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Taglio del personale in casa EMI, ma questa volta tocca agli artisti

Pubblicato da: Fran il 13 novembre 2007 | Categoria: Music Business | 6 Commenti »

Negli ultimi 10 giorni ci sono stati parecchi scombussolamenti in casa EMI. Il minimo comune denominatore? Nessuno, semplicemente la constatazione che c’è aria di cambiamento e che forse ha ragione chi sostiene che ci troviamo a un punto di svolta (non si sa cosa ci sia dietro l’angolo, ma l’angolo è vicino). Tralascio la querelle in tribunale fra EMI e Michael Robertson e mi concentro sulle recenti dichiarazioni del CEO di casa EMI.

Ma prima: cos’è la EMI?
La EMI (Electric and Musical Industries Ltd), fondata ufficialmente nel 1931 in inghilterra, è quella che si è soliti chiamare una Major Label, ovvero una grande casa discografica, una multinazionale del disco. La EMI da sola detiene il 13,4% delle vendite di dischi a livello mondiale. All’inizio degli anni ’90 la EMI tentò di acquistare la Warner, che rispose lanciando una controproposta di acquisto della stessa EMI. Il gioco al rialzo fu interrotto dalla Commissione Europea, che non diede il nulla osta, sentendo odor di monopolio.

Negli ultimi mesi ne sono successe di cose in casa EMI. La notizia più sensazionale è che la major ha reso noto, per bocca del nuovo CEO Guy Hands, che d’ora in poi chi non “lavorerà duramente” verrà licenziato. La cosa eclatante è che Guy non si riferiva agli addetti spedizioni, alle segretarie o agli operai della catena di montaggio, ma agli artisti stessi. E cioè a gente dello spessore (e mi riferisco allo spessore del portafogli) di: Kylie Minogue, Robbie Williams e Coldplay.

…While many spend huge amounts of time working with their label to promote, perfect and endorse their music, some unfortunately simply focus on negotiating for the maximum advance … advances which are often never repaid…

Penso con una certa ironia ai tempi in cui era la Motown a potersi permettere di stipendiare mensilmente gli artisti, a prescindere dalle vendite, e a come si sia passati dallo starsystem a queste (più o meno) velate minacce.

Sorrido anche se ripenso alla poco felice intuizione di Guy di eliminare i dmr dai brani EMI acquistati su iTunes, in cambo di una maggiorazione danarosa. Forza ragazzi che qualcosa di buono lo troviamo alla fine, a forza di sparare cazzate!


Guided By Voices, Half Smiles Of The Decomposed

Pubblicato da: Fran il 12 novembre 2007 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Un pezzo di storia, oggi. Mezzi sorrisi degli sciolti. Alla luce di quanto si sa già, ovvero che questo dischetto rappresenta il commiato del gruppo alla ribalta del palcoscenico, verrebbe da pensare che il titolo sia “solo” l’ennesima battuta arguta del sottile Pollard.

Un passo indietro. I Guided By Voices sono un gruppo di culto della scena indie alternative americana, dall’Ohio, incidono per la Matador e cavalcano l’onda ormai dai lontani ’80 (l’esordio è datato 1984). I loro generi spaziano dal lo-fi, all’alternative rock e dal college rock al post-punk di cui abbiamo parlato solo pochi post fa. Robert Pollard ne è leader assoluto ed è un vero e proprio genio iperattivo. Il disco precedente Heart Quake Glue (bellissimo) è di soli pochi mesi precedente questo, la discografia dei GBV conta in vent’anni quasi altrettanti dischi e Bobby Pollard dal giorno di pubblicazione di quest’album, ne ha già pubblicati altri 6 come solista.

Tutti questi numeri a giustificare la leggenda, secondo la quale, se avessero pubblicato solo la metà dei loro dischi, ma un po’ più concentrati, sarebbero stati un gruppo alla pari dei Pavement o dei Pixies. Mi piace dare l’ultimo saluto (non troppo tardivo, visto che già ne parlai all’epoca su una webzine) ai GBV, con questo che è il loro ultimo messaggio, ma non è certo il disco che consiglierei a un neofita. Le 14 tracce totali, poche oltre i 3 minuti, come da copione, sono povere dell’entusiasmo e della vitalità che erano un po’ il marchio di fabbrica dell’ensamble.

Rimane un buon disco, impedibile per gli appassionati soprattutto per i valori intrinsechi, un finale più che decente, ma non un capolavoro. Nonostante la mediocrità rispetto alla discografia precedente, Half Smiles Of The Decomposed si farà ricordare per alcune perle, quali le romantiche e melodiche Window Of My World, Tour Guide At Winston Churchill Memorial e Sing For Your Meat. O per episodi più obliqui come Sleep Over Jack, dove dopo un inizio lineare e ritmato si chiude con un finale psichedelico, ripetitivi beat elettrici si intervallano a ciclici e ipnotici strazianti “I Know”.

Più veloci e ritmate Gonna Never Have To Die, Sons Of Apollo dove Bob non si fa mancare un’insolita introduzione rappata (o adesso o mai più) e Asia Minor dall’interessante incipit pianistico. Un capitolo chiuso definitivamente? Non credo, le reunion ultimamente vanno parecchio.


