Pubblicato da: Fran il 10 luglio 2006 | Categoria: Indietronica | 0 Commenti »
A poco più di un anno di distanza da The Campfire Headphase esce un nuovo lavoro, questa volta un ep, firmato dagli scozzesi più elettrici in circolazione: i Boards Of Canada.
Il duo nasce con l’intento di rielaborare in chiave cinematic ciò che di televisivamente chic la cultura dei passiti anni ’70 seppe elaborare. Altrettanto devoti all’ elettro-new-wave i due, sfogarono ben presto le loro deviazioni sonore nel progetto Boards Of Canada. The Campfire Headphase li aveva visti adottare un mood più introspettivo, se possibile, rispetto a una discografia precedente quantomeno sbarazzina, Trans Canada Highway continua prevalentemente sulla stessa “autostrada” stilistica.
Ancora un disco “strumentale” quindi, nel senso letterario del termine, visto che in certi tratti appare perfino sinfonico. Non completamente una novità, visto che i nostri avevano imbracciato le chitarre già nel pluricitato disco precedente, suonando qualche accordo in studio, fatto inedito per un gruppo che semmai le chitarre era solito campionarle.
Un po’ tutta l’esperienza Boards Of Canada è raccolta in questo simpatico dischetto, paesaggi erbosi sintetici e sfrizzolanti di elettricità, beat sostenuti e ipnotici, synth eterei e filosofeggianti, passaggi strumentali e introspettivi. Caldamente consigliato, per chi li ha sempre seguiti, per chi è poco avvezzo all’ elettronica “ma però prima o poi…” , per chi è rimasto orfano in questo 2006 dei Radio Dept. Per tutti voi qui c’è una corposa ghiottoneria.
P/s Inizialmente il disco doveva a essere pubblicato il 06/06/06, richiamando così una cabala numerica già utilizzata in Geogaddi. L’intero ep è un concept realizzato durante un viaggio di mezz’ora, nel canadese, da St. John’s a Victoria. Ultima curiosità per l’ep è stato realizzato il primo video della band Scozzese.
Pubblicato da: Fran il 14 giugno 2006 | Categoria: Indie Rock | 0 Commenti »
Yo La Tengo Live @ Estragon (Bologna 28/05/2006) Partendo dall’assurdo paradosso, potremmo dire che se è vero che i Television Personalities, a loro tempo e a loro dire, sarebbero potuti essere meglio dei Beatles, gli Yo La Tengo, per quanto fatto vedere all’Estragon di Bologna, potrebbero essere meglio di Beatles e dei Rolling Stones messi assieme.
Scherzi a parte, grandissima la prova offerta dal gruppo di Georgia e Ira, che in terra felsinea fanno sfracelli pur incarnando in uno solo tutti gli anti-stereotipi della rock star di successo: spostati, con al seguito amico-terzo-incomodo grasso e goffo, niente video, poche manie e niente trucchi (tipo siamo fratelli e invece no e invece sì).
Altro che droga sesso & rock’ n’ roll, qui si tratta di sad-core, distorsioni e tisane alla valeriana (nel senso di “tisane alla Tom Verlaine”). L’ovvia conclusione al termine di una serata epica, tra la commozione dei partecipanti tutti, è che qui ci troviamo davanti a un gruppo che è invecchiato in maniera splendida. Ancora vivissimi e creativi come sempre.
Che donna Georgia! Il perfetto incrocio genetico fra Nico e Beth Gibbons. E pensare che la scena che li vide esordienti parlava di Underground e pensava ai Velvet, scriveva indie e si leggeva Televison. Oggi siamo ormai giunti alla terza generazione di ragazzini che scimmiottano ragazzini, che scimmiottavano ragazzini che 10 anni fa scimmiottarono i Velvet. Eppure tra mille starlette rock, tra mille video su Mtv, mille “Stupid Girls” che pensano di essere più mature di altre “Stupid Girls” e mille flash, la credibilità sta altrove.
La credibilità sta fra le quattro mura domestiche di un gruppo che rimarrà nella storia della musica indie. L’unica bottiglia buona in una cantina d’annata piena (o quasi) di vino novello diventato aceto. La bottiglia stappata, a dita incrociate e con sollievo finale, la sera del 30 Maggio all’ Estragon di Bologna è ottima e frizza ancora. Chapeau. P/s Il bilancio finale è una scaletta omogenea che vede alternarsi un po’ tutti i mood in cui il gruppo si è cimentato negli anni con 2 bis finali e tante canzoni a richiesta, cosa tanto rara quanto magnifica.
Pubblicato da: Fran il 26 maggio 2006 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »
Who Will Cut Our Hair When We’re Gone degli Unicorns è senz’ombra di dubbio il miglio disco Canadese degli ultimi 5 anni. Andrei anche a disturbare il decennio se non cozzassi direttamente contro Mt. Zion e Godspeed Your Black Emperor! Ma tant’è, spero si accontentino del primato quinquennale. Dicevo, gli Unicorns (grandissimo gruppo) sono sicuramente una delle risposte più credibili ai Pavement, mai formulate.
