Pubblicato da: Ivanogiovane il 21 giugno 2011 | Categoria: Film | 0 Commenti »
E’ sempre tremendamente difficile approcciarsi a parlare di un film di Malick e nel caso di Tree Of Life l’impresa è forse ancora più ostica, vista la grande ricchezza e l’abissale profondità di tematiche, tecniche e bellezze in seno all’opera vincitrice della Palma d’oro di Cannes.
Malick ha (da sempre) l’incredibile capacità di saper piegare le tecniche del cinema ai temi che affronta, intrecciando le componenti estetico-stilistiche e quelle emotive in maniera così naturale da avvolgere completamente lo spettatore.
L’uomo indotto all’ignominia dalla guerra, l’incontro-scontro con le leggi naturali e il loro tentato sovvertimento sono tutti soggetti che Malick ha affrontato, incurante della difficoltosa rappresentazioni di tematiche quanto meno astratte.
Eppure ha sempre stupito la sincerità e il tatto con cui ha dipinto i suoi personaggi, rendendo tangibili gli interrogativi che tutti prima o poi si pongono sulla natura dell’animo umano e della vita stessa.
Questo prolisso preambolo serve solo da rampa di lancio per dire che Malick ha osato ancora di più questa volta; ci troviamo di fronte a due ore e venti di cinema vero, quello da antologia e che piaccia o no va riconosciuto al regista texano la sapienza e la capacità artigiana di piegare il linguaggio filmico alla pura idea che sta alla base dei suoi lavori.
La sfida questa volta è di rappresentare l’origine della vita, ponendo domande sulla genesi dello spirito/anima/sensibilità, sull’esistenza di dio…oltre che sull’origine del bisogno umano di credere in qualcosa di superiore.
Sinossi In Brevis: Sullo sfondo di una cittadina texana degli anni ’50, scorrono le vite dei cinque membri di una famiglia tipicamente americana. Un padre autoritario e una madre affettuosa si dividono/contendono l’affetto e il rispetto dei propri tre figli maschi; le fasi della loro crescita fisica e spirituale vedranno un brusco punto di rottura alla tragica scomparsa del primo genito.
L’esile plot viene sezionato e le varie sequenze sparse per tutto il corso del film, quasi ad inscenare un flusso di(n)coscienza.
Parallelamente alla storia, Malick inscena la creazione della terra, venti minuti ad inizio pellicola che rimarranno probabilmente nella storia, tra big bang, vulcani, brodo primordiale, persino dinosauri.
La grande maestria del cineasta texano sta proprio nella capacità di tenere uniti e coerenti elementi così visivamente disparati; in effetti è proprio nel montaggio la chiave di volta di quest’opera, essenziale da comprendere per non farsi sopraffare da un film che ai meno ferrati in ambito cinematografico, potrebbe sembrare solo pretenzioso.
La storia della terra scorre tumultuosa quanto la crescita del piccolo Jack, lo scontro tra i continenti non è dissimile dallo scontro col padre e la natura che amorevolmente e spettacolarmente dà vita alla terra, si impersona nella madre.
Jack è dunque il campo di battaglia del conflitto eterno tra violenza e grazia, conflitto che Malick esprime con estrema raffinatezza e che rende al meglio, grazie ad un uso ineccepibile del montaggio, che interseca narrativamente ed emotivamente le vicende del protagonista a quelle della genesi terrestre.
La fotografia di Lubetzki è un altro incredibile punto di forza di Tree Of Life, capace di rendere magnifica all’occhio ogni minima sequenza, da quelle più intime e casalinghe a quelle più spettacolari e mastodontiche, senza scadere mai nella pura contemplazione estetica.
Colmo di citazioni bibliche e religiose (non solo cristiane), di dialoghi e commentaires a sfondo filosofico, quest’enorme opera è di sicuro la più coraggiosa e sfrontata di Malick; indubbiamente non accessibile a tutti (troppe risate in sala) e che richiede forse più visioni per essere assimilata e compresa del tutto.
