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Deadburger, C’è Ancora Vita su Marte

Pubblicato da: Fran il 27 aprile 2007 | Categoria: Indie Italia | 0 Commenti »

Il mio ponte fra il 25 Aprile e il 1° Maggio è piuttosto faticoso, di gite e pic-nic non se ne vede nemmeno l’ombra. E’ già tanto godersi qualche giorno di ferie. Niente uscite, niente mare, niente “acqua sotto il ponte” insomma, l’unico flusso rinfrescante esce dal mio stereo ed è l’ultima fatica dei Deadburger.

C’è ancora vita su Marte è arrivato dritto dritto nella mia buchetta e ha rotto una tradizione che da mesi mi vede rifiutare copie e promo: “perchè la musica da ascoltare me la scelgo io e non la buchetta delle lettere”. Mai eccezion fu più gradita, C’è ancora vita su Marte, se non fosse nel mio stereo sarebbe d’aquistare. I Deadburger sono una piacevole scoperta per me: audaci sperimentatori fiorentini, votati alla musica indipendente a tinte sci-fi-splatter.

La natura ha evidentemente dotato il gruppo di Vittorio Nistri & Co. di una notevole tecnica oltre che di un raffinato gusto che, solo chi ha un’intelligenza critica sviluppata può avere. Tantissime le citazioni colte (ad esempio Magnesio è un adattamento di una poesia di Giuliano Mesa) e non (I veri uomini stanno a Chieti riprende un’uscita poco piacevole del sindaco di Chieti).

I riferimenti musicali sono quanto mai disparati, per dirla calcisticamente, danno davvero pochi punti di riferimento. Tuttavia, se devo prestare orecchio a echi italiani, rivivo sonorità già percepite nella prima Donà e nel miglior Bugo. Ma se lascio sciolta la fantasia riassaporo il meglio dell’indie americano, dai Flaming Lips in giù. Il pregevole uso dell’elettronica, un passo oltre l’industrial e uno prima dell’uso facilone che se ne fa oggi, rendono il disco davvero interessante. Diversi generi convivono in questo disco, dal classico binomio pop-rock, a fraseggi più jazzy a passaggi di elettronica fino ad arrivare alle digressioni psichedeliche.

C’è ancora vita su Marte è un disco che defininirei, licenziosamente, di post-punk, non tanto per il reale significato che ha assunto oggi il genere, quanto per la ricercatezza e il significato artistico che i gruppi tra ’78 e ’84 davano e perseguivano nelle proprie incisioni. Un ultimo plauso al gruppo di collaboratori che i Deadburger hanno saputo riunire in sala incisioni: Enrico Gabrielli, Vincenzo Vasi, Jacopo Andreini, Paolo Benvegnù.

Nello specifico, è davvero notevole l’improvvisazione di Andreini su alcuni campioni della Sun Ra Arkestra. Vivamente consigliato per chi crede nel made in Italy.


Art Of Fighting, Second Storey

Pubblicato da: Fran il 23 aprile 2007 | Categoria: Indie Pop | 7 Commenti »

Gli Art Of Fighting (se il nome vi ricorda quello di un videogioco è perchè quella è l’esatta provenienza) sono uno dei migliori segreti dell’indie australiano. L’amore per il Giappone, e per i videogiochi giapponesi, viene contraccambiato nel 2002, quando Wires vince il prestigioso premio giapponese di miglior disco indie dell’anno.

Tuttavia il gruppo non riesce mai a imporsi sotto i riflettori della ribalta. Solo la V2 si è presa la briga di distribuire in Italia un disco e un gruppo, per qualche strana ragione, ignorati dai maggiori canali promozionali. Un esempio: persino “la bibbia” della musica online, allmusic.com, non è andata oltre alle recensioni dei primi 2 dischi, ora stiamo parlando del terzo. Per tutti i 50 minuti della durata di Second Storey si respira una genuina aria revivalista.

