• Enthusiastic about digital music, sound surfer, loves vinyl.
  • Art, like knowledge, should be free to the world.
  • How music changes through the years.
  • Cause none of them can stop the time.
  • Pop culture addict.
  • Listen, mate, life has surface noise.

Meeting delle Etichette Indipendenti – Faenza 24/25 Novembre 2007

Pubblicato da: Lara Vedovato il 4 dicembre 2007 | Categoria: Appuntamenti | 0 Commenti »

Il Post-Song che vi propongo oggi è della mia amica/collega Lara Vedovato. Anche quest’anno ho bucato il MEI, ma per fortuna c’è andata lei. Ecco i suoi stornelli.
Grazie Lara.

Introduzione. Io c’ero! In realtà, per sostenere Massimiliano Nuzzolo della Jost Multimedia e i suoi “Soluzione” in lizza per il Premio Italiano Video Indipendenti, ma avendomi dato buca (vatti a fidare degli scrittori e manager discografici!) sono finita al MEI ad ascoltare un bel po’ di musica. Per chi non lo conoscesse, il MEI ospita etichette discografiche indipendenti, approfondisce e fa conoscere le iniziative di questo mondo attraverso convegni, incontri e showcase e dà voce alle band, le quali hanno a disposizione tre tende in cui esibirsi ininterrottamente e contemporaneamente dalle 11 alle 22. Per me, tutto ciò equivale al paradiso.

Strofa sui convegni. Ho assistito all’ interessante convegno “Musica e Territorio”. L’impatto degli eventi musicali sul contesto sociale, economico e turistico in cui è intervenuto anche Jan Briers, vicepresidente EFA (European Festivals Association) e General Manager del Flander Festival International, il quale ha presentato attraverso una slide i percorsi da affrontare per organizzare un festival in un determinato territorio e, al termine, ha riportato alcuni esempi di festival “alternativi” che mi hanno fatto pensare alla Coda Lunga: festival di nicchia organizzati per chi ama andare in bici, per chi ama andare in barca e così via. Insomma, più festival per tutti! :) (ed io, come posso non appoggiarlo?!). Per me, tutto ciò (festival per tutti!) equivale al paradiso.

Strofa sui live. Riguardo ai live, non avendo ancora il dono dell’ubiquità, mio malgrado, ho dovuto rinunciare ad ascoltare alcuni artisti dal vivo, sacrificandoli per altri, ma alla fine della giornata, sono stata comunque in grado di decretare i miei personalissimi vincitori: Premio Miglior Live agli”IoDrama (davvero molto coinvolgenti). Premio Originalità ai “ragazzi del Love Bus”. Premio Simpatia al cantante dei “MyChewingGum”. (per aver bloccato la sua esibizione e aver implorato al microfono: Ehi voi, non andatevene. Rimanete ancora vi pregooo, riferendosi a me e la mia amica, che imbarazzate e rosse vermiglio, abbiamo fatto retromarcia e atteso terminasse di cantare.

Conclusione. E’ stato stimolante e quasi commovente aver trascorso una giornata circondata dai live, dai ragazzi con la passione per la musica e dagli stand delle etichette indipendenti. Tutti con la voglia di farsi conoscere e in cerca di conferme o giudizi sinceri e professionali…

Ragazzi sorridenti con un forte sogno da inseguire e voglia di esprimere la propria creatività, essenza. Tutti riuniti in un unico posto. Il MEI. Per me, tutto ciò (festival per tutti!) equivale al paradiso.


Burial, Untrue

Pubblicato da: Fran il 27 novembre 2007 | Categoria: Elettronica | 6 Commenti »

Burial è, come qualcuno prima di me lo ha già ribattezzato, lo stato dell’arte dell’Ambient Dub londinese. Il suo esordio, come musicista (era già un affermato produttore), è di soli due anni fà e gli valse la citazione in numerose classifiche dei migliori dischi del 2006. Se l’omonimo Burial aveva necessitato di 6 anni di gestazione, Untrue arriva nei negozi un po’ meno elaborato, meno celebrale, più genuino e con un pizzico di malizia markettara in più.

