Pubblicato da: Fran il 20 febbraio 2008 | Categoria: Psichedelia | 10 Commenti »
I Dead Meadows sono decisamente uno dei miei gruppi preferiti. Gli perdono perfino di aver sfornato 3 album fotocopia, negli ultimi 5 anni, se la matrice è Shivering King and Others. Per i Dead Meadows non é difficile, non c’è nulla da inventare. Il loro è un rock psichedelico giocato per lo più attorno a un’ingarbugliata chitarra, le cui sferzate si propagano nell’aria come i cerchi nell’acqua rotta da un sasso.
Esordiscono per la Tolotta Records dell’ex Fugazi Joe Lally, nel 1999, quando ancora sono uno dei tanti gruppi indie-punk del Washington District. Ben presto è il forte ascendente dei Sabbath ad aver la meglio sul loro sound. Old Growth presenta due sostanziali differenze rispetto alla discografia fin qui pubblicata. La prima è che a suonarci sopra sono nuovamente in tre, ai tempi di Feathers Cory Shane si era aggiunto momentaneamente al gruppo di Jason Simon (voce e chitarra) & Co.. La seconda è che l’intensità sonora a muro, sempre costante nei dischi precedenti, qui è sapientemente alleggerita da respiri acustici e breack riflessivi.
Un bicchier d’acqua fra un calice di rosso e l’altro. Seven Seers splendido esempio di questa tendenza e il dialogo di chitarre in Down Here, sono fra i momenti migliori del disco. Inevitabile il paragone con i recenti Warlocks, il cui cambio di etichetta, da major a nuovamente minor, ha segnato un ritorno al feedback.
Tuttavia, il sound dei Dead Meadows è più ‘chitarristico’ e stoner e molto meno shoegazing. La storia fra i Dead Meadwos e i Black Sabbath ha già scelto, ma da quando è la storia a suggerirmi i dischi?
Pubblicato da: Fran il 14 febbraio 2008 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »
La rinascita dei British Sea Power parte dal Canada (e dagli Arcade Fire), tocca la natia Brighton e arriva fino all’Est Europa. Alla fine del viaggio abbiamo un disco tanto riuscito quanto l’acclamato The Decline of British Sea Power.
Il sopra citato esordio, divenne un vero caso indie nel 2001, grazie soprattutto agli irresistibili riff dei singoli Fear of Drowning, Remeber Me e The Lonely (quest’ultimo non pubblicato come singolo). Il successivo Open Season, risultò un flebile tentativo di bis dai fiacchi ritornelli.
Con Do You Like Rock Music? la musica cambia, le melodie catchy pop vengono abbandonate in favore di nuove strade. La coinvolgente Light Out For Darker Skyes, così radio friendly, rimane l’unica eccezione a confermare questa tendenza.
Come molti di voi sapranno, sono fra quanti pensano che presto (ahimè) i dischi non saranno più prodotti e il lavoro in studio avrà un’importanza molto inferiore a quella che aveva in passato.
In pratica i dischi potrebbero diventare solo un’anteprima dell’attività live o uno spot per la vendita di merchandising.
I British Sea Power di tutto questo non vogliono ancora sentir parlare. Dalle note di copertina leggiamo: “This album was the last to be recorded at the dimly lit but well illuminated Hotel2Tango in Montreal…“. Ed è inutile che vi dica quanto tutto questo abbia un forte ascendente su un nostalgio romantico come me.
Do You Like Rock Music? ha un suono molto più strutturato e corposo di qualsiasi altra cosa registrata dal gruppo in precedenza. Dietro al mixer c’è la produzione di Howard Bilerman (Arcade Fire), Graham Sutton (Jarvis Cocker) e Efrim Menuck (Godspeed You Black Emperor!). Anche per questo tutto il disco eredita un sound piuttosto arthy rock vicino alle cavalcate degli Arcade Fire (No Lucifer, A Trip Out e Atom, soprattutto) e al sound della Creation di inizio anni ’90.
Inconcepibile pensare ad un disco inglese senza qualche sana ballata, e così è impossibile non pensare a Fan Healy e ai Travis ascoltando No Need To Cry o all’irrequita romanticità dei Clientele in altri momenti più delicati del disco.
Il miglior gruppo inglese della loro generazione.
Pubblicato da: Fran il 12 febbraio 2008 | Categoria: Music Business | 5 Commenti »
Lo sapevamo già tutti, ma da oggi lo sanno anche i parrucconi bianchi della RIAA (Recording Industry Association of America, Associazione americana dei produttori discografici) e delle case discografiche. Il buzz generato dagli m-blog è in grado di aumentare le vendite di un disco fino a 6 volte.
La ricerca The Impact of User-Generated Content on Music Sale è stata condotta da Vasant Dhar, professore della Stern School nella New York University e dalla sua allieva Elaine Chang. La sistematica osservazione della blogosfera da parte dei due appassionati studiosi, ha confermato che quando 40 taste maker blog (quindi autorevoli) trattano di un disco prima della sua uscita, questo avrà un riscontro sul mercato di tre volte superiore alla media vendite degli altri album.
