• Enthusiastic about digital music, sound surfer, loves vinyl.
  • Art, like knowledge, should be free to the world.
  • How music changes through the years.
  • Cause none of them can stop the time.
  • Pop culture addict.
  • Listen, mate, life has surface noise.

Rufus Wainwright, All Days Are Nights: Songs For Lulu

Pubblicato da: Fran il 30 aprile 2010 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

So che Rufus Wainwright è il tipo di artista che ha un pubblico che lo ama a prescindere, perciò se quello che stai per leggere non ti piace puoi insultarmi nei commenti, me lo aspetto. Queste son righe scritte a malincuore da uno che l’ultimo Milwaukee At Last! se l’è consumato.

Rufus Wainwright in All Days Are Nights: Songs For Lulu è come un’amico con un problema che non riesci a capire appieno. Dici di sì, lo ascolti, annuisci, ma non puoi capirlo a fondo, non ci riesci.
All Days Are Nights: Songs For Lulu io lo ascolto, ma credo che sia un disco espiatorio, la cui pubblicazione è propedeutica alla salute psichica di Wainwright, ma non è un ascolto che regalo a me stesso, altrimenti non sarebbe così difficile arrivare alla fine.
Poi molto dipende da cosa cerchi tu nell’ascolto della musica (in assoluto o nel momento specifico): intrattenimento, empatia, gioia, espiazione … ?

Rufus presta la sua voce intensa di ennesimo “nuovo Jeff Buckley” a lyrics malinconiche e romantiche, il cui cantato è accompagnato dal solo pianoforte. Ne esce All Days Are Nights: Songs For Lulu, il disco che l’artista Newyorkese ha dedicato alla madre Kate McGarrigle, cantante folk scomparsa pochi mesi fa.
Oltre a questo, le tematiche del disco sono ancora una volta New York, la famiglia (c’è anche una canzone dedicata alla sorella e “prima fan” Martha) e l’amore omosessuale.

In All Days Are Nights: Songs for Lulu ci sono anche 3 sonetti di Shakespeare. Tutti e 3 parte di Sonette, un progetto del 2009 composto da 29 brani, al quale Rufus ha lavorato assieme a Robert Wilson (regista e drammaturgo statunitense, via Wiki).

Rufus Wainwright, Want Two, Milwaukee At Last!, voglio ricordarti cosi Rufus!

Rufus Wainwright - Who Are You New York?

Gestire al meglio Fans e Merchandising

Pubblicato da: Fran il 28 aprile 2010 | Categoria: Promuovere una Band | 3 Commenti »

Sul Blog di ReverbNation, Jed Carlson ha pubblicato qualche interessante considerazione sul rapporto fra fans e merchandising. Cosa preferiscono acquistare, perchè lo fanno, come lo fanno e come favorire questa pratica tanto gradita ai gruppi :)

Ritenedo interessante il post, e in qualche modo applicabile anche all’italia, ho preso a prestito qualche spunto, aggiunto le mie considerazioni e adattato l’immagine, esplicativa più dell’intero post probabilmente. In alcuni casi ho corretto il tiro, adattando i suggerimenti anche ad un tipo di produzione DIY e low budget, adatta alle realtà Indie.
Ti lascio al mio post, ma per avere un quadro più completo ti invto comunque a leggere l’articolo di Jed Carlson.

Essere Fan Oggi

Essere fan oggi è molto diverso dall’essere fan 10 o 20 o 30 (…etc etc) anni fa. Oggi le distanze fra una band o un artista e i suoi fans si annullano attraverso il web. Se 10 anni fa, pubblicando un disco, potevi essere sicuro che lo zoccolo duro dei tuoi fans lo avrebbe acquistato, oggi non hai più neppure questa certezza.
Non è per cattiveria, ma vai a spiegare ad un nativo digitale che gli mp3 che scarica da Files Tube non crescono sugli alberi, ma che c’è qualcuno che li masterizza illegalmente da una copia originale. Non lo capirebbe, ormai fa parte della sua cultura.