Solo 5 persone all’infuori dei familiari sanno che Burial è un musicista. Un’altra differenza fre i due capitoli della discografia di Burial sono le atmosfere, decisamente più nottornue, spaziali e ipnotiche in questo Untrue. I bassi pesanti di Burial dipingono paesaggi di una Londra industriale, dove gli scarponi si sporcano di fango, il genere di posto dove nessuno vorrebbe passare proprio prima di rimettere piede sul parquet di casa.

Voci deformate come plastica vinilica sciolta, artificiosità estetiche al rallentatore, nebulose primordiali sottoforma di elettronica ambient, scricchioli della puntina sui solchi rovinati di un vecchio vinile. Tutto questo, sulla punta delle dita di un compositore dell’era elettronica. Avete mai visto Ghost In The Shell? Ricordate la scena in cui la protagonista robot, Motoko Kusanagi, s’immerge tuffandosi all’indietro dal bordo della baraca, di notte, nell’oceano?

Ecco, questa è la sua colonna sonora ideale. Attualmente, assieme a Kieran Hebden, Burial è il leader indiscusso della scena elettronica londinese. Freccetta verde verso l’alto per lui!

Burial – Unite

The Coral, Nightfreak And The Sons Of Becker

Pubblicato da: Fran il 20 novembre 2007 | Categoria: Indie Rock | 4 Commenti »

Che i Coral avessero addosso l’argento vivo era chiaro dalla rapida sequenzialità dei loro primi due album. Due dischi in due anni è un ritmo da infarto per i dinosauri del rock, se poi ci aggiungiamo questo Nightfreak And The Son Of Becker, datato 2004, la media diventa quella dei fenomeni veri.

Tre dischi in tre anni! In copertina campeggia la scritta “Mini Album”, lo giro e conto 11 tracce… mah, saranno sarcastici. Conosco qualche gruppo giurassic-babbione che con 11 tracce ci farebbe un doppio album più DVD e Extra-Bonus-Tracks e compilation a Natale. Nel fortunato e omonimo debutto, The Coral, si cimentarono in un rock dal sapor sixties dai toni allegrotti, in cui riverberavano sonorità alla Grease versione garage-blues.

Nel 2003 bissarono con il più acustico Magic And Medicine. Non paghi, pochi mesi dopo, ecco Nightfreak And The Son Of Becker registrato in presa diretta nell’arco di pochi giorni. A loro dire, solo per togliersi qualche sfizio sperimentale. Il disco è caratterizzato da sonorità decisamente acide, che pur confermano tutta la passione per lo strumentario vintage. Le chitarre stridenti di The Coral in questo caso si fondono all’acusticità malata di Magic And Medicine.

Un letale mix evidente già dalle prime note di Precious Eyes. Apprezzabili il blues di Sorrow Or The Song e Venom Cabale che lascerà poi il suono blues mandato a 45 giri per uno sviluppo electro-dance. Notevoli anche la psichedelica di I Forgot My Name e l’elettrica Grey Harpoon. Tutto qui assume un tono distorto, canzoni deviate e psichedelicamente oblique. Impossibile immaginare, solo ascoltandone l’inizio, come una canzone dei Coral possa evolversi o concludersi.

Se fino a questo punto i Coral sono un gruppo da tenere in considerazione e da apprezzare, fermatevi non andate oltre la produzione del 2004, sprechereste il vostro tempo, tutta roba annacquata.


Robert Wyatt, Cosmicopera

Pubblicato da: Fran il 19 novembre 2007 | Categoria: Free Jazz | 1 Commento »

Per chi si fosse perso le puntate precedenti Robert Wyatt è il fondatore e batterista di uno dei gruppi di Rock Progressivo più influenti nella storia della musica rock: i Soft Machine. 7 anni dopo aver fondato i Soft Machine, nel 1973, Robert durante un festino cade dal 3° di un palazzo e rimane paralizzato dalla vita in giù.

L’incidente lo prova duramente, nell’animo e nell’approccio alla musica e al suo strumento in particolare. Da lì in avanti comincia la sua carriera solista, il debutto post-incidente lo incide addirittura durante il periodo di riabilitazione, è il magnifico Rock Bottom. La musica del Wyatt solista è a dir poco inclassificabile, rock progressivo, free jazz, musica etnica, tantissime sono le influenze che convivono nelle incisioni del musicista di Canterbury. Cosmicopera è sicuramente un disco più leggero e meno denso di Cuckooland, più lucente in qualche modo più allegro.