Quando il disco ha già un’importante label alle spalle, e quindi con tutta probabilità anche una buona campagna promozionale, le vendite saliranno a 5 volte la media. Un altro dato significativo è che, al di là della trattazione su blog autorevoli, se un disco viene recensito su 250 blog (qualsisi sia la loro autorevolezza) gli incassi conosceranno un nuovo aumento e il disco venderà fino a 6 volte tanto. Questo al di là della presenza o meno di una casa discografica significativa. Anche il numero dei contatti su MySpace contribuisce ad alzare le vendite, ma in maniera molto minore.
Attenzione però, il dato è più significativo di quanto si possa pensare. Gli amici sulla pagina di MySpace non sono un voto o una recensione, sono solo una connessione. E’ interessante notare come il semplice fatto di essere “popolare” possa influire sulle vendite, al di là della qualità della musica. Questo è una conferma di come anche la mente inconscia abbia un forte appeal al momento dell’acquisto di un disco. Provate a immaginare: tanti amici su MySpace = segnale inconscio = gruppo figo. Ne avevo accennato qui, ricordate?
Lo studio è stato condotto nel 2007 su un campione di 107 dischi, l’osservazione è durata 4 settimane prima e 4 settimane dopo l’uscita dei dischi presi in considerazione. E’ la conferma ufficiale di qualcosa che già sapevamo e di come l’user generated content abbia un peso maggiore rispetto ai vecchi contenuti ufficiali. Cosa succederebbe se Last.fm implementasse un album user rating in posizione ben visibile? Chi valuterebbe i dischi se non le nostre orecchie?
Pubblicato da: Fran il 11 febbraio 2008 | Categoria: Indie Pop | 4 Commenti »
Quando penso a un Weekend vampiresco, le prime cose che mi vengono alla mente sono i film di vampiri che non mi facevano dormire da adolescente. Oggi alcuni di questi, come Ammazzavampiri e Ragazzi Perduti, li considero dei veri e propri cult.
I Vampire Weekend sono la nuova sensazione del panorama indie rock newyorkese, suonano un rock frizzante di matrice post-new new wave. Una piacevole chitarrina ritmica e un ritmo tutto sommato sostenuto accomunano i ragazzi della Columbia University alle sonorità più rilassate dello storico CBGB‘s. Un nome del genere potrebbe farti pensare all’ennesimo gruppo horror-pop, buono per far un po’ di schiamazzi al toga party dell’università: non è così.
Quello che ti troverai in cuffia è un easy listening afro chic (c’è addirittura un brano reggae: The Kids Don’t Stand a Canche) da loro stessi ribattezzato Upper West Side Soweto. Ebbene sì, hai letto bene, proprio afro chic. I Vampire Weekend propongono un bell’assortimento di strumenti tribaleggianti, diciamo: maracas, bongo e flauti. Tutto perfettamente in linea con la decisione di rifarsi ai “late ’80″, ovvero a quel periodo in cui i più coraggiosi iniziaro ad ammiccare ai ritmi tribali e all’africa.
A distanza di anni, i più rappresentativi nell’immaginifico/storico musicale, rimangono Simon Paul con l’inossidabile Graceland, Gabriel Peter e i Talking Heads. Benché non sia un disco in grado d’infiammarmi, ai Vampire Weekend va il merito di aver per lo meno tentato, una possibile via d’uscita all’ormai imbarazzante scena new new wave. I ragazzi non inventano nulla, semplicemente rielaborano una soluzione già intrapresa nel periodo di riferimento sopra menzionato.
Niente ritmi anfetaminici o cripticità noise come siamo stati abituati dai circoli alternativi della grande mela. Ritmi delicati invece, percorsi musicali ovattati, speziature afro e sinfonismi da chamber pop, il paragone con Graceland è il più immediato e probabilmente rimane il più veritiero. Giovani anticonformisti crescono, a loro l’onore delle armi e il riconoscimento dell’audacia, a me un altro disco grazie.
Dormire tutto il giorno. Festeggiare tutta la notte. Non invecchiare mai. Non morire mai. È bello essere un vampiro. (Ragazzi Perduti, 1987)
Pubblicato da: Fran il 7 febbraio 2008 | Categoria: Shoegaze | 0 Commenti »
Distortion, nomen omen, è l’ottavo disco in studio degli statunitensi Magnetic Fields. La nuova creatura di Stephin Merritt (scrittore, produttore e cantante del gruppo) è un riuscitissimo ibrido fra Jesus And Mary Chain, Brian Wilson e Phil Spector.
Stephin voleva fare pop-songs che non superassero i 3 minuti, nulla di impegnativo insomma. Quello che ne esce è un disco che trasuda atmosfere californiane, piuttosto che tradire i natali Bostoniani dell’ensamble. Per realizzare l’inebetente wall of sound che stordisce l’ascoltatore per quasi 40 minuti, i Magnetic non hanno usato synthesizers, preferendo invece onde di feedback alla My Bloody Valentine e Jesus And Mary Chain, appunto.
Al contrario del sofisticato I, dove ogni canzone cominciava con la lettera “i”, per Distortion sono state adottate soluzioni più immediate, per non dire veloci. Tutto il disco è suonato, grosso modo, con la stessa strumentazione. 69 Love Songs rimane ad anni luce. Distortion ha parecchie sfaccettature solari ed evoluzioni addirittura catchy pop, pur riproponendo per tutte le tracce il suddetto flusso di coscienza dei feedback. E’ senz’ombra di dubbio il disco più commerciale e immediato dei Magnetic Fields. Non c’è molt’altro da aggiungere in vero, disco molto piacevole ma nulla più.