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Washington, Astral Sky

Pubblicato da: Fran il 29 agosto 2007 | Categoria: Indie Pop | 4 Commenti »

Che te lo dico a fare, sarà capitato anche a te qualche volta di perdere terreno. Di nasconderti e arretrare finchè l’ultimo passo ti è smorzato proprio dal muro dietro di te, già inchiodato con le spalle alla parete. Sarà capitato anche a te di esser stato una figura propedeutica nella vita di qualcuno: “Hey, se ce l’ha fatta quello lì, figurati cosa posso fare io!”. Sarà in quel momento che ti ricorderai di quel cazzo di asso che hai ancora nella manica. Sarà allora che ti ritornerà in mente questa recensione e il brano che, in un impeto di condivisione, ti ho lasciato in eredità.

Cerca bene, ce l’hai lì, in quella compilation nel cruscotto, è proprio lei: Firewheel. No, non è esattamente la Smell Like A Teen Spirit del nuovo millennio, non ti darà certo la forza di spaccare qualche muso, non è nello spirito di un gruppo norvegese come i Washington. Ma, hai presente il volo della fenice? Quello ti riuscirà facile come una corsa sul lungo mare, volume a palla e vetri abbassati. Non perdo troppo tempo a dire che par di sentire i Travis nati ad Austin o i Wilco emigrati in Norvegia. Non voglio dilungarmi nel descrivere canzoni che di fatto, da Firewheel ad Astral Sky, fino alla conclusiva I Lost My Way, sono una più bella dell’altra.

Il trio norvegese ha la freschezza di un chiosco d’anguria in piazza del Duomo a Milano il giorno di ferragosto. Voglio invece lasciarvi con un aneddoto, ma terrò i protagonisti anonimi. Un mio amico s’è ascoltato l’esordio dei Washington, giù al negozio di dischi, almeno 10 volte. Mai preso e oggi non c’è più. Poi è uscito il bis (l’Astral Sky di cui sopra) e boom, stregato e subito acquistato.

Ho provato… pardon, il mio amico ha riprovato a reperie su Amazon anche l’esordio New Order Rising, ma ora viene la bellezza di 30 testoni. Morale: che tu stia con le spalle al muro oppure no, non fa niente, compralo lo stesso, in futuro potrebbe costare il doppio! Finalmente avete capito a chi mi riferivo parlando di uno dei migliori dischi indie del 2007!


AMP, All Of Yesterday Tomorrow

Pubblicato da: Fran il 23 agosto 2007 | Categoria: Post Rock | 2 Commenti »

La piccola etichetta indipendente Proopp (talmente piccola che non sono riuscito a trovare uno straccio di sito ufficiale), con sede a Londra, ci riprova. Dopo il maxi album del 2006, quello dedicato agli Yellow6 (aka Jon Atwood), ecco questo pantagruelico triplo cd monotematicamente rivolto agli AMP.

Ma facciamo un passo indietro, chi sono gli AMP? Gli AMP “sono più di un semplice gruppo derivativo del genere shoegazeer”. Il gruppo, con ragione sociale a Bristol, è intestato a Richard Amp alla cantante Karine Charff, ma di fatto il processo creativo è affare alquanto partecipativo. Tra i tanti brani si scovano le firme dei vari Third Eye Foundation, Crescent, Flying Saucer Attack e diversi altri. L’esordio degli AMP, risalente a ben 15 anni fa, è ormai roba da archivio in casa Kranky (particolare, questo della prima casa discografica, quanto mai eloquente).

Precisati i connotati spazio/temporali e i contributors, non ci vorrà molta fantasia per indovinare che sono i canoni estetici di Slowdive, My Bloody Valentine, Codeine e Spacemen 3 a essere presi a prestito e reinterpretati. Sfumature tonali differenziano di volta in volta un tema di fondo che rimane invariato. All Of Yesterday Tomorrow, com’anche il titolo sembra voler suggerire, è il passaggio graduale e impercettibile fra una stagione e l’altra.

Tra gli episodi migliori (comunque difficile scegliere tra tre ore e passa di musica) Je Veux e Moon Tree tra chitarra ritmica, piatti, cori di sirene e atmosfere dilatate fanno salire l’asta del mercurio. Gli AMP non si fanno mancare nemmeno qualche pezzo acustico decisamente di stampo intimistico (Televisionface). In Sea Green Serenade un piano, un flauto e una nebbia di voce aleggiano su un lago verde scozzese.

Trovano spazio prolisse riflessioni orientali da una parte e sbiadite fisarmoniche di un est Europa svogliato e crpuscolare dall’altra. Ma Bristol non era la patria del Trip-Hop?


Spoon, Don’t You Evah

Pubblicato da: Fran il 22 agosto 2007 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »

Chi di recente ha ipotizzato la crisi di MTV, sempre più concentrata nell’allontanarsi dall’ only-video-format, verso un palinsesto a più ampio raggio di programmazione, può star tranquillo (ahimé). Nessuna crisi, il formato video gode ancora di buona salute, almeno così la pensano alla ABC’s.