Dove in altri contesti si rimprovererebbe una patologica mancanza di originalità, qui tutto rimane in equilibrio. Le forze centrifughe e centripede tra andare e restare (tra riferimenti passati e coraggiosi tentativi) si equilibrano: magico trovarsi ancora a cavallo dei ’90 fra Manchester e Bristol. Nonostante la residenza a Melbourne, il sound è quello acustico e appena un po’ folk della Glasgow più romantica e sognatrice.

Along The Run (decisamente il pezzo migliore) e Break For Me con il loro romanticismo agrodolce, scioglierebbero in un sol colpo Belle & Sebastian e Morrissey. Godibilissimo il loro sound, a metà strada fra i Belle & Sebastian periodo Rough Trade e gli Shins degli episodi acustici. Di contro la stessa voce femminile in “Where Truble I Lived” sembrerebbe di molto debitrice a Isobel Campbell e per filogenesi alla stessa Nico.

Si aggiunga poi un pizzico di nichilismo, in chiave romantico esistenzialista, tipica dei primi Radiohead, e avremo gli Art Of Fighting. Il disco consuma gli ultimi giri e lo spettro di Jeff Buckley è ancora nell’aria, li ritroveremo presto sugli scaffali, così dicono, ma non è dato sapere quale label si prenderà la briga stavolta.


Kieran Hebden/Steve Reid, Tongues

Pubblicato da: Fran il 19 aprile 2007 | Categoria: Indietronica | 5 Commenti »

Se nel 2006 l’acquisto di dischi è sceso del 10,5% mentre il mio personale è aumentato, seppure dello 1,5%, un motivo deve pur esserci. A prescindere dalle elucubrazioni sullo stato globale del ciddì come supporto in fase di abbandono (sigh! io riesumerei persino il vinile), una motivo potrebbe esere l’inclusione nel mio “basket shop” dei generi “elettronica” e “jazz”.

Kieran Hebden, lo ricorderanno in pochi alla guida del gruppo post-rock Fridge, è molto più conosciuto con lo pseudonimo di Four Tet. Kieran ha scelto di usare il nome di battesimo in firma a questa nuova esperienza discografica una e trina, al fianco del navigato batterista Jazz Steve Reid. Tongues è il terzo terzo parto di una serie di accese performace live, che hanno visto il variegato duo condividere i medesimi palchi infuocati.

Tongues, tuttavia, è quanto più lontano possiamo immaginare dai suoi fratelloni maggiori: The Exchange Session Vol. 1 e 2. Chi si aspettava qualcosa di simile è rimasto deluso, se i capitoli precedenti presentavano non più di 3 lunghe tracce a testa, Tongues raccoglie gli episodi più “pop” (entro i limiti del contesto in cui ci troviamo) e accessibili. Si comincia con atmosfere albeggianti in slow motion, quasi ripescate dai migliori Roxy Music (un tributo a Eno?). Poi il consueto stravolgimento “Kieraniano”: Hebden palesa ancora una volta la sua vera natura di distruttore di musica, e costruttore di rumori.

Il suo synth-pop ora è un singhiozzo di elettronica, ora un rutto sintetico e poi una lenta digestione. Tongues è la rivincita showbiz di R2-D2 (si proprio lui, il robottino di guerre stellari, dei due quello intelligente che manometteva le serrature), tutto il disco non è nient’altro che una registrazione in lingua robotronica (ascoltare Rhythm Dance per credere).

I più convenzionali potrebbero rabbrividire, gli affezzionati parleranno di un disco annacquato, ma per me è semplicemente il migliore dei tre. Gli ossessivo compulsivi (e mi metto in prima fila) hanno finalmente una colonna sonora per le abitudinarie apnee celebrali fissando il nulla. E forse Kieran ha finalmente trovato quello che cercava in campionatori, samples e drum machines: un batterista jazz. Potevate dirlo subito!


British Sea Power, Open Season

Pubblicato da: Fran il 17 aprile 2007 | Categoria: Indie Rock | 6 Commenti »

Aggettivi superlativi si sprecarono all’uscita del secondo disco targato British Sea Power. La tesi: una maggior coesione rispetto all’esordio The Decline of British Sea Power, renderebbe Open Season migliore del suo predecessore.