Broken Social Scene, Presents: Kevin Drew Spirit If…

Pubblicato da: Fran il 9 novembre 2007 | Categoria: Indie Rock | 1 Commento »

Avete presente quando Baggio passò dal Milan al Bologna e poi dall’Inter al Brescia?
Bè, iniziò a metter in fila grandi prestazioni su grandi prestazioni. Questo perché aveva una squadra che giocava solo (o quasi) per lui. Tutti lo cercavano e lo appoggiavano, a parte Ulivieri al Bologna che lo odiava un po’, ma questa è un’altra storia e questo non è un blog di sport. Insomma, l’estro di Baggio era assecondato da tutti.

Ora, non è che io sia un grande amante di Baggio, anzi ho amato di più altri calciatori (un giorno forse vi parlerò del mio pupillo). Sono però convinto che lasciar libero spazio all’estro di chiunque ce l’abbia, sia sempre una strategia azzeccata. Nel calcio come nel mondo del lavoro e della musica.

Le carte vincenti dei primi Broken Social Scene erano stati proprio il collettivo, lo scambio creativo e l’osmosi artistica derivata dalla semplice convivenza durante i lunghi tour. Alla medio-lunga distanza, tuttavia, il collante dei ragazzi di Toronto si è sciolto sotto il peso della pressione.

Checché se ne dica, nessuno riuscirà mai a convincermi del fatto che Broken Social Scene (l’omonimo album del 2005) sia stato un album all’altezza di You Forgot it in People (l’album rivelazione del 2002). Molto meglio quello del 2002!

Al contrario, Spirit If … è uno degli episodi chiave dell’intera discografia, quantomeno al pari del sopracitato You Forgot it in People. E’ sintomatico che quest’album cominci proprio con la catartica Farewell To The Pressure Kids. Quasi a voler aprire totalmente la valvola di sfogo: “Ok, ragazzi, ora diciamo addio alla pressione”.

A prendersi carico di questa responsabilità è proprio Kevin Drew (uno dei due “fondatori” del gruppo), che con quattro fogli, 2 idee e 3 pentagrammi in mano, chiede ai colleghi d’essere assecondato in un’avventura che porta (quasi esclusivamente) il suo nome.

Come al solito i BSS presentano un wall of sound quantomai stratificato, in cui sciogliere la matassa degli intrecci è pressoché impossibile, ma questa è una peculiarità già nota ai fan di vecchio corso. Fra i mood che s’alternano nel volgere del disco il college rock chitarristico, dai ritornelli catchy pop, di Safety Bricks e di Big Love. L’elettronica che gioca con le voci, similmente agli Animal Collective periodo Sung Tung di Broke Me Up. Le chitarre cariche di feedback alla My Bloody Valentine, fortemente accellerate, e stampate su tappeti d’elettronica alla Radio Dept. di Gangbang Suicide. Ma anche molto altro.

Booklet e cover da collezzione, come sempre.


30 anni dalla nascita del punk, 30 anni dalla fine del punk

Pubblicato da: Fran il 6 novembre 2007 | Categoria: Appuntamenti | 4 Commenti »

Il 28 ottobre 2007 è decorso il trentesimo compleanno di Neverminds The Bollocks, l’esordio dei Sex Pistols, convenzionalmente considerato la data di nascita del Punk.

La storia della musica, come la Storia con la S maiuscola, ha bisogno di convenzioni e punti di riferimento, così poco importa che le estetiche alla base del Punk fossero già da tempo sperimentate a Detroit, nelle incisioni di Stooges, Ramones ed Mc5, ad esempio. Neverminds The Bollocks arrivò nei negozi preceduto da una grande attesa, 125.000 copie erano già state prenotate ancor prima che il disco fosse messo in vendita.

I ragazzini che preannunciavano la rottura con l’Art-Rock, con il Progressive e con il “rock che non faceva altro che rigurgitare Chuck Berry” non ci misero molto a scalare le classifiche inglesi. John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock celebreranno il trentesimo anniversario da quella storica data: il 9 Novembre, con un concerto alla Brixton Academy di Londra. Non sono mai stato un grandissimo fan del Punk, ho amato solo i Clash, che da molti non sono nemmeno considerati Punk.

Questo per almeno un paio di motivi: pur avendo esordito lo stesso anno dei Sex Pistols, il gruppo di Joe Strummer sapeva suonare bene (caratteristica che andava contro la logica dei “tre accordi” in auge nelle bettole Punk) e fece un sacco di soldi. Oltre ai Clash, non sono mai riuscito ad affezionarmi a un genere che è nato come movimento ideologico ed è divenuto poi linea di abbigliamento. I Punk inizialmente erano giovani ragazzi senza distinzione di classe, c’erano sia appartenenti alla working class, che rampolli in vena di trasgressione.

