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Best Coast, Crazy For You

Pubblicato da: Fran il 30 luglio 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

A meno che tu nell’ultimo anno non sia stato sull’isola (e sai benissimo a cosa mi riferisco) avrai sicuramente sentito parlare dei Best Coast. Anzi direi che se vivi un’esistenza regolare, condita da quelle 14 ore quotidiane di internet, probabilmente ora starai pensando “che palle, ma ‘sti Best Coast sono dappertutto?”
La risposta è: sì, sono dappertutto e se lo meritano pure.

Facciamo un passo indietro.
Bethany Cosentino aveva un sogno, spostarsi dalla california a New York per calcare le orme di Carrie Bradshaw (sì quella di Sex And The City), diventando giornalista fra un flirt e l’altro. Giuro che sono parole sue, non ho colorito nemmeno un po’.
Ma ben presto il dna delle blonde-rock-girls si fece dominante in lei, così nella sua testa, sulla romantica Carrie, presero il sopravvento Debbie Harry, Curtney Love e Liz Phair, non certo delle brave ragazze.

Tornata a Los Angeles ora la 23enne Bethany Cosentino è cantante e chitarrista dei Best Coast, progetto che condivide con il multi strumentista Bobb Bruno e la batterista Ali Koehler (fresco acquisto, ex Vivian Girls). Al successo hanno pensato un blog, un po’ di social networking, tanto passa parola, e tantissima qualità (originalità non troppa).

I Best Coast formalmente appartengono alla scena indie pop californiana, meno scolasticamente incarnano l’immaginario surf-pop degli anni sessanta con un sound tutto lo-fi.
Fuzz guitar, bassa fedeltà, influenze sixties e l’ombra del muro spectoriano che incombe su tutte le 13 tracce, rievocano pesantemente Vaselines, Jesus And Mary Chain e gli anni della C86. Roba da farmi venire la pelle d’oca.

Crazy For You, che possiamo considerare il vero esordio dei Best Coast, uscirà in Europa per la Wichita Recordings, consiglio di non lasciarselo sfuggire.

Disco del mese questo, di sicuro!

Best Coast - Boyfriend

RIAA: le spese del processo sono di 40 volte superiori ai rimborsi ottenuti

Pubblicato da: Fran il 28 luglio 2010 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Singolare l’esito delle azioni legali intraprese dalla RIAA (Recording Industry Association of America) nel corso del 2008. Secondo l’opinione di Ray Beckerman (tanto autorevole quanto di parte), le spese legali supererebbero di gran lunga i risarcimenti ottenuti a danno dei pirati, per cui tali cifre sono state sborsate.
Nello specifico la RIAA dovrebbe 9.364.901 dollari allo studio Holmes Roberts & Owen, più di 7.000.000 a Jenner & Block e 1.250.000 di dollari a Cravath Swain & Moore.
Tutto questo per recuperare dai downloaders 391.000 dollari di risarcimenti, per violazione del copyright e download illegale tramite peer-to-peer.

Beckerman giudica la cosa “imbarazzante” e c’ha pure ragione, il problema è che il 2008 è andato meglio degli anni passati. Sempre alla voce “spese legali” la contabilità della RIAA annovera spese pari a 21 millioni di dollari per il 2007 (più ovviamente i 3,5 milioni per “investigative operations”) e 19 milioni nel 2006 (più i soliti 3 milioni e mezzo per le immancabili “investigative operations”).

Il bello è che nei due anni il “recupero crediti” per duplicazione illegale di bit (non so se vi rendete conto di che stiamo parlando di riprodurre una serie di 0 e 1 !!!) non è arrivato al milione di dollari. Come dire, in casa RIAA l’importante è partecipare.

La cosa davvero importante è che, di fronte a tali cifre, anche il Telegraph è arrivato (pochi giorni fa) a suggerire per la musica un modello di business differente.