Come potrei essere meno d’accordo? Ok, probabilmente è vero, Open Season presenta una scaletta di canzoni maggiormente uniforme, ma uniformate a un livello qualitativo medio-basso. Se invece è vero che il debutto dei British aveva pezzi meno coesi, questo lo è solo nel senso che almeno 4 o 5 canzoni s’innalzavano paurosamente rispetto alle altre.

Proprio la presenza di queste piccole perle aveva reso speciale il disco. Esplosi quasi dal nulla nel tardo 2000, i British Sea Power erano stati fra i primi (forse in contemporanea con gli Interpol) a puntare nuovamente i riflettori sugli ’80, e a riscuotere un discreto successo anche di vendite. I British Sea Power vanno a ripescare i suoni dei Fall, degli Smiths, degli Eco And The Bunnyman e dei Joy Division.

Immediatamente messi sotto contratto dalla Rough Trade, s’imposero come ennesimi salvatori della patria, solo che, questa volta, i candidati erano realmente credibili. Nonostante questo disco rappresenti un mezzo passo falso, a mio dire il ruolo di unica (o quasi) promessa “pop” inglese ce l’hanno ancora. Quindi prendo Open Season come il difficile seguito di un ottimo esordio e li “rimando a Settembre”.

Una track list estremamente catchy pop, a volte banalotta e spesso priva delle grinta che sembrava fosse impressa nel loro DNA, troviamo delle piacevoli eccezzioni. S’impongono alla nostra attenzione Be Gone e Please Stand Up, entrambe di Smithsiana natura (anche se un po’ tutto il disco guarda in quella direzione). Inoltre, da segnalare, la romantica North Haging Rock, con il suo inizio sussurrato (inusuale per un cantante che sembra preferire un approccio simile a quello di Mark E. Smith) e con uno suo sviluppo reso denso e carico da un discreto feedback.

Prima o poi il gruppo si scioglierà nell’acido del mainstream, questo è probabile anche se per niente auspicabile, ma credo che non sia ancora il loro turno. Mi aspetto ancora qualcosa di buono da loro.


Radical Face, Ghost

Pubblicato da: Fran il 13 aprile 2007 | Categoria: Indietronica | 1 Commento »

Avverto vibrante tensione attorno a questo disco. Palpitante attesa e grandi aspettative s’intrecciano trovando sfogo nelle scariche sulla puntina del mio stereo.

Elettronica minimalista o forse minima e basta, con il consueto garbo e il giusto dosaggio cui Ben Cooper ci aveva già abituato. Niente pathos o intro pseudo-shoegazing che avevano decretato il successo di pezzi quali Ten Thousand Lines, Hum o Some Crap About the Future. In questo senso nel passaggio da Electric President a Radical Face assistiamo a una maturazione del suono, da un profilo pop frivolo ma appassionante, in stile Death Cab For Cutie, a un suono un po’ più impegnato, soprattutto dal punto di vista dei riferimenti. Una svolta “radical”.

Ghost fa nuovamente leva sul binomio acusticità/elettricità, ma questa volta l’ago della bilancia gioca decisamente a favore dell’apparato acustico, non è difficile scorgere l’ombra dei Neutral Milk Hotel nel susseguirsi delle tracce. Un’elettricità minima, come dicevamo, rilegata per lo più a flussi d’energia abbozzati in sottofondo o a giocosi orpelli con cui Ben agghinda le sue marcette.

Tra le novità anche la decisione di apportare sonorità lievemente esotiche, affidate a fischi, fisarmoniche e mandolini, che, a ben sentire, ti farebbero venir voglia di archiviarlo lì, di fianco a Beirut e A Hawk and a Hacksaw.

Inutile dire che mi aspettavo di più, prendo nota di una svolta “impegnata” anche dal punto di vista delle liriche (i fantasmi sono un po’ il filo conduttore del disco), ma mi manca l’originalità ingenua del “Presidente elettrico”.