Ma già pochi mesi dopo, l’onda d’urto aveva calato d’intensità e il senso comunitario si era spezzato. I gruppi più rappresentativi, che inizialmente dichiaravano di voler sovvertire il sistema, soprattutto quello discografico, ben presto si ritrovarono nelle mani delle stesse case discografiche. Il Punk era già una farsa anacronistica e contraddittoria. Trovo molto più interessante il proselito del Punk, ovvero il Post-Punk che interessò l’arco cronologico dal ’78 all’84.

Nel 1978 Johnny Rotten (il cantante dei Pistols) lasciò il gruppo, in seguito a gravi incomprensioni sorte durante il tour americano. Non solo, l’ex leader del gruppo si vide revocare il nome d’arte da McLaren, il manager dei Pistols. McLaren inizialmente lo aveva voluto per la sua prestanza fisica (sintomo di una pianificazione anche estetica, che cozzava un po’ con i principi Punk) e ora rivendicava la paternità e l’uso del nomignolo. John Lydon (questo il vero nome di Rotten) rimase segnato dalla piega che presero gli eventi ed è anche per questo motivo che decise di chiamare il suo nuovo gruppo Public Image Ltd (immagine pubblica a uso limitato).

I Public Image furono una sorta di gruppo Proto-Post-Punk, l’inizio di un nuovo approccio alla musica. Il Post Punk, partendo dall’Art-Rock, si prefisse l’obiettivo di una musica moderna e modernista, arrivando anche a performances estreme che coinvolgessero le altre arti, come la poesia, il cinema, la letteratura e la fotografia. Il peccato capitale del Punk, secondo i Post-Punk, era stato quello di reinterpretare in maniera aggressiva e trasgressiva un genere, quello garage, in realtà già esistente e quindi inadatto a rompere con la tradizione.

Alcuni gruppi Post-Punk sono in assoluto fra i miei favoriti di sempre: Devo, Pere Ubu, Joy Division, Fall, The Smiths, Talking Heads, Gang Of Four… Rispetto il Punk del ’77, ma ho dei seri dubbi su chi “consuma” l’estetica Punk oggi (e non mi riferisco alla musica): un modello ormai barbaramente commercializzato e assolutamente privo di significato. Qualcuno mi spiega qual è il senso, ad esempio, di Avril Lavigne?


Yo La Tengo, Prisoners Of Love

Pubblicato da: Fran il 5 novembre 2007 | Categoria: Indie Rock | 2 Commenti »

Dopo tutto il parlare di negozi di dischi che chiudono e di vendite di CD, venerdì sono andato a trovare Beppe, l’ex proprietario del New Note, uno dei primi e storici negozi di Musica di Rimini (notare la M maiuscola).

Non solo oggi il New Note non esiste più (da circa 15 anni ormai), ma Beppe ha, ahimé, deciso di rivendere qualche vinile personale, esponendoli nel negozio in cui lavora adesso. Non entro nel merito della legittima decisione, ma l’ho aiutato ad alleggerire la sua sconfinata collezione di vinili, con non poco imbarazzo. Beppe ha dischi di ogni periodo, ma la sua sezione anni ’80 non ha paragoini, e avrete ben capito di quali anni ’80 sto parlando.

In particolare, io non ho resistito al richiamo dei primi due dischi degli Yo La Tengo, un gruppo che adoro, letteralmente. Oggi Ride The Tiger (Matador, 1986) e New Wave Hot Dog (Coyote, 1987) fanno parte della mia modesta discografia vinilica. Tutto quest’excursus per spiegare dove mi è nata questa voglia odierna di parlare degli Yo La Tengo. E quale modo migliore se non consigliando (caldamente) questo Prisoners Of Love, una raccolta con cui il gruppo di Ira e Georgia festeggiava la ventennale carriera, appena due anni fa?

Il trio nato nel 1985 e composto dai coniugi Ira Kaplan e Georgia Hubley e da James McNew, ha attraversato le due decadi producendo album a ripetizione, senza mai sbagliare un colpo. Negli anni, gli Yo La Tengo hanno conosciuto una sensibile, ma coerente, variazione stilistica. Se agli esordi la loro densità noise aveva colpito la scena indie americana come uno schiaffo, nei novanta la stessa mano è tornata sulla stessa guancia per accarezzarla con suoni più dolci, pur provocando ancora qualche turbamento.

Il doppio greatest hits Prisoners Of Love e l’allegata raccolta di rarità A Smattering Of Outtakes And Rarities fissano sulla tela il quadro di una carriera completa e vissuta ai massimi livelli. In quest’affresco convivono elementi estremamente variegati e a volte antitetici. Solo gli Yo La Tengo, maestri di equilibrismo, riescono a integrare noise impetuoso ma mai scomposto, folk delicatamente ricamato, college pop ragionato, eleganti sonorità free-jazz, chitarre psichedeliche e ruscelli gentle rock.

Tanti gli album presenti, unico assente (o quasi) l’illustre Ride The Tiger, rappresentato in scaletta dalla sola The River Of Water ed escluso, in toto, dal booklet. Prisoner Of Love è una granitica pietra miliare, stilata con criterio e amore da un gruppo che, cosa non facile, ha sempre messo d’accordo critica e fans. Da avere.