Senza dubbio Tree of Life rimarrà nella storia ed è già terreno di scontro (come il Jack del film) per i critici e per il pubblico.
Pubblicato da: Ivanogiovane il 5 aprile 2011 | Categoria: Film | 3 Commenti »
Mark Romanek è un grande regista di videoclip musicali. Niente meno che un maestro.
Ne ha diretti di ogni tipo, spaziando tra artisti completamente diversi (alcuni nomi NIN, Madonna, R.E.M., Sonic Youth, Michael Jackson ecc ecc.), adottando differenti stili visivi: dal pirotecnico e costosissimo Scream di Jackson, al sexy-macabro Closer dei NIN, passando per ambientazioni più intime e emotive, vedi Eels o Johnny Cash.
Come regista di lungometraggi d’altro canto è piuttosto mediocre e poco prolifico. Dopo l’introvabile Static (1985), Romanek dirige il dimenticabile One Our Photo (2002), noir-psycho-thriller decisamente pasticciato. Con Non Lasciarmi, tratto dal best seller di Kazuo Ishiguro, compie un deciso passo in avanti.
Sinossi in Brevis: Inghilterra, fine anni ’60, Kathy, Ruth e Tommy sono nati e vivono con un unico scopo: donare i propri organi. Creati in laboratorio con migliaia di altri bambini, fanno parte di un programma governativo (ampiamente accettato culturalmente) destinato alla ricerca scientifica. La programmata vita dei tre si snoda tra triangoli amorosi e una perenne rassegnazione più o meno cosciente al proprio destino.
Se la trama lascia presagire un adattamento melò, viste le numerose contingenze tragiche che costellano il libro e il plot, Romanek opta per un altro stile di narrazione e registico.
Vengono rifiutati infatti, facili e ruffiani sentimentalismi poichè solo la storia coi suoi eventi si suppone sia veicolo emotivo e ragione di empatia per lo spettatore.
La regia con il procedere del film è sempre più invisible e statica fino a saturare e sordamente implodere, arrivando a non mostrare più i fatti ma a lasciarli raccontare dala protagonista Kathy (un’ispiratissima Carey Mulligan).
Il mondo di Non Lasciarmi è dunque freddo e rassegnato e Romanek non poteva trasferire meglio questa sensazione di abbandono e allo stesso tempo di normalità che permea gli animi dei condannati protagonisti.
In questo senso ottima anche la direzione degli attori che dipingono bene le sottili sfumature caratteriali dei nostri tre tragici “eroi”.
Se va considerata riuscita l’operazione di adattare ai movimenti di macchina e ai tempi filmici gli umori generali del soggetto, lo stesso non si può dire della sceneggiatura di Alex Garland che letteralmente brucia e lascia intuire con estremo anticipo ogni sviluppo e sottotrama.
Essendo la regia e la recitazione volutamente fredde, uno script di maggiore vigore e con maggiore ampiezza di respiro avrebbe reso più coinvolgente il tutto.
Se l’emotività sta tutta in mano allo svolgersi degli eventi, è evidente l’errore nel non aver dato la possibilità alla storia stessa di sorprendere di più, evitando di “spiattellare” letteralmente quello che forse è il vero fulcro della narrazione: il fatto che i protagonisti sono cloni (e che incredibilmente si intuisce già dal trailer).
Questo obbiettivamente è una mannaia per un film che poteva essere un piccolo gioiellino, contando anche l’ottima fotografia di Adam Kimmel che fa rendere al meglio le stupende ambientazioni albioniche.
Laddove la freddezza dei personaggi nei confronti del proprio segnato destino poteva commuovere, rende invece freddi anche noi ed è letteralmente un peccato trattare così superficialmente una storia di mortalità, di vita e di emotività pura. Provaci ancora Mark.
