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Television Personalities, Are We Nearly There Yet?

Pubblicato da: Fran il 14 maggio 2007 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »

Cito quasi testualmente da wikipedia: “L’arte … porta a forme creative di espressione estetica“. Ma cosa accade all’arte quando diventa maniera standardizzata o peggio ancora prevedibile? (E con questa mia retorica non intendo certo dire che in arte non esistano i canoni).

Ma prima di rispondere, ricapitoliamo da principio. I Television Personalities sono un gruppo storico del periodo post-punk (’78-’84). Il gruppo oggi ha all’attivo oltre 15 album ufficiali, fin dagli esordi fece dell’ingenuità un feticcio, e fu capostipite, insieme agli Swell Maps, della logica pop “chiunque può farlo”, ereditata dall’ appena conclusosi punk.

Are We Nearly There Yet?, pubblicato solo ora dalla Overground Records, raccoglie 14 tracce antecedenti di un anno il capolavoro My Dark Places (domino 2006). Dan Treacy ha deciso di dedicare il disco ai Baskervilles, il gruppo di New York che ha organizzato un concerto benefico, le cui 1000 £ di incasso sono servite per scarcerare Dan (autodichiaratosi ovviamente “innocente”).

In Are We Nearly There Yet?, pur rimanendo intatto in quanto a sagacia e acutezza satirica, Treacy pare difettare di creatività appunto (e qui torniamo all’assunto iniziale). Soprattutto dal punto di vista musicale Are We Nearly There Yet? ha più di un punto debole. Svolgimenti banali, elettroniche involute, voglia di stupire a tutti i costi che porta, nei momenti peggiori, all’insofferenza e al tedio dell’ascoltatore.

La quasi completa assenza di quell’innocenza genialoide e primordiale che in altri episodi era pura istintivà, sarà il peccato originale per quei fans che ancora inneggiano: “Avrebbero potuto essere meglio dei Beatles”. Ancora una volta le liriche sono pungenti ed esilaranti. Are We Nearly There Yet? conta su 14 tracce in grado di ridicolizzare in modo satirico (l’arte verbale dei grandi): Eminem, Peter Gabriel e altri luoghi comuni musicali.

Rimangono intatti il suo nonsense e la sua sottile comicità inglese. Mentre è perlomeno curiosa la scelta di coverizzare If I Should Fall Behind di Bruce Springsteen e Mr Brightside dei Killers. Dispiace, infine, che sia passato prematuramente a miglior vita lo scorso Luglio … pardon il mio refuso freudiano, quello era Syd Barrett! Come dite? Sono sempre i migliori che se ne vanno prima?!? Questo lo avete detto voi! Io dico solo che con 10 anni di gap, Treacy è, a prescindere da cali fisiologici, l’alter ego vintage e politically scorrect del “diamante impazzito”.

“Sono così orgoglioso e deluso da questo cd come niente di ciò che ho fatto prima.” (Dan Treacy)


Modest Mouse, We Were Dead Before The Ship Even Sank

Pubblicato da: Fran il 9 maggio 2007 | Categoria: Indie Rock | 5 Commenti »

Pare sia l’anno delle collaborazioni fra “topi” ed ex new-wavers. Così alla collaborazione fra Mark E. Smith (ex The Fall) e Mouse On Mars, si aggiunge quella fra Modest Mouse e Johnny Marr, con un “però”.

Però l’ex Smiths è entrato stabilmente a far parte della line-up del gruppo di Issaquah. A 13 anni dal loro esordio, nel 1994 per la records, Isaac, Jeremiah e Judy dallo stato di Washington, tornano sugli scaffali nella loro forma migliore e con i riflettori puntati. Oltre ai vari collaboratori (in certi pezzi abbiamo anche la voce degli Shins, James Mercer, dietro al microfono), ritroviamo alla batteria il latitante Jeremiah Green.

Un buon critico non dovrebbe lasciarsi influenzare da nulla che non siano i pezzi del disco, ma io non sono certo un buon critico e parto con almeno un paio di pregiudizi. Il primo: i Modest Mouse escono per la prima volta per una major, la Sony BGM.

Il secondo: i Modest Mouse sono notoriamente uno dei gruppi “feticcio” del tramontante portale bitchforkmedia (in realtà pitchforkmedia: recenti cali di stile gli hanno valso il poco lusinghiero epiteto di bitchfork n.d.A.). E vi risparmio le menate sulla comparsata in The O.C., sul record di vendite alla prima settimana e sulle mega-copertine dedicate.