La lezione di Liza Minelli

Ricordi il testo della famosa canzone di Liza Minelli, New York New York? Bè ad un certo punto diceva così:

… I want to be a part of it: New York, New York…

Il concetto è il medesimo, il segreto sta nel far sentire i fans una parte del gruppo. In questo senso la parola “fan” è persino sbagliata e in antitesi con l’idea stessa di coinvolgimento. Il termine è praticamente anacronistico, ma universalmente noto, per cui…

La chiave è quella cosa che i marketer chiamano engagement: coinvolgimento. E’ vero la rete ha contribuito a smantellare in parte lo starsystem, ad abbattere i ricavi provenienti dalla vendita di musica, ma ha portato i fans ad essere più vicini al gruppo di quanto non lo siano mai stati.
Se una volta c’erano riviste ciclostilate, fans club, ritrovi e raduni; oggi ci sono forum, social network e fan pages su Facebook.
Il merchandising (“la pratica di utilizzare un brand o l’immagine di un prodotto noto per venderne un altro” cit. Wikipedia) è l’elemento distintivo del coinvolgimento dei fans nei confronti della tua band. Fondamentale.

I Supporters

Quelli che Jed Carlson chiama Supporters, sono coloro che tifano per la band, sono amici e familiari. I Supporters conoscono direttamente i membri della band, vengono al concerto per sostenervi e sono fieri di indossare le magliette della band per aiutarvi.

I Supporters vedono l’acquistro di merchandising come un contributo alla causa. Se hai molti fans che rientrano in questa categoria, ti consiglio di rimuovere direttamente i prezzi e lasciare l’offerta libera. Portafogli permettendo, potrai presentare ogni volta una nuova serie di gadget ed essere sicuro che i Supporters li compreranno.

Proprio perchè i Supporters comprano a prescindere, ti conviene stampare il nome della band in un unico colore ben visibile: risparmierai in inchiostro. Queste persone vogliono pubblicizzare la tua band al mondo lascia che facciano.

Gli abituè del locale in cui vi esibite

Quelli che ReverbNation chiama “Local Concert Goers” sono in realtà gli abituè del locale in cui vi esibirete quella data sera, qesti spettatori assisteranno all’esibizione senza premeditazione. Ok, sono al concerto ma sarebbero stati lì comunque, ma ci puoi cavare qualcosa di buono ad ogni modo. E’ facile incontrare questo genere di pubblico in pub o in locali che ospitano pubblico a prescindere dalla presenza o meno di una band che suona live.
Questa è la situazione ottimale per il banchettino con cd, magliette e quant’altro, direttamente all’interno del locale.

Questo tipo di pubblico preferisce comprare merchandising come un ricordo di una piacevole serata, un souvenir. Quando il budget lo consente, è figo personalizzare maglie o addirittura cd con la data di quella serata o con tutte le date del tour (più economico).

Per utilizzare un esempio conosciuto da tutti, quando i Pearl Jam incisero un cd per ogni concerto del tour ebbero un discreto successo. Conosco genete che aveva assistito al concerto solo come accompagnatore e poi si è presa il cd semplicemente perchè c’era stata.

Questo genere di pubblico, difficilmente andrà online a cercare altro, bisogna approfittare dell’impulso immediato di portare a casa un souvenir. Ci vuole il banchettino.

I Fans

Il gruppo successivo è il “grande pubblico”. Si tratta di persone che vengono apposta al concerto, proprio perchè passate vicino casa loro. Questi fans vengono già con l’idea di trovare di tutto al banchetto. Se sono i Fans quelli che ti aspetti di trovare al prossimo concerto, fai in modo di avere un banchetto ben fornito. Prepara una buona scorta, degli spiccioli per il resto e, perchè no, il pos per il bancomat.

I Veri Fans

L’ultimo gruppo è quello dei Veri Fans. Queste persone fanno decine di chilometri per assistere al vostro live e, in un certo senso, sono come i Supporters. Però, invece di acquistare merchandising per supportare la band, credono che l’identificazione con la band li aiuti a definire la propria identità.