L’anno scorso infatti la ABC’s, ha prodotto “in casa” alcuni video musicali (tra cui uno degli Snow Patrol), per promuovere la serie televisiva Grey’s Anatomy. Gli ascolti e i riscontri sono stati ottimi, tanto che il team di marketing ha programmato altri 11 homemade-videoclip per la stagione entrante.

Sempre a proposito di video è da qualche giorno online il nuovo degli Spoon (la band di Austin di cui vi ho parlato qualche post fa). Il video, interamente girato in Giappone, piacerebbe, c’è da giurarci, alla musicofila-indieofila Sofia Coppola. Don’t You Evah (che per forza di cose sembra il seguito di I Turn My Camera On), è stato realizzato con l’aiuto di Wired ed è stato diretto dal concittadino (anche lui di Austin) Jeff Nichols, direttore di cortometraggi e professore ad Harward.

Protagonista del video il robottino Keepon, sviluppato da Hideki Kozima e programmato da Marek Michalowski.


Liars, Plaster Casts Of Everything

Pubblicato da: Fran il 17 agosto 2007 | Categoria: Noise | 2 Commenti »

E’ online, in streaming su YouTube, il video del nuovo singolo dei Liars: Plaster Casts Of Everything.

Il pezzo è molto chitarristico e, sulla falsa riga del precedente (nomen omen) Drum’s Not Death, ha un’importante sezione ritmica. Lo sconcerto iniziale c’è, è indubbio, se il cantato di Agnus Andrew inizialmente ricorda le soluzioni adottate dagli ultimi Battles, l’evoluzione del pezzo è prettamente rock, indie-rock.

Tanto che la chitarra di Aaron Hemphill ricorda paurosamente quella di J.Masics (Dinosaur Jr.). Il pezzo fa da apripista al disco omonimo del gruppo newyorkese, in uscita il 20 agosto, sotto licenza della solita Mute Records. La canzone mi lascia indifferente onestamente, un po’ banalotta, soprattutto se confrontata con il disco precedente, ma il video è davvero superlativo.

Evidenti i richiami a Karma Police (Radiohead) e a Lost Highways di David Lynch, ma certe “apparizioni” mi fanno tornare alla mente persino i classici flashback Hitchcockchiani. Il video è stato diretto dal buon Patrick Daughters. Il regista californiano, laureato in cinema e psicologia, ha già vinto 3 awards e nel suo curriculum può vantare collaborazioni, oltre che con i Liars, con: Yeah Yeah Yeahs, Feist, Kings Of Leon, The Futureheads, The Shins, Bright Eyes, Death Cab For Cutie e molti altri ancora.


Dälek, Deadverse Massive, Vol. 1: Dälek Rarities 1999-2006

Pubblicato da: Fran il 16 agosto 2007 | Categoria: Hip Hop | 0 Commenti »

La scorsa primavera mi sono passati fra le mani parecchi dischi Hip Hop e Rap di cui avrei voluto parlarvi (gli ultimi di El-P, Dälek, Roots…etc. etc.), ma stringi stringi, per mancanza di tempo e sovrabbondanza di imput, sono rimasto con i palmi vuoti verso l’alto. Questa raccolta di rarities e di remixes di Deadverse, intestata a Dälek, duo del New Jersey composto da DJ Oktopus e MC Dälek, mi offre una ghiotta opportunità di rivalsa.

Accontenterò perciò i tanti fruitori di questo genere già svezzati, ma allo stesso tempo è mia intenzione offrire un appiglio anche a chi non ha mai incrociato le sue frequenze con l’Alternative Rap. Dälek infatti è sicuramente una buona porta d’ingresso, parlando di fatto una lingua molto diversa dal pop, ma utilizzando alla fin fine lo stesso alfabeto dell’indietronica. Non è un caso che il loro esordio del 1998 riportò alla mente dei più il kraut-rock e talune atmosfere fumose molto Velvet Underground (presenti anche qui, invero).

Deadverse Massive, Vol. 1: Dälek Rarities 1999-2006 esce a soli sei mesi dal magnifico Abandoned Language, perciò consiglio subito, per quanti volessero approfondire, di partire proprio da questo. Ma per i fans di lunga data (come me) è un appuntamento estivo assai ghiotto. Diverse tracce giustificano la bivalenza l’appellativo rarities, Rouge, sarà pure un inedito, ma è di rara bellezza. Rouge, ciondolante bambina viziosa è tutt’altro che rap, seducente quanto una bad girl che ti guarda dalle scalinate sull’uscio di casa sua, nel Bronx. Alle 3:46 in studio, DJ Oktopus (produttore) e MC Dälek sferragliano l’impossibile, i Flaming Lips del periodo elettro-psichedelico riverberano dalla bobina.

Poi l’illusione sfuma e la grinta in rima di Dalek comnincia a sputar versi riecheggianti che escono alla moviola. In This City, comincia come una favola newyorkese, e prosegue tesa come un camminata sul ponte di Brooklin in bilico sui piloni d’acciao, fra l’ingenuità tonale e la spregiudicatezza dei versi. Per indietronici sempre alla ricerca, da provare.