Cito testualmente il quotidiano inglese: “tattiche legali aggressive, contro i pirati, semplicemente non funzionano. Stanno gestendo in modo disastroso le pubbliche relazioni dell’industria musicale.”
Sempre secondo il Telegraph, che ancora non pare del tutto convinto, il downloading illegale costituisce una perdita economica innegabile, prima per le label e infine anche per gli artisti, ma dare la caccia ai singoli pirati non è la risposta giusta. Alleluja!
Del resto sconfiggere i pirati comporterebbe solo il passaggio ad una nuova tecnologia per lo sharing, ad esempio siti come FilesTube che indicizzano i contenuti di RapidShare et simila.

La soluzione sta altrove evidentemente, come dico spesso, qundo il vento aumenta c’è chi costruisce ripari e chi invece mulini a vento.


The Books, The Way Out

Pubblicato da: Fran il 27 luglio 2010 | Categoria: Indietronica | 0 Commenti »

Forse non vi ho mai parlato dell’importanza del chiedere spiegazioni. Eppure è una cosa che ho imparato da tempo, anche se sono il primo a metterla in pratica davvero di rado, lo ammetto. E’ una cosa che risale alle esercitazioni scolastiche di epoca triassica, quando c’erano ancora i temi per intenderci (ci sono ancora?), a quei tempi mi ingegnavo con le idee più che con lo stile. Era poi sempre sconcertante scoprire che chi andava meglio lo doveva alla forma e alla “pulizia”, sebbene si mettessero su carta cose anche banali.
Stupido io che non l’ho capito allora, oggi mi appare perfino ovvio; ancor più idiota che ho preferito arrivarci da solo, decenni dopo, piuttosto che chiedere lumi. Quante ore concentrato su come far quadrare un ragionamento, o a far della filosofia spicciola, a discapito di una prosa che non mi assecondava!

-per inciso, oggi credo di aver abbandonato l’una e l’altra via-

Perchè vi dico questo?
Bè, perchè l’ultimo dei Books, il primo da cinque anni a questa parte, mi pare fare la parte della coperta strattonata qua e là (e sempre troppo corta), fra il significato e il modo in cui viene rappresentato. Parlare di manierismo sarebbe svilente, il concetto va approfondito.

Per gli enciclopedici i Books sono Nick Zammuto e Paul de Jongun, un duo di New York attivo dal 1999.
I due sono unanimamente riconosciuti come capostipiti della collage music: non saprei come potrebbe essere altrimenti, visto che la definizione è stata partorita dallo stesso Nick Zammuto.
Folktronica è probabilmente l’etichetta più calzante, vista la predilezione per la combo di musica elettronica e folk, spesso stesa su tappeti di samples campionati da fonti oscure.

The Way Out esce per la Temporary Residence Records, al contrario delle prime tre uscite, tutte sotto etichetta Tomlab.
La cosa che maggiormente rompe con il passato è la campionatura di intere parti vocali, rispetto al “sampled and looped” più frammentato degli album precedenti. Le parti vocali, in alcuni casi bambini (ma il ragazzo di A Cold Freezin’ Night è lo stesso di The Queen Is Dead?!?!), in altre registrazioni cliniche da sessioni di ipnoterapia, costituiscono l’ossatura di questo disco ancora una volta sperimentale.

A tratti sembra di ascoltare un fake, o un rivisitazione di Madvillian in chiave “suonare con lentezza”, prova a non sorridere ascoltando The Story Of Hip-Hop.
In altri momenti spunta la verve degli Animal Collective ai tempi di Sung Tongs (Thirty Incoming). We Bought The Flood e Free Translator invece, sono due dei pezzi più toccanti: pura folktronica soffusa made of voce e chitarra (e poc’altro).

The Way Out è un discreto pezzo di puzzle-music, ampiamente promosso per quanto mi riguarda. Tuttavia 5 anni dopo il grande Lost And Safe, si presenta la domanda se la voglia di stupire abbia preso il sopravvento sulla voglia sperimentare e se il tutto non presti un po’ il fianco all’edonismo.
Io mi gioco la carta “Beneficio del dubbio“.

The Books - Beautiful People

Chi scarica musica online tramite Peer-To-Peer?