I Veri Fans amano acquistare roba super-esclusiva, il luogo ideale per vendere queste rarità è online ma forse ne terrei anche un paio di copie al banchetto dei concerti (ricordo di aver comprato con grande soddisfazione un cd + plettro di Michio Kurihara al concerto dei Boris, proprio al banchetto).
Questo tipo di merchandising dovrebbe essere il più speciale possibile (copie numerate a mano, firmate …) e ad un prezzo un po’ più alto.
Questo decisamente è il mio merchandising preferito!

L’ideale sarebbe capire per tempo di che tipi di fans è costituito il tuo pubblico e attrezzarti di conseguenza.


Erykah Badu, New Amerykah, Part Two: Return of the Ankh

Pubblicato da: Fran il 26 aprile 2010 | Categoria: R&B | 1 Commento »

New Amerykah, Part Two: Return of the Ankh, il nuovo disco di Erykah Badu, mi sarebbe proprio sfuggito se non fosse stato per la segnalazione di Fanny.
Perdermi l’uscita di un disco non mi crea certo grossi scompensi, ho superato da tempo la fase dell’onniscienza ad ogni costo, ma questa volta ci avrei rimesso davvero. Return of the Ankh è uno dei migliori dischi del 2010, frase stra-abusata mi rendo conto, ma chi mastica anche solo un po’ di R & B, difficilmente potrà dissentire.

E pensare che il video di Window Seat, in cui la cantante Texana cammina per le strade di Dallas togliendosi i vestiti, per andare a stendersi nel punto in cui spararono a John F. Kennedy, completamente nuda, ha suscitato un bel po’ di polemiche (e tanto hype).
Leggendo a posteriori, non è difficile capire che ha avuto più risalto l’usicta di Part Two, che i due dischi precedenti messi assieme. Questo è anche in parte spiegabile dal fatto che, probabilmente la sua carriera è sulla punta più alta della “gobba di cammello”: esordiente nel 1997 con il pluri-acclamato Baduizm è ora una delle big di casa Motown Records.

Con gli impegni presi presso la Motown, Erykah si fa carico di un leggendario passato, riuscendo in questo caso a trasformare le aspettative (non di rado viene accostata a Billie Holiday) in un disco attuale e destinato a rimanere (assieme a New Amerykah, Part One: 4th World War). I pezzi si susseguono senza troppi effetti speciali, con un mood sempre in raffinato polleggio, elegante cazzeggio da tematiche esistenziali all’ora del tè.

Entrando nello specifico, in New Amerykah, Part Two: Return of the Ankh convivono perfettamente blues e gospel. E’ più intenso e coinvolgente del disco precedente, forse proprio per le tematiche più personali (amore e vita), rispetto ai temi “impegnati” di 4th World War. Questo seppure la registrazione dei due lavori sia avvenuta quasi in simultanea. Anche alcuni collaboratori restano gli stessi, ad esempio Madlib.

Le parole chiave del disco sono ancora una volta classe ed eleganza, da sempre marchio di fabbrica delle produzioni di Erykah Badu (ad esempio si ascolti Out Of Mind, Just In Time, con i suoi 10 minuti di voce e pianoforte che evolvono lentamente in un pezzo jazzato).
Le canzoni più rappresentative sono proprio Window Seat e Gone Baby, Don’t Be Long, anche se e a mio giudizio Turn Me Away (Get Mummy) rimane il momento più alto del disco.

Lesson learned: il miglior modo per scoprire nuova musica è il passaparola.

Erykah Badu - Gone Baby, Don't Be Long

Zu, Carboniferous LP version

Pubblicato da: Fran il 23 aprile 2010 | Categoria: Free Jazz | 1 Commento »

Zu è un trio free-jazz-noise italiano, Zu è IL trio free-jazz-noise italiano.

Meraviglia di Roma ammirata al pari del Colosseo, gli Zu sono il gruppo italiano più fotografato dai turisti giapponesi. Tanta notorietà all’estero ha portato a collaborazioni illustri con Mats Gustaffson, Fred Lonberg Holm, Thruston Moore, Jim O’Rourke e Nobukazu Takemura.

