Pubblicato da: Fran il 8 dicembre 2006 | Categoria: Folk | 0 Commenti »
Caro Babbo Natale, ho saputo che a causa dello scioglimento dei ghiacci, ci hai rimesso la casa. Mi dispiace, ma ci dovevi pensare prima, tutti quei nani malefici ti hanno scroccato l’alloggio per anni, “una tantum” potevi anche chiedergliela.
Quest’anno ho deciso di fartelo anche io un regalo, te lo lascio nel camino (dentro). Se passi entro un ora decente, la notte della vigilia, potrai trovare, ancora fumanti, i ciddì masterizzati di mia sorella: Hard-Fi, Finley e Mondo Marcio (che quel ragazzo, povero, ne ha passate di tutti i colori). Io anche quest’ anno, come da umile tradizione, non chiedo molto, solo la promessa solenne che anche nel 2007 sarò in grado di rimanere a bocca aperta per un disco semplice (all’ apparenza) come quello dei Sodastream.
Non è una cosa scontata, e tu lo sai bene con tutti quei: “veniamo giù dai monti, dai monti del Tirolo cantiamo tutti in coro Loacker che bontà”. Ma tu ci pensi se un giorno ci venisse a noia la musica? E se finissero le combinazioni possibili di note? E se nemmeno Ariel Pink ne potesse più? Caro Babbo Natale, preferisco non pensarci e godermi i Sodastream.
Forse non tutti sanno che la scena Indie australiana è grande al pari (almeno) di quella Inglese e Statunitense nel periodo di riferimento degli ’80. E molti si sorprenderanno nell’ apprendere che gli odierni fasti canadesi sono ben poca cosa rispetto alla magnificenza della new wave “australe” che fu. Basti solo pensare a Go-Betweens, Nick Cave, The Birthday Party, The Triffids o ai recenti The Lucksmith, Art Of Fighting… etc
Reservation dei Sodastream, pubblicato in Italia dalla Homesleep, è l’ennesima conferma di una discografia impeccabile. Riverberano e riecheggiano, in un gioco di rimandi particolarmente ingarbugliato, i Richmond Fontaine e gli Okkervil River (sotto sedativo), Nick Drake & Elliott Smith. Si scorgono dietro tramonti aborigeni le malinconoie tipiche dei Belle & Sebastian, ma prive di quel feedback di ottimismo alla Candy Candy, che da sempre sottende una volpe qualsiasi che corre sulla neve (“To find something you could eat”).
Reservation è forse più asciutto e meno orchestrale del suo predecessore, ma la differenza la fanno gli arrangiamenti particolarmente azzeccati, costruiti su quattro capelli di linee guida: basso, steel guitar, viola, piano e batteria. Una puntuale conferma per i fan e un ottimo inizio per i neofiti.
Pubblicato da: Fran il 22 novembre 2006 | Categoria: Indie Pop | 0 Commenti »
C’ era una volta Edward Droste. Edward da Chicago, all’ inizio della nostra storia, tutto pensava tranne, un giorno, di incidere un disco per la Warp. Ma le favole si sa hanno percorsi ingarbugliati e finali incredibili.
Ribattezzatosi ben presto con lo pseudonimo di “Grizzly Bear“, Edward registra una manciata di pezzi su cassetta a beneficio del proprio ristretto pubblico d’ amici. Il disco piace e il ragazzo viene messo sotto (contratto) dalla Kanine, è Honor Of Plenty, sostanzialmente di Indie Rock si tratta ma non impressiona.
Edward cade nel dimenticatoio, associato frettolosamente, a una nascente/morente pseudo scena dall’estetica prettamente gay. Nel 2006 (si parla dei giorni nostri) i Grizzly Bear tornano con Yellow House, Edward non è più solo ma accompagnato da un gruppo di talentuosi musicisti, in grado di dar corpo alle su intuizioni Pop a dir poco trascendentali.
Yellow House è lo specchio del suo creatore, una contraddizione vivente, un concentrato di brillanti deduzioni da secchione dell’Indie Pop, che però non trovano mai la soddisfazione della perfetta centratura. Il disco sembra apparentemente seguire le orme degli High Llamas (grandissimo gruppo), riproponendo la formula catchy-pop dei suddetti ma con una variante personale, melodie segmentate e ansiosamente a singhiozzo.
La classe comunque, va precisato, è quella dei già citati High Llamas. Yellow House è fatto di particolari, i segmenti melodici sono microcosmi allucinanti e allucinati, ma pur parlando di pop matrice Beach Boys non abbiamo mai la soddisfazione del pezzo orecchiabile memorabile. Un po’ come se Wilson & Co. tentassero di suonare jazz attorno al fuoco (ce li vedete?). Avete presente gli Animal Collective sinfonici senza corrente? Ce li avete davanti.
Pubblicato da: Fran il 10 novembre 2006 | Categoria: Noise | 1 Commento »
Altar è decisamente un figlio necessario e inevitabile di quest’epoca musicale. A ben cercare al bandolo della matassa infine scorgiamo tre distinti generi a dettar ritmi e tendenze, e mi riferisco chiaramente alla (new) new wave (maledetto il giorno che la Warner s’inventò questo termine per vendere alle famiglie americane il punk inglese), ma anche all’ indie-tronica e al fitto sottobosco noise.
Ovviamente è al noise, alla sperimentazione e al doom rock che dobbiamo rivolgerci per carpire qualcosa di questo marasma di rumori. Altar è poco più di un Ep e vede la cooperazione in studio del trio giapponese dei Boris, di matrice nettamente doom-sperimental-heavy a tinte shoegaze, con i Sun 0))) un duo dagli accenti decisamente più tenebrosi e metal.
Il disco, a scanso di equivoci, è davvero solo per gli stomaci forti, prego astenersi donne gravide, bambini sotto i 16 anni, amanti di Zucchero, il Dj di Lucignolo e Winnie The Pooh. Lo ammetto, per circa il 76,5% del disco l’impressione dominante è quella della presa per il culo, il termine è forte ma l’ onomatopea piacerebbe agli autori stessi.
In sintesi, canzoni costruite su 2 note di batteria e 2 loop di un Cyborg morente che si lamenta. A tratti nemmeno i pezzi peggiori dei Wolf Eye parrebbero più criptici. Il disco sembrerebbe provenire direttamente dalla galassia dei Borg e risulterebbe ostico persino per il capitano Picard e per il capitano Kirk. Tuttavia i Boris sono un po’ il caso “caldo” di questo mansueto 2006 e alla fine il gioco vale la candela, la formula è interessante e gli sprazzi di cielo che scorgono dietro il muro di epiche battaglie fra Cyborg e Mutanti, rimandano a migliori Liars.
Infine un paio di pezzi che fanano così tanto “shogaze per adolescenti depressi” come Fried Eagle Mind e The Sinking Belle (Blue Sheep), valgono da soli davvero l’ acquisto e sono la salvezza di un disco che comunque vada non passerà inosservato. Direttamente da un film di Linch, solo per Ulisse, Dante e per gli esploratori della galassia. The Sinking Belle (Blue Sheep) è forse la canzone dell’anno!
Pubblicato da: Fran il 20 ottobre 2006 | Categoria: Film | 1 Commento »
Marie Antoinette Soundtrack Cd 1
1. Hong Kong Garden – Siouxsie & The Banshees
2. Aphrodisiac – Bow Wow Wow
3. What Ever Happened – The Strokes
4. Pulling Our Weight – The Radio Dept.
5. Ceremony – New Order
6. Natural’s Not In It – Gang Of Four
7. I Want Candy (Kevin Shields Remix) – Bow Wow Wow
8. Kings Of The Wild Frontier – Adam & The Ants
9. Concerto in G * – Antonio Vivaldi / Reitzell
10. The Melody Of A Fallen Tree – Windsor For The Derby
11. I Don’t Like It Like This – The Radio Dept.
12. Plainsong – The Cure
Marie Antoinette Soundtrack Cd 2
1. Intro Versailles* – Reitzell / Beggs
2. Jynweythek Ylow – Aphex Twin
3. Opus 17 – Dustin O’Halloran
4. Il Secondo Giorno (Instrumental) – Air
5. Keen On Boys – The Radio Dept.
6. Opus 23 *- Dustin O’Halloran
7. Les Baricades Misterieuses* – Francois Couperin / Reitzell
8. Fools Rush In (Kevin Shields Remix) – Bow Wow Wow
9. Avril 14th – Aphex Twin
10. K. 213 * – Domenico Scarlatti / Reitzell
11. Tommib Help Buss – Squarepusher
12. Tristes Apprets.. – Jean Philippe Rameau /W. Christie
13. Opus 36 *- Dustin O’Halloran
14. All Cat’s Are Grey – The Cure
Ancora una volta Sofia Coppola gira a Brian Reitzell, il compito di mettere insieme una killer-Original Sountrack per il suo nuovo film Marie Antoniette, in uscita nelle sale il 20 di Ottobre.
Contrariamente a quanto si pensa, non è Sofia il genietto musicale che ha messo insieme le belle colonne sonore de Lost In Translation, la bella figlia di Francis Ford è stata fortemente guidata da Brian Reitzell. Ed è sotto la sua supervisione che sono state realizzate le colonne sonore non solo di Lost in Translation, ma anche de Il Giardino dell Vergini Suicide.
La colonna sonora di Marie Antoinette, così come l’hanno voluta Sofia Coppola e Brian Reitzell, guarda fortemente agli anni ’80 e comprende artisti del calibro di The Cure, Siouxsie & The Banshees, New Order, Gang of Four, Aphex Twin, The Radio Dept. e tante altre band del periodo Post-Punk.
La scelta del periodo Post-Punk (’77-’84 circa) come riferimento, dal quale attingere la gran parte dei brani della Marie Antoinette ost, mi pare molto azzeccata. Proprio l’irriverenza ai “dinosauri” del rock, e la sfrontatezza del motto “se possono farlo loro, posso farlo anche io”, tipici di quel periodo, sono concetti che ben si accostano alla regina francese. Ovviamente non tutti i gruppi e i brani sono di quel periodo, ma si tratta comunque, sempre di gruppi fortemente influenzati da quegli anni.
La Coppola accantona dunque i classici gettandosi spudoratamente sulla scena indiependent (leggi indie), underground e sporattutto Post-Punk.
Il ritratto musicale di Maria Antonietta che ne scaturisce, è un’incrocio tra Madonna, Kylie Minogue e Cindy Lauper.
Pubblicato da: Fran