Pubblicato da: Fran il 23 luglio 2010 | Categoria: Music Business | 3 Commenti »

Ho trovato molto interessante questo post di Daniele Raina, a proposito di Free Culture un libro di Lawrence Lessig che da tempo ho sul comodino, fermo in attesa delle mie attenzioni. Lawrence è (come potete leggere dalla sua pagina su Wikipedia) fondatore e amministratore delegato di Creative Commons.

Al di là della domanda chiaramente retorica del titolo del post, Lessing propone una suddivisione in “4 tipi di downloaders p2p” riassumibili in queste brevi descrizioni:

Tipo 1. Il downloader scarica album, singoli e quant’altro, sostituendo in tutto e per tutto l’acquisto in negozio, il danno è massimo (oltre che beffardo).

Tipo 2. L’utente utilizza il p2p per farsi un’idea del disco, una sorta di valutazione prima dell’acquisto. In questo caso emerge la consapevolezza dell’acquisto e la ricercatezza dell’ascoltatore, il danno c’è ma a mio avviso è peggio (per tutti) comprare a scatola chiusa (perchè un ascolto in negozio o leggere dei post è come comprare a scatola chiusa).

Tipo 3. Questi utenti utilizzano il p2p per reperire materiale raro, fuori commercio o bootleg, del proprio artista preferito. L’azione rimane ancora illegale, ma il downloader si sente autorizzato dal non poter fare altrimenti.

Tipo 4. Il download di musica avviene ma solo a favore di brani slegati da copyright o offerti in modo gratuito dai proprietari.

E tu a che tipo appartieni?


Mishna Wolff, Credetemi, c’ho provato

Pubblicato da: Noemi il 21 luglio 2010 | Categoria: Libri | 5 Commenti »

Credetemi,  c’ho provato è molto più di un romanzo autobiografico. È un libro. Con tutte le straordinarie implicazioni che questa parola comporta. È un libro che si stringe tra le mani e che a ogni singola pagina si fa stringere ancora di più. E a ogni episodio dell’infanzia e dell’adolescenza della sua bravissima e bellissima autrice, Mishna Wolff, è spontaneo esclamare: “Oddio, no!” E subito dopo, con un sospiro di sollievo: “Ah già, ma poi scrive il libro!

(E lo pubblica, e avrà successo, e girerà il mondo per presentarlo, e, e, e in una parola: la riscatterà).

Perché quello che lei racconta in questo strepitoso memoir – 342 pagine che scivolano via come l’acqua, ma dense come il sangue, per l’editore Fandango – è davvero un pezzo di vita che non lascia fiato.

Nata da una famiglia che definire “sgangherata” è farle un complimento, Mishna cresce insieme alla sorella Anora, alla madre debole e assente, al padre e alle sue svariate fidanzate nel quartiere povero e afroamericano di Rainier Valley. Sballottata dal ghetto, dove il padre fa il bello e il cattivo tempo e soffre per le sue difficoltà a integrarsi, alle migliori scuole per bianchi, che frequenta grazie alle sue qualità superiori ma dove fatica a trovare un equilibrio in mezzo a compagni di scuola ricchissimi (tutti con il Nintendo e le vacanze sugli sci), a proprio agio ovunque ma da nessuna parte, si trova di fronte alle accese sfaccettature e lotte del mondo black e le insospettabili asprezze di quello white, nella costante paura del domani.

Una bambina meravigliosa (guardate le divertenti polaroid inserite qua e là), sportiva, tenace, ambiziosa, ironica, molto ironica e piena di progetti che però è costretta a non mollare mai la presa neanche per una crisi depressiva e a costruirsi con violenza il proprio destino, perdendoci anche il sonno, la spensieratezza e la tranquillità che nelle case povere, si sa, è una prospettiva davvero sconosciuta.

Ma il luminoso risvolto della faccenda è che il futuro di Mishna è proprio quello che noi lettori stringiamo con curiosità e affetto tra le mani. Il suo libro, la sua storia, la sua sincerità nell’averla raccontata così bene.