Poi la dichiarazione del nostrano Ramazzotti (direttamente da un intercettazione telefonica):”Adoro gli Unicorns, se si sciolgono lascio la musica”. Capirete perciò che la clamorosa notizia del 2005, lo scioglimento degli Unicorns, fu più che altro un atto d’amore verso la musica tutta. Ma ora, all’albeggiare del terzo giorno, per chi ancora non si è arreso, per chi ha sperato e atteso, ecco la resurrezione: The Islands. Nome pessimo, copertina pessima, titolo pessimo, ma come sound ci siamo ancora.
Sghembità frullate fra indie rock ed elettronica, episodi sicuramente figli di preesistenti registrazioni Unicornsiane e perciò sacrosanti. Tra Pavement, Pixies, Fuck, Neutral Milk Hotel e tanta tanta neo-psichedelia questi sono i The Island. Per ora uno dei dischi migliori del 2006, Poplitical Incorrect come solo uno sgambetto o uno sputo in un occhio gratuiti sanno essere. Da avere. P/s Interessante pure il documento fotografico che mostra nell’ ordine left-to-right: Sarah Neufeld (violin, Arcade Fire), Nick Diamonds (Islands), Mark Lawson (audio engineer), Richard Parry (upright bass, Arcade Fire), Jamie Thompson (Islands), Becky Foon (cello, A Silver Mt. Zion and Esmerine).
Pubblicato da: Fran il 16 maggio 2006 | Categoria: Indie Pop | 1 Commento »

Ariel Pink arriva alla notorietà artistica nel 2004, accolto tra stupore e scetticismo. Oggi risulta sminuente considerare il ragazzo più disadattato di Los Angeles come un gingillo degli Animal Collective, soprattutto alla luce di una creatività tanto prolifica e genialoide quanto sghemba, senza compromessi. In Italia, per snocciolare qualche cifra, siamo già alla terza uscita (House Arrets) in poco più di un anno.
Il Tutto scritto, suonato, campionato e registrato da lui medesimo con un 8 piste Yamaha MT8. Le avvertenze di rito: Ariel Pink o si ama o si odia (radicalmente), vicinissimo ai classici che dice di amare, ma abissalmente distante da ogni convenzionalismo ed etichetta musicale.
Per prima cosa potresti raccontarci del tuo primo contatto con la Paw Track Records? E se conoscevi già gli Animal Collective (gruppo già sotto contratto con la Paw e che caldeggiò l’ingresso di Ariel in scuderia. n.d.A.)?
No, non conoscevo gli Animal Collective personalmente. Poi una volta li incontrai, e allora gli allungai qualche mio pezzo, loro mi cercarono qualche mese dopo, ma non ci conoscevamo inizialmente.
Cosa ne pensi della loro musica? Ritieni di avere delle analogie con loro?
Si, penso di potermi collegare agli Animal Collective. Ritengo che possiamo condividere delle attitudini e degli approcci simili nel fare musica. Credo che ci sia una certa mancanza di razionalità nella musica di entrambi. Un senso di “liberazione” che confina con la catarsi, questo posso avvertirlo sia in me che negli Animal Collective. Ho notato poi anche il perseguimento di una musica “nuova”, che produca un sound che non abbiamo mai ascoltato prima, che sperimenti e realizzi quello che entrambi avremmo voluto ascoltare indipendentemente da ciò che già esiste.
Le tue melodie sono davvero semplici, ma allo stesso tempo così originali, chi sono le tue influenze del passato e cosa stai ascoltando in questo periodo?
Bè, io amo gli innovatori. Gli Originali. I Classici. E il Rock’n Roll dal 1960 in su è semplicemente la mia dottrina. Per quanto riguarda i miei ascolti, ce ne sarebbero tanti da menzionare… in questi giorni sto ascoltando i Lifetones, Robert Rental, Harry Merry, sicuramente R. Stenie Moor, Song Poems, Rodd Kieth, The Left Banke, Bobby Brown, Xhol Caravan, Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire, Sensations Fix, Sodom, The Sound, The Germs, Metallica, Tangerine Dream, Vasti, The Cure, e la lista andrebbe ancora avanti e avanti. Penso che tutte queste band e questi artisti, abbiano fatto qualcosa di nuovo, semplicemente per la capacità di esser stati se stessi, loro hanno creato e mantenuto una loro sincera identità.
La tua musica è terribilmente “sporca” e lo-fi, ma rimanda anche alla gioia della fanciullezza. In che modo queste qualità si ricollegano al tuo carattere?