Forse anche da questo il significato del titolo. In realtà tutto si può dire di Wyatt tranne che sia un tipo allegro. Interessante, meditativo, filosofico, cupo, ironico, profondo… tutto tranne che allegro. Il disco è diviso in 3 atti: Lost in Noise, The Here and The Now e Away with the Fairies. La divisione, simil formato vinilico, forse tradisce una velata nostalgia all’epoca in cui i dischi venivano concepiti in maniera organica e incisi per essere ascoltati interamente.

Cosmicopera è stato prodotto e arrangiato da Wyatt, registrato in casa di Robert in Louth, con session men che lo stesso Wyatt considera amici e il cui apporto e tracciabile durante l’ascolto del disco. Il musicista, come sempre, fa di necessità virtù e i mezzi espressivi che ha a disposizione vengono esaltati risultando un sound unico. I piatti della batteria, gli strumenti a fiato, la modulazione della voce trattata come uno strumento danno corpo a una visione della musica da una prospettiva “altra”. Il linguaggio musicale di Wyatt apre all’ascoltatore nuovi paesaggi sonori non convenzionali, spiazzanti, ma sempre oggettivamente belli. Cosmicopera non è certo Cuckooland, Shleep e tanto meno Rock Bottom, ma l’ascolto è caldamente consigliato e soprattutto, per chi ancora non lo conoscesse, l’avvicinamento è dobbligo.


iLiKETRAiNS, Elegies to Lessons Learnt

Pubblicato da: Fran il 15 novembre 2007 | Categoria: Post Rock | 4 Commenti »

Ok, e adesso come dovrei comportarmi? Questo è un gruppo assurdo, questi 5 ragazzi di Leeds hanno appena pubblicato (a inizio ottobre) il loro secondo album, ed è di poco inferiore al loro esordio dell’anno scorso. Quello del 2006 era un capolavoro e questo poco meno. Indovinate un po’ con chi sono usciti? Esatto, proprio così, con Mr. “simpatia” Beggar Banquet Records, quelli che l’anno scorso mi hanno fatto scrivere dall’avvocato per aver pubblicato un mp3 di Thom Yorke.

Ora un blogger che si rispetti dovrebbe avere i polpastrelli avvelenati, ma io non mi sono mai rispettato come blogger! Avrei voluto scrivere un post monumentale su qusto ensamble post-rock, ma rileggendolo, mi sono reso conto che il post su Progress Reform dice già tutto della band e del loro sound. Gli ingredienti dei due dischi sono a grandi linee gli stessi. Progress Reform era una raccolta dei tanti singoli usciti in fase di gestazione pre-showbizing, Elegies to Lessons Learnt è il vero e proprio debutto.

Per dirla tutta il mio euforismo non è certo giustificato da una creatività sopra le righe. Gli iLiKETRAiNS non sono certo i Liars o i Fiery Furnaces. Anzi, diciamo pure che alla scuola d’arte questi ragazzotti lavorerebbero più di mestiere che di fantasia, ma il manierismo, da che mondo e mondo è mezzo di divulgazione artistica intergenerazionale, indispensabile per l’esistenza stessa dell’arte.

Elegies to Lessons Learnt ancora una volte riprende il topos della periferia suburbana devastata da una gioventù che si crede nuovamente sonica, e questa volta forse lo è più che in altre occasioni. I solchi degli iLiKETRAiNS, come i paesaggi di Gravenhurs< vedono i quartieri industriali inglesi dati in pasto alle fiamme, le chitarre s'alzano al cielo come lingue di fuoco, bruciando plastica e sputando fumo nero. La batteria è solenne e ama flirtare a lungo con i piatti, entrando delicatamente nelle trame del disco, ma di volta in volta s'impone nelle lunghe code che s'impennano a iperbole.

Chitarre ritmiche fanno da tappeto alla voce baritonale di Dave Martin, per risalire la china dal baratro della disperazione, sulle ali d'un assolo. Volendo generalizzare lo svolgimento dei pezzi passa da una solennità "alla Red House Paintiers" a una tracimazione (post)EMOtiva tipica degli Slint. Elegies to Lessons Learnt è un disco che avrei voluto deprecare ma che non posso far a meno di amare, così come feci con Progress Reform. Post-Rock intriso di Dark-Wave Industrial. Gruppo assolutamente da seguire: genuini.