Carboniferous è uscito nel 2009 (Ipecac Recordings) e annovera fra i contributors i nomi di Mike Patton e John Zorn. Dopo tante richieste da parte dei fans, il disco è stato ristampato su vinile e sarà presentato proprio oggi (23 Aprile 2010) al Brancaleone (Roma) in concerto con i Kong (NL). Io “purtroppo” non ho resistito e l’ho preso a suo tempo su cd.

Il sax ornettiano di Luca Mai, Massimo Pupillo e Jacopo Battaglia, rispettivamente al basso e alla batteria, scolpiscono un monolite jazz-core mai così uniforme e scuro nella discografia degli Zu. L’ago della bilancia pende decisamente verso il lato “core” alleggerendo la componente “jazz”.

Le ritmiche math si intravedono già nell’intro di Chthonian (sembrano i Battles), poi il magma sonoro prende densità, travolge e sommerge l’ascoltatore in quello che è anche il disco più ritmato del gruppo romano.
Il contributo di elettronica e chitarra ne fanno per certi versi un disco vicino alle produzioni di Melvins e Boris.

Carboniferous porta in studio il suono energico che già da tempo gli Zu propongono sul palco, laddove le tettoniche a placche del noise cozzano in terrificanti terremoti musicali.
Per “capitani coraggiosi” (molto coraggiosi).

Perchè prendere il vinile? Bè il maestro John Peel, la pensava così:

Somebody was trying to tell me that CDs are better than vinyl because they don’t have any surface noise. I said, “Listen, mate, life has surface noise.”

Zu - Ostia

La RIAA con le spalle al muro?

Pubblicato da: Fran il 21 aprile 2010 | Categoria: Music Business | 1 Commento »

Cos’è la RIAA? Cito testualmente dalla definizione di wikipedia:

La sigla R.I.A.A. è l’acronimo dell’inglese Recording Industry Association of America, Associazione americana dei produttori discografici, fondata nel 1952, rappresenta l’industria discografica americana…

- In realtà cura per lo più gli interessi delle Big Five che da sole costituiscono il 95% del mercato: BMG, EMI, Sony Music, Universal Music e Warner. -

La RIAA è stata recentemente al centro delle controversie sullo sviluppo del peer-to-peer, l’MP3 e la condivisione di file. I suoi tentativi di difendere gli interessi delle major sono stati visti da alcuni come un comportamento lesivo sia nei confronti dei consumatori che degli artisti.

La RIAA è un’associazione americana per definizione, ma per l’influenza che è in grado di esercitare, grazie ad un comportamento lobbystico e all’appoggio di alcuni politici, le sue decisioni e il suo atteggiamento nei confronti del peer to peer sono di portata mondiale e sono da esempio per molte economie.
Ecco perchè le decisioni che vengono prese o le proposte avanzate dalla RIAA, hanno eco su tutto il web.

La politica intransigente e ottusa (nel non cogliere il cambiamento) che la RIAA ha intrapreso in questi anni, nei confronti dei John Doe downloaders più attivi, non ha portato i frutti sperati dall’associzione. Tutto questo non ha certo contribuito ad aumentare il suo grado di popolarità.

Scrivere un post contro la RIAA in un blog come questo, che tratta tematiche come musica digitale, music business, copyright … etc etc sarebbe un po’ come sparare sulla croce rossa. Troppo facile!
Per questo motivo cercherò di affrontare l’argomento da un punto di vista nuovo, quello culturale e non solo tecnologico.

L’incapacità di comprendere il cambiamento

Quello che la RIAA e l’industria musicale a livello di Major, non hanno capito è che il digitale non è un espediente dei pirati per rubare musica. La musica digitale è parte di una rivoluzione più amipia, tecnoligica, culturale e sociale.
Mancando questo passaggio, l’industria dei Media si è focalizzata nel cercare, in ogni modo, di mantenere il controllo sulla proprietà. Tutto quello che ne è uscito sono solo piccole pezze, al cospetto della breccia aperta nel muro del copyright dalla Drag & Drop Era.

Come può uno scoglio arginare il mare, cantava Battisti. Come può una piccola lobby fermare il digitale che avanza? E’ chiaro che il concetto stesso di voler mantenere delle logiche di controllo analogiche (come l’antiduplicazione, uno dei vantaggi del digitale è che duplicabile all’infinito!!!), su qualcosa di immateriale e non tangibile è antitetico.

Dall’economia della scarsità al ctrl+c ctrl+v

Creare e distribuire cd, libri o vinili è un’attività finita. Commissioni alla produzione tot copie e altrettante ne spedisci ai magazzini e da lì via ai negozi. Questo è un modello economico basato sulla scarsità, dove ci sono un tot di “colli” e il prezzo viene determinato dalle materie prime, dagli intermediari, dai proprietari ma soprattutto dal numero di persone che potrebbero essere interessate a quel prodotto.

Un MP3 un film o un eBook sono solo un’insieme di 1 e 0, transistor accesi o spenti: codice binario. I costi e i ricarichi potenzialmente potrebbero andare a 0, tolto quello che è dovuto a chi ha realizzato l’opera.
Creare una nuova copia non costa nulla e per questa generazione quello che non costa nulla è buono e giusto. Prova a togliere questo concetto dalla testa di un digital native (praticamente tutti quelli nati dopo il 1980, grossomodo), falliresti prima di cominciare.

Questo non significa che non ci sia modo per gli aritisti di essere pagati per la propria musica, assolutamente no! Solo il supporto non può più essere la moneta di scambio. Non si possono pagare 10 mp3 come se fossero un cd e fingere che non si possano duplicare o condividere, solo perchè qualcuno vuole mantenere limitato il numero delle copie e alto il prezzo di una singola copia.

Esistono alternative? Sì, ma nessuna garantisce ai “potenti” di guadagnare i miliardi che accumulavano in passato.

La RIAA con i riflettori contro, spalle al muro

Lunedì scorso (12 aprile 2010) il governo statunitense ha reso pubblico un pdf in cui si prende in considerazione l’impatto che hanno avuto sull’economia degli Stati Uniti, la pirateria musicale e quella cinematografica. Secondo questo documento, le perdite economiche causate dal peer to peer sarebbero addirittura trascurabili, alla luce di ciò diviene imbarazzante la caccia alle streghe intrapresa dalla RIAA in questi anni.

C’era da dirlo, aggiungo io, visto che il peer to peer è da sempre cosa nota, negli ambienti delle ISP anzi, è stato un traino notevole per la diffusione della banda larga in tutto il mondo. Alzi la mano chi non è passato all’ADSL esclusivamente per scaricare più velocemente musica, film e quant’altro. E questa cosa la sapevano anche i commerciali di FastWeb e Alice che ti proponevano l’amumento di banda, la sapeva la CISCO, la IBM, la sapevano proprio tutti ma c’erano ben altri interessi dietro.

Aprile 2010 la mossa della disperazione

Il colpo di coda della RIAA è arrivato pochi giorni fa e si tratta della proposta di uno spyware, ufficiale, programmato per scandagliare l’hard disk degli utenti in cerca di file musicali contraffatti, privi di un codice di certificazione. Il software si occuperebbe poi di filtrare e impedire il filesharing di questi mp3 e di effettuare denuncia automatica agli organi competenti. Bella pensata!

La RIAA ha inoltre chiesto all’Office of Intellectual Property Enforcement di sollecitare i governi degli altri Paesi ad appoggiare quest’iniziativa, ma c’è da giurarci che questa volta verrà bellamente ingnorata dal Governo USA.
Intanto ecco alcune delle iniziative lodevoli, intraprese dalla RIAA negli anni passati (ho preferito lasciare la terminologia dei comunicati ufficiali, non saprei come rendere in italiano i molti tecnicismi presenti).

- mandatory censorware on all Internet connections to interdict transfers of infringing material;
- border searches of personal media players, laptops and thumb-drives;
- international bullying to force other countries to implement the same policies;
- and free copyright enforcement provided by Fed cops and agencies (including the Department of Homeland Security!).

[L'immagine è una mia poco fantasiosa rielaborazione della serie God Kills a Kitten]