Solo parzialmente lo fanno. La mia musica non è di regola necessariamente così “sporca” e lo-fi. Ad esempio ora ho una miglior padronanza della produzione, rispetto a un anno fa, per non dire di cinque anni fa. In un certo senso è conveniente, perché non sono così esperto nel suonare strumenti, la produzione infondo per me è solo uno strumento come gli altri e io non sono ancora tecnicamente in pieno possesso di questa. Perciò posso dire di suonare tanto bene quanto produco, sullo stesso livello qualitativo insomma. La mia crescita artistica è stata eguale dal punto di vista dell’ esecuzione, della registrazione e della scrittura, sviluppando in tandem questi aspetti. Ma t’immagini se le mie canzoni fossero prodotte da un professionista o “pulite” o Hi-Fi. Non funzionerebbero in un contesto così diverso. Così questa è una ragione per cui non provo a essere più critico o razionale. E alla fine della giornata, c’è solo da divertirsi. E’ come giocare con i “LEGO”.
Hai registrato la gran parte dei tuoi pezzi a casa tua giusto? E’ stata una necessità o una scelta?
Sicuramente una scelta. E’ stata una mia scelta quella di cominciare a registrare a casa. Ma posso anche dire che è stata una scelta necessaria e una decisione che ho rifiutato di compromettere per anni, senza che questo mi causasse delle difficoltà. Stavo essenzialmente facendo quello che amavo e nient’altro. La musica che è stata realizzata così, anche quella più lontana nel tempo, rappresenta un periodo della mia vita in cui stavo attraversando la ruvida giovinezza e questa contribuì a definire la mia coscienza musicale allo stesso modo in cui lo fecero gruppi, artisti, canzoni e album per cui andavo pazzo.
E invece il prossimo disco dove lo registrerai?
Non lo so sinceramente.
A proposito, hai qualche idea per il prossimo Lp?
Certo. Solo che niente è sicuro finche non sarà registrato.
Ma è vero che le parti ritmiche di alcuni pezzi le campioni dalla tua voce? Come ti è venuta in mente questa idea?
Non ho dovuto pensarci troppo a dir la verità. E’ stato abbastanza naturale, ho elaborato la tecnica davvero casualmente, come un ragazzino. Ho sempre avuto una mente musicale davvero attiva, ma non la preparazione e l’esperienza per realizzarla, così cominciai a registrare con la voce suggerendo come suonava la musica nella mia testa. L’unica cosa era che dovevo continuare a tenermi a mente le canzoni che sviluppavo. Ma alla fine ero solito cambiare quello a cui avevo pensato in principio, durante il processo che mi portava a fare una musica in qualche modo accettabile e più accessibile. Io credo di essermi divertito nel sorprendere me stesso, non sapendo cosa fosse quella musica e dove potesse andare.
A cosa si riferisce “The Doldrums” (l’esordio di Ariel, letteralmente: “zona dei venti calmi equatoriali o figurativamente depressione, malinconia, tristezza” n.d.a.)?
Bè, a un periodo o probabilmente a un posto.
Come nascono le tue canzoni? Come scrivi i testi e le melodie, in che modo la vita di tutti i giorni t’influenza?
Ormai procedo con poca difficoltà. Certo, la vita comune è un fattore che contribuisce, probabilmente più di quanto io stesso ne sia consapevole. Ma le mie fantasie sono presumibilmente qualcosa di più di una influenza diretta o più condizionanti di quella che è la “vita reale”, ma spesso non sono nemmeno in grado di separare le due cose.
Stai per partire per il tuo tour, verrai in Italia?
In realtà, il mio gruppo è stato in Italia lo scorso Febbraio. Certamente ci sono buone probabilità che ci torneremo.
Infatti, Ariel Pink tornerà in Italia la settimana prossima e sarà ospite Martedì 23 Maggio del Sant’ Indie Festival a Porto Sant’ Elpidio, organizzata dai ragazzi di Marquee Moon.
Pubblicato da: Fran il 27 aprile 2006 | Categoria: Indie Rock | 2 Commenti »
Ok, i Battles non sono esattamente un gruppo da Warp Records, questo lo devo ammettere, ma in realtà si uniformano al catalogo della label, molto meglio di altri recenti acquisti, vedi Maximo Park e Gravenhurst. E così, pur non essendo un fan dei Don Caballero, eccomi qui a promuovere la nuova creatura di Ian Williams.
Per quanto possa risultare strano, la copertina la dice lunga sui solchi di questa doppia raccolta di 3 Ep già editi tra il 2004 e il 2005. Foglie, verde, natura densa, natura ostica, natura perfetta; eh già, perché tutto in natura è perfetto, una perfezione celata da un apparente caos, che in realtà è ragionato, in realtà la simmetria è un concetto arcinoto in natura.
Niente di meglio delle foglie, perciò, a simboleggiare gli accordi math rock incisi sui due dischetti. Ian riprende una consuetudine già sperimentata nei suoi Caballero, ma le chitarre seppur matematicamente cadenzate, sono terribilmente calde e il suo polso ispiratissimo. Poche le linee guida, oltre alla chitarra, la batteria ed elettroniche ambient.
Un disco semplicemente complesso, un frullato di Tortoise, Progressive e Jaga Jazzist (con le debite proporzioni), sfiorato il capolavoro.