In realtà i pregiudizi di cui sopra mi abbandonano presto, e per scrollarmi di dosso l’ombra di Pitchfork, vi assicuro, ce ne vuole parecchio. We Were Dead Before The Ship Even Sank è un signor disco, il marchio è inconfondibilmente quello dei Modest Mouse, ma il suono è assolutamente figlio di quest’epoca musicale, attuale, vivace e speziato. Il solito piglio da “ottimisti più per indolenza che per convinzione”, si cimenta nella narrazione di un incopiuto concept, a tinte noir, su novelle a sfondo marino.

I più credibili eredi dei Pixies (forse assieme ai Broken Social Scene, ma questi hanno ancora molto da dimostrare) riescono ancora una volta nell’unire riff spudoratamente catchy-pop, riverberi di musica tradizionale e una vocalità aggressiva spesso con cadenze rap. La new-wave a marchio Johnny Marr è ravvisabile in diversi passaggi, la chitarra ritmica, in pieno stile post punk di Dashboard è solo il primo esempio che mi passa per il lettore.

L’iniziale March Into The Sea, invece, battezza l’ascolto con un piglio grintoso, persino più audace di quanto il gruppo ci avesse abituato, ma è un’illusione. Le risate rauche, grottesche, ironiche e cariche di autocommiserazione preludono infatti altre 13 tracce dove il dinamismo non oltrepassa mai la sottile linea dell’irruenza.

Ascolto non impegnativo, anzi. I Modest Mouse entrano a diritto nel novero dei classici, solo i grandi riescono a incidere dischi importanti con questa leggerezza. We Were Dead Before The Ship Even Sank non è certo una sorpresa, ma una piacevole conferma che innalza definitivamente la statura del gruppo. Easy-listening impegnato.


Dead Meadow, Feathers

Pubblicato da: Fran il 7 maggio 2007 | Categoria: Psichedelia | 5 Commenti »

Ho scritto questa recensione nel 2005 (l’album è dello stesso anno) per una web-zine emo che oggi non si occupa più di musica indipendente. La recensione non è più disponibile sul loro sito e poiché il disco merita davvero ve lo ripropongo. Non ho cambiato quasi nulla nella recensione e nulla su ciò che penso di loro, ma ho preferito abbassare di mezzo voto il giudizio finale.

I Dead Meadow provengono dal distretto di Washington, quattro componenti e cinque dischi, dei quali questo ultimo Feathers a un passo dalla perfezione. La band di Jason Simon è probabilmente il miglior gruppo psichedelico attualmente in circolazione.

I Dead Meadow nascono come trio nel 2000, sulle ceneri di un paio di gruppetti essenzialmente punk. Incidono il loro primo long playing per la Toletta Record dell’ex Fugazi Joe Lally, solo nel 2003 firmano per la Matador. Nel corso del 2004 arrivano all’attuale line-up. Non incontreremo in Feathers un solo ammiccamento o compiacimento a qualcosa che stia al di fuori di un certo sound psichedelico più che mai apocalittico.

Unici accenti fuori tema, un vago retrogusto proto-punk (solo abbozzato, più un’ombra nel loro DNA che una reale intenzione), l’acustica Stacy’s Song e la romantica At Her Open Door.
Le canzoni, tutte lunghe, vedono le due chitarre protagoniste nell’avvolgersi e nell’avvolgerci; intente a imbrigliare l’ascoltatore quanto mai offuscato.

L’effetto stordente è lo stesso di un bicchiere di Barolo oltre la tua soglia di sopportazione. Emergono dall’aura d’oscurità accordi carichi di pathos, come bolle d’aria da un mare di catrame bollente. Giovani, facce lisce, capelli lunghi, volti rigati da perle di sudore, in una mano l’ascia elettrica nell’altra l’amplificatore: questi sono i Dead Meadow.

Percorrendo a ritroso l’albero genealogico delle influenze musicali, troveremmo sicuramente Spaceman3, Spiritualized, Comets On Fire e 13Th Floors Elevetor. Tra gli episodi migliori l’iniziale Let’s Jump In, il loro invito a tuffarci nel magma sonico, Get Up On Down e l’interminabile Through The Gates Of The Sleepy Silver Door.

Disco tutto da ascoltare, denso ma soprattutto pesante. Tutt’altro che immediato: un faccia a faccia con le ombre della vostra coscienza.


