ma senza dimenticare quanto fatto fin’ora dalla band di Athens (Georgia).
Gli Elf Power fanno parte della seconda ondata di band emerse dal collettivo Elephant 6 Recording Company, assieme ad Apples (In Stereo), Neutral Milk Hotel e Olivia Tremor Control; sono in buona compagnia dunque. Il debutto della band fondata dal cantante e multi-strumentista Andrew Rieger e Laura Carter, avviene nel 1995, da allora sono seguiti 10 album, 2 EP e una manciata di singoli.
Fra tutte queste uscite, gli Elf Power tre cose sopra la media le hanno fatte di sicuro e sono: A Dream In Sound, Walking With The Beggar Boys e Dark Developments con Vic Chesnutt (1964 – 2009). Proprio alla memoria di Vic Chesnutt è dedicato questo disco.
A queste 3 ciambelle col buco ora va aggiunto Elf Power, un’opera contemplativa che si addentra nei “luoghi più oscuri” e che probabilmente rappresenta il loro album più maturo e completo. Anche se per il coinvolgimento di alcuni pezzi, di pancia, continuo a preferirgli Walking With The Beggar Boys.
Tutto il disco suona semplice in superficie e scorre via liscio, ma c’è un senso profondo che corrode la scorza, ascolto dopo ascolto, fino ad arrivarti dentro.
Le canzoni sono principalmente folk venato di psichedelia e ballate stile anni 60. Fra i temi trattati l’amore, la solitudine, la rivelazione (Stranger In The Window potrebbe essere il seguito di The Stranger meravigliosa la canzone di Walking With The Beggar Boys) e un senso di libertà “selvaggia” che da sempre contraddistingue la band.
Uno dei best kept secret dell’indie statunitense, 37 minuti di occhi gonfi che resteranno arrossati a lungo.
Elf Power - Stranger In The Window
Pubblicato da: Fran il 20 maggio 2010 | Categoria: Folk | 0 Commenti »

The Threshingfloor non è esattamente un disco all’altezza di Ten Stones, ma non è possibile che un’uscita discografica di Wovenhand passi così in sordina. Se ne parla poco, forse troppo poco, ma il dark gothic folk di David Eugene Edwards non tradisce mai.
Sono passati “appena” due anni dall’uscita dell’acclamato Ten Stones, eppure il suono di The Threshingfloor è così diverso. Glitterhouse e Wovenhand (questa volta senza Emil Nikolaisen, il chitarrista del gruppo shoegazer Serena Maneesh ha dato forfait) hanno licenziato il 10 Maggio, l’ennesimo disco denso e oscuro. Questa volta però il disco è attraversato da brezze nord africane e insoliti temi musicali arabeggianti, da suk marocchina. Nel dire ciò penso soprattutto alla title track o ad alcune cadenze ritmiche nel cantato.
Il mistero diventa un sorriso compiaciuto di chi “ha capito”, leggendo le date dell’ultimo tour dei Wovenhand, che ha toccato Serbia, Croazia, Turchia e Macedonia.
Da segnalare anche Truth, cover dei New Order, Denver City e una packaging fine ed esotico, con un drago argentato in basso rielievo su copertina blu scuro: fantastico!
Il Rock-A-Billy della conclusiva Denver City, così ritmato e quasi estrano al resto del disco, è un deciso “arrivederci” a chi lo segue dai tempi degli indimenticati e grandissimi 16 Horsepower (vabbè, qui mi ci metto pure io! il solito indie snob, tzè).
Il sole sorge la mattina, nessuna onda è uguale all’altra e David Eugene Edwards non sbaglia un colpo: il 2010 ha già le sue certezze.
Wovenhand - Sicking Hands