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Death Cab For Cutie, Narrow Stairs

Pubblicato da: Fran il 30 maggio 2008 | Categoria: Indietronica | 22 Commenti »

Con Plans il mondo aveva accolto i Death Cab For Cutie come la novità, in realtà Gibbard & Co. in cuor loro sapevano di aver già passato il valico della perfezione con Transatlanticism.

Transatlanticism con le 225.000 e passa copie vendute, decisamente un buon numero per il mercato indie, rimane il disco più acclamato dei DCFC. Grazie ad alcun pezzi del disco ripresi dalle ost di Due Single a Nozze e della celebre serie The O.C. i Death Cab For Cutie arrivarono alla fama. Il successo di Plans, il contratto con la Atlantics e il Grammy Award per il miglior disco alternativo del 2005, sono delle conseguenze di questa repentina ascesa.

Narrow Stairs (Atlantic, 2008) supera con piglio baldanzoso la disgraziata possibilità di inciampare e ruzzolare nella banalità. I Death Cab For Cuite, con questo disco pieno di sorprese, si reimposessano del ruolo di eredi dei grandi gruppi indie pop degli anni ’80. Il disco si apre con I Will Possess Your Heart, un raffinato intreccio di melodie prog-sadcore su emotività post rock, con una jam quasi completamente strumentale che arriva a toccare i 9 minuti e, qui non vorrei dire eresie, ma ci risento pure i Wilco di Yankee Foxtrot Hotel.

Il livello del disco rimane sempre alto grazie a episodi fortunati quali You Can Do Better Than Me, così vicina alle melodie perfect-pop di Transatlanticism; Cath, una classica college rock ballad da girare alla festa di fine anno e Talking Bird che tocca addirittura gli impegnativi confini fra il wall of sound e il noise. Narrow Stairs è per quanto possibile ancora più Gibbard-centrico, le liriche profondamente introspettive si ripercuotono su un sound più ruvido di Plans e più blues.

Se credete ancora che Pop sia una parolaccia dovreste concedergli (ancora) una canches. Ne vale la pena.


Colin Meloy, Colin Meloy Sings Live!

Pubblicato da: Fran il 25 maggio 2008 | Categoria: Folk | 5 Commenti »

Ricordate quella volta che, alla festa delle medie, la vostra vicina di banco “acqua e sapone” passò sotto le mani di un’esperta truccatrice e d’un tratto piaceva a tutti e non più solo a voi? Bè, è grosso modo la stessa sensazione di artificiosità che ebbi ascoltando The Crane Wife (2006 Capitol Records) dei Decemberists, d’improvviso non li riconoscevo più.

Ora questo Colin Meloy Sings Live! non è certo Woodstock o The Concert in Central Park di Simon & Garfunkel, anzi tutt’altro. E’ l’istantanea del modesto 2006 solo tour di Colin Meloy, qualche settimana in giro per gli States accompagnato dalla sola chitarra. Chi frequenta bettole indie avrà sicuramente capito che genere di registrazioni contiene il disco. Alla fine Colin Meloy Sings Live!, che, tranquillizzatevi, contiene comunque le canzoni dei Decemberists, è poco più che un regalino per i fans.

Se il tour del 2005 aveva partorito l’EP Colin Meloy Sings Morrissey, il tour del 2006 questo live, l’attuale solo tour iniziato ad aprile, in compagnia della brava Laura Gibson, vede la distribuzione durante la performance dell’ennesimo EP: Colin Meloy Sings Sam Cooke. Chi ne avesse notizia, faccia sapere. Per la cronaca, Sam Cooke è un cantante americano della prima metà del ’900, avvezzo a sonorità gospel, R&B, soul e pop.

Dopo Morrissey e Shirley Collins continua la riscoperta da parte di Meloy delle grandi voci del pop.


Il ROI del Social Networking, un esempio concreto con Last Fm

Pubblicato da: Fran il 12 maggio 2008 | Categoria: Promuovere una Band | 10 Commenti »

Più di un anno fa lessi per la prima volta dell’Office Lip Dub su blog di Mauro (almeno credo che fosse il suo blog, non trovo più il post). Ormai la cosa è piuttosto diffusa anche in Italia. Credi che sia una cosa figa? Forse dovresti leggere questo post allora.