B. Fleischmann, Melancholie/SendestraBe

Pubblicato da: Fran il 3 maggio 2007 | Categoria: Indietronica | 8 Commenti »

Nel Febbraio 2006 la rivista tedesca de:bug invitò la label Morr Music a occuparsi della colonna sonora di una di 4 serate alla Nuova National Gallery di Berlino. L’esposizione da accompagnare era Melancholie – Genie und Wahnsinn in de Kunst. La Morr Music pensò subito a Bernard Fleischmann, già con i The Year Of.

Fleischmann compose per l’occasione Melancholie poi registrata live durante la performance al museo, la sera del 27 Aprile 2006. Con i suoi 49 incessanti minuti, la recensione di Melancholie, avrebbe potuto essere una telecronaca compilativa: esercizio di meccanica. Più o meno, mi era passato per la testa di impostarla così: lunga introduzione di loop gracchianti a 3 minuti fa la sua comparsata il cello, seguono la drum machines e la presentazione di una sexy hostess krauta a 10 minuti qualche fingerpicking di contrabbasso a 14 minuti, il ritmo si fa più sostenuto…

In realtà proporre un elenco dei singoli addendi non mi avrebbe aiutato a restituirvi lo spettro della sommatoria finale. Melancholie (omen nomen) è un lungo dipinto marino di blu profondo, tempera spessa sciolta sulla tela. Le singole forme sonore sono indistinguibili, il flusso contiunuo è perpetuato da affluenti sonori, la visone d’insieme è affascinante. Venti malinconici d’elettronica cigolante si stendono sulla tela come un sudario a pelo d’acqua.

A rompere una superfice uniforme di suoni ondulati e tenui, lunghe scogliere di fisarmoniche a tratti campionate e distorte. Fleischmann entra alla National Gallery di Berlino come uno tsunami garbato, dopo pochi minuti, siete già con l’elettronica alla gola. Anche i 50 minuti di SendestraBe (letteralmente “palinsesto radiofonico”) sono stati registrati dal vivo, il 29 Giugno a Vienna sulla torre OFR, il luogo più alto della citta.

Poi il brano è stato ritrasmesso da 01 Kunstradio che precedentemente aveva invitato i sui ascoltatori a un pic nic sotto la torre. SendestraBe, sul secondo cd, è elettronica sperimentale, e quindi, paradossalmente, convenzionale per chi è già avvezzo al suono di casa Morr Music. Un piano sbiadito cerca sprazzi di luce fra malinconiche nubi di vinili gracchianti. Nel complesso, due dischi imperdibili.


Mr. Brace, Salvate il mio Maglione dalle Tarme

Pubblicato da: Fran il 1 maggio 2007 | Categoria: Indie Italia | 2 Commenti »

Inauguro questa pseudo rubrica dedicata ai gruppi e agli album “made in Riviera” con uno dei dischi italiani più belli del 2006: Salvate il mio maglione dalle tarme. La recensione è reiussed, in quanto già apparsa nel Giungno 2006 su indie for bunnies, ed è taggata come “riviera sound”. Buona lettura!

Indeciso sino alla fine se cominciare con una citazione Kirkegaardiana o con un’onomatopea post-Modernista Morettiana, opto infine per riportare un fugace giudizio della mia dolce metà: “Sembra coso, come si chiama? Quello strano……Devendra Banhart!”. Inutile starsi a scervellare sulle ragioni escatologiche o sui sentieri semantici del pentagramma, spesso le intuizioni che meno “san di latino” sono anche le più azzeccate, e inoltre è innegabile che un certo fingerpcking ruraleggiante disegna un ligneo ponte fra l’illustre Figliodeifiori ed i riccionesi Mr. Brace.

Ma come in ogni disco inciso bene, c’è dell’ altro. Così oltre a un sound giocosamente ricercato, che alterna il colto e il bizzarro, il diavolo e l’acqua santa, scorgiamo sonorità lo-fi agresti degne del miglior Mr. Ward e intuizioni quantomeno creativamente colorite. Ideale per le feste estive, musica per l’ozio e per il dolce poltrire, ma che infondo (ma neanche troppo) nasconde verità esistenziali in agrodolce.

Bello farsi cullare queste serpeggianti chitarre, come il vento fa con le messi di crinale. Ottimi i infine i testi che rivelano una scrittura preparata e naturalmente dotata, audaci i costrutti linguistici, mai banali, spesso ai limiti della licenza, ma incredibilmente incisivi. Restano.

Come non ritrovarsi infine nella “teoria delle teste in fiamme: la gioia dei bambini e il terrore delle mamme” (Ruggine)? E per favore levatemi dalla testa Salame & Caffè: già che sono un po’ ossessivo compulsivo, non riesco proprio a smettere di canticchiarla (sai che spettacolo!).