Pubblicato da: Ivanogiovane il 17 marzo 2011 | Categoria: Film | 1 Commento »
Away We Go è l’ultimo film di Sam Mendes (noto ai più per American Beauty) regista tra i più esteti della Hollywood contemporanea; un vero e proprio creatore di “cartoline emotive”, basti pensare all’atipico Iraq-movie Jarhead o alla spietata analisi sulla società americana compiuta in Revolutionary Road.
American Life (sminuente traduzione italiana del titolo) è però un film molto diverso dai suoi predecessori, nella produzione low-budget prima di tutto, nell’uso di attori decisamente “indipendenti” come il bravo John Krasinski e anche per la colonna sonora affidata quasi interamente al songwriter scozzese Alexi Murdoch, invece che al pomposo Thomas Newman.
Sinossi in brevis: Burt e Verona, coppia di trentenni non sposati ma in dolce attesa, intraprende un viaggio attraverso gli Stati Uniti, dubbiosi su dove sia il posto migliore per crescere un figlio. Sconfortati dalla colpevole assenza e superficialità dei genitori di lui (Verona è orfana da tempo), i due si troveranno (ovviamente) ad affrontare un viaggio allo scoperta di sè stessi, alla ricerca dei riferimenti e delle responsabilità di cui pare necessitino più loro che il bambino in arrivo. Il tutto sceneggiato da Dave Eggers.
Si conferma dunque fil-rouge della poetica filmica di Mendes la famiglia e la sua essenza di guida per l’individuo. Se però nei film precedenti la tipica family americana si rivelava patologicamente ipocrita e feroce coi suoi membri, in American Life assistiamo al ribaltamento di quest’ottica naturalista e balzachiana; Burt e Verona affidandosi ad una sorta di innato buon senso, rappresentano una speranza nel futuro inedita per il cinema Mendesiano. Attraverso il viaggio che intraprendono, i due scopriranno disneyanamente che l’amore che li unisce è di certo più forte di tutti i dubbi che li attanagliano e delle mancanze domestiche di cui sono stati vittime. Incappando in attimi di fastidioso buonismo, il regista sporca (finalmente) il suo consueto stile patinato per raccontare questo road-movie, che con qualche didascalismo in meno avrebbe di certo toccato di più lo spettatore.
Camera a mano e fotografia dai toni caldi, spirito indie insomma. Peccato che non basti cambiare stile di produzione per sfuggire a quella pomposità (americanismo) che Mendes non riesce a scrollarsi di dosso.
Sufficiente a malapena.
Pubblicato da: Fran il 15 dicembre 2010 | Categoria: Film | 3 Commenti »

Ovvero: quello che tutti ci siamo chiesti appena finito il film The Social Network.
Da una ricerca fatta da me, con livelli di attendibilità rasenti lo 0 assoluto, da fonti quali wikipedia, The Facebook Effect (che è un po’ il controaltare di Accidental Billionaires), Google e le mie conoscenze personali, ecco alcune chicche a proposito di com’è andata a finire.
Mark Zuckerberg ed Eduardo si sono riappacificati?
Saverin, dal processo messo in scena nel film, ha ottenuto una quota del 5 per cento della nuova società Facebook Inc. ed è stato ufficialmente reintegrato tra i cofondatori nel sito ufficiale della compagnia.
Che fine ha fatto Sean Parker?
Nel 2004 Sean Parker, uno degli artefici di Napster, cominciò a consigliare in via informale Mark Zuckerberg ed Eduardo e scalò la società fino a diventarne il presidente con il 7% delle azioni di Facebook. Venne obbligato dai membri del consiglio a lasciare Facebook dopo essere stato arrestato con l’accusa di possesso di cocaina, anche se il processo non si concluse mai con una condanna.
Mark Zuckerberg, dopo quell’estate in California è tornato all’università?
Nel giugno 2004, dopo aver completato l’anno accademico, Mark si trasferì a Palo Alto, in California e non è mai tornato ad Harvard da studente.
Davvero Mark ha distribuito un software gratuitamente invece di venderlo alla Microsoft?
Mark prima di iscriversi all’università, come progetto finale alla Phillips Exeter Academy, ha programmato Synapse, un plug-in per lettori di MP3 come Winamp. Il software era in grado di decifrare i gusti degli utenti in base ai loro ascolti. Nonostante le offerte fossero arrivate a 2 milioni di dollari in seguito ad un’asta fra Microsoft, AOL e Winamp, Synapse fu distribuito su internet gratuitamente.
Il blog di Mark Zuckerberg su Livejournal esiste davvero?
Se anche esistesse non l’ho trovato. Ma in giro circolano i post che Mark “dedicò” alla sua ex ragazza, vedi i punti seguenti.
Erica Albright esiste davvero?
Il personaggio di Erica Albright è costruito attorno ad una ragazza realmente esistita: Jessica Alona, citata (in modo poco cavalleresco) da Mark Zuckerberg, sul suo blog, durante i primi giorni di incubazione del progetto Facebook.
Che cosa scrisse realmente Mark Zuckerberg sul suo blog a proposito della sua ex?
In giro per il web si trova un po’ di tutto, questo lo sappiamo, ma a proposito di quest’argomento, le fonti sono in accordo su queste parole:
“Jessica Alona is a bitch. I need to think of something to make to take my mind off her. I need to think of something to occupy my mind. Easy enough I just need an idea…”
Zuckerberg ha dei biglietti da visita con scritto: “io sono amministratore delegato … puttana”?
Sì secondo il libro The Facebook Effect, Mark aveva due tipi di biglietti da visita in uno dei quali c’era scritto “I’m CEO…bitch!”.
Chi canta la canzone nel trailer del film The Social Network?
Si tratta di una cover del brano Creep dei Radiohead, eseguita da Scala & Kolacny Brothers.
Mentre la fantastica colonna sonora del film The Social Network è stata composta da Trent Reznor dei NIN.
Come posso creare un social network?
Se non sei un programmatore e un genio (entrambi i requisiti sono preferenziali e propedeutici) puoi utilizzare alcune piattaforme gratuite, come Ning, BuddyPress o Mu WordPress.
Come posso diventare il più giovane miliardario del mondo?
Purtroppo in Italia siamo messi male in quanto a “capitalisti avventurieri” che avanzano di qualche milione da reinvestire a favore di giovani di belle speranze con buone idee. O meglio, i capitalisti li abbiamo, solo che non sono avventurieri e nemmeno avventurosi, ovvio che questa non può e non deve essere una scusa o un deterrente, ma tant’è.
Pubblicato da: Fran il 30 settembre 2010 | Categoria: Film | 0 Commenti »

Facebook ha bloccato gli annunci a pagamento del film di prossima uscita The Social Network, su tutto il sito. La motivazione ufficiale è che il social network di Mark Zuckerberg non approva inserzioni a pagamento se Facebook ha ‘collaborato con l’oggetto stesso promosso dall’annuncio’. Motivazione non meno singolare di altre stranezze a proposito delle normative che regolano gli annunci pubblicitari.
La realtà, molto più semplicemente, è che a Mark Zuckerberg il film The Social Network piace sempre meno man mano che si avvicina la data di uscita (Ottobre 2010).
Da quanto si legge in questo articolo pubblicato sul Telegraph, i rapporti fra Sony e Zuckeberg si sono raffreddati ulteriormente e la casa produttrice del film The Social Network ha pubblicato i propri annunci su MySpace che è un sito concorrente a Fecebook: paradossale quantomeno. Come dire, gli affari creano strani compagni di letto.
I rapporti sono destinati a deteriorarsi ancora, prima Mark Zuckerburg ha preso le distanze dall’immagine che il film da di se stesso: un animale da party socialmente disadattato; e ora questo.
Le solite voci di corridoio parlano di una somma a sette cifre versata nelle casse di Myspace, saranno reinvestiti nel Futura Project? Speriamo!