Ecco cosa puoi fare in ufficio con i tuoi colleghi, non pensare male, riguarda sempre la musica! Qualche settimana fa avevo parlato della folksonomy, ricordi? In breve: la folksonomy è la possibilità degli utenti di ridefinire qualcosa sul web attraverso tag (etichette), generalmente testuali. Foto, film e siti possono avere una user generated definition attraverso il tagging. Fin qui nulla di nuovo, ma quello che puoi fare con Last.Fm è davvero incredibile.

Puoi creare definizioni attraverso la musica, ad esempio il mio sito in musica, vi spiego come. Comincia il nostro esperimento. Immagina che la tua azienda stia organizzando una cena, di quelle a bordo piscina. L’organizzazione si sta muovendo per contattare il catering, per noleggiare la villa e magari per contattare un presentatore famoso, quello che a fine cena premierà l’impiegato dell’anno. Manca ancora qualcosa dici? Davvero pensi che nell’era del web 2.0 serva ancora il DJ? Bè non è così!

[Spero che il mio amico Alberto mi passi questa romanzata estremizzazione, è un dj lui]

Ok, vi spiego come agiremo. Facciamo aprire a ogni collega dell’ufficio un account su Last Fm (a propostio, questo è il mio contatto, mi hai aggiunto o no?!?!) e li colleghiamo tutti fra loro. Fatto? Fatto! Poi cominciamo ad ascoltare musica con il player, ascoltiamo il genere o l’artista che vorremmo ascoltare la sera della festa. Ogni volta che passa una canzone che “ci potrebbe anche stare” la tagghiamo con un tag precedentemente scelto e comunicato a tutto il presonale, per esempio “festa_sfascio_villa_borghese_2008″. Fatto? Fatto!

In questo modo avremo creato una radio perfettamente in linea con quello che tutta l’azienda vorrebbe ascoltare alla cena aziendale. Il Dj dovrà semplicemente collegare un pc al mixer e avviare il player di Last FM. La radio “festa_sfascio_villa_borghese_2008″ comincerà a girare musica precedentemente selezionata o canzoni in linea con quelle votate dai partecipanti. Attenzione, i tag di Last Fm vengono visualizzati in home per quantità, quindi potreste taggare, che ne so, Nevermind dei Nirvana con l’etichetta “oggi mi gira il culo col capo” e questa non arriverebbe mai in una parte visibile del sito (se l’avete già fatto potete tirare un sospiro di sollievo).

Le tag sono mostrate in base alla loro popolarità. Le potenzialità diagonali delle tag in questo senso sono infinitamente superiori a quelle verticali. Qui arriva la parte più interessante, la parte che potrebbe interessare anche alle aziende. Una discoteca ad esempio potrebbe creare un suo gruppo su Last.fm, invitarci tutti i frequentatori e crearsi una propria radio con la musica più suonata (come abbiamo visto nell’esempio sopra). Il gruppo “d’ascolto” genererebbe una classifica interna basata sugli ascolti degli iscritti. Il locale potrebbe “magicamente” avere un dato qualitativo sui gusti della propria utenza e mettere in piedi una programmazione sempre più vicina ai propri consumatori.

L’operazione è consigliata: azione virale potenzialmente devastante, dati qualitativi inestimabili e spese nulle.

Il secondo esempio è emblematico di come le aziende potrebbero impiegare i social network e su come potrebbero effettivamente valutarne il ROI, un problema recentemente affrontato anche da Marco Massarotto su Internet P.R. (Apogeo 2008)


Rocket From The Tombs, Rocket Redux

Pubblicato da: Fran il 5 maggio 2008 | Categoria: Indie Rock | 2 Commenti »

Con l’arrivo della primavera mi escono dall’armadio dischi un po’ più leggerini. Rocket Redux mi frulla per le orecchie da almeno una settimana, ma non è certo una novità, anzi è proprio un disco della serie “piacevoli riscoperte”. Ma chi sono i Rocket From The Tombs?

I Rocket From The Tombs (che non centrano nulla con i Rocket From The Crypts), sono una meteora del proto-punk statunitense anni ’70. Questo gruppetto dell’Ohio visse per poco meno di un anno, sciogliendosi prima del ’75. In questo breve lasso, i Rocket calcarono qualche decina di palchi, mettendo in fila poche registrazioni radiofoniche. Allora perché sono oggetto di culto e di una vera e propria venerazione da parte degli indie-rockers?

I Rocket From The Tombs, in realtà, sottendono significati storico/culturali (parole grosse ma mi riferisco pur sempre all’ambito indie) molto più vasti dei valori espressi in sé e per sé dalle bobine incise dal gruppo. Lo scioglimento del gruppo infatti diede vita ai Dead Boys e soprattutto ai leggendari Pere Ubu di David Thomas. Il gruppo fu un’idea di Peter Laughner e David Thomas, gli stessi che alla fine del progetto si trovarono a fondare i Pere Ubu. Il loro sound era fortemente influenzato da Mc5 e dai Velvet di Lou Reed, uno degli eroi musicali di David Thomas.

Il forte ego musicale di David Thomas qui è meno pronunciato, perfettamente miscelato con le altre personalità eccentriche che fecero del gruppo una macchina da palcoscenico. Il sound dei Rocket era in linea con le sonorità che di lì a poco avrebbero conquistato l’america: Television, Sonic Youth, Yo la Tengo, Dinosaur Jr. e Dead Moon. Ritmi veloci e batteria maltrattata alla Yo La Tengo, chitarre imbizzarrite alla Television e una voce rettilofila(!?!) alla Iggy sono gli elementi di questa miscela abrasiva sputata sui “solchi” del cd.

Alla fine del 2003 ci fu una reunion dei Rocket, all’UCLA festival di Los Angeles: il gruppo venne accompagnato sul palco da Richard Lloyd dei Television. La session fu tanto credibile da richiedere la registrazione in studio di quella splendida performance; da lì nacque Rocket Redux. Da antologia Life Stinks e Thirty Seconds Over Tokyo entrambe destinate, poi, a divenire dei classici nel repertorio dei Pere Ubu. La prima la trovate in ascolto qui sotto, la seconda è un bonus per gli iscritti alla newsletter o al feed.

P/s Alcuni di voi mi hanno già chiesto spiegazioni, perciò eccole qui: ebbene sì, ho aperto un account sull’odiato My Space! Come molti di voi sapranno, mi occupo di Web Merketing per lavoro: non potevo perciò, ahimé, ignorare oltre il fenomeno My Space. A proposito, se volete (dovete!) potete aggiungermi fra gli amici, ecco i miei profili su: My Space, Last Fm e Linked In (sono iscritto ad altri social, ma questi sono quelli che utilizzo di più).


No Kids, Come Into My House

Pubblicato da: Fran il 22 aprile 2008 | Categoria: Indie Pop | 1 Commento »

Spiegare a qualcuno perché in cima alle proprie passioni c’è la musica, comporta parecchie cose. Fra cui la rielaborazione di pulsioni inconsce che guarda caso sono le stesse che ti fanno bloggare attorno a un disco trovato piacevole.

Non sono un filosofo, ma ho una cultura classica e per me le arti sono 7, quante le muse e la musica è l’unica che non comporta l’uso della vista.
Definire il bello (o il brutto, o altro) senza usare l’immagine è cosa ardua, stimola parecchio la fantasia e se l’artista ci riesce è un figo. Credo che sia questa la ragione per cui amo la musica.

Tutto questo per dirti perché nonostante il lavoro mi ammazzi giorno e notte mi spreco a scriverti 2 righe per dirti: ascolta i No Kids, cazzo!

I No Kids non dicono nulla a quanti ignorino o deprechino gli High Llamas e quindi dicono tutto a me.
Trattasi di indie pop e indietronica targata Tomblab come se alla Motown avessereo avuto gli acidi invece dell’erba. Strumentazioni non convenzionali, strada già battuta dai Vampire Weekend, posta al servizio di un piacevole pop sinfonico easylistening e beat paiettato. Estetica canadese votata all’elettronica, roba che gli Stars c’avevano provato solo per scherzo.

Gli eredi di Sean O’Hagan, i nuovi migliori amici dei Greezly Bears e, c’è da giurarci, il gruppo preferito di leonard Cohen, se solo li conoscesse.

L’ultima garanzia? Il 6.1 di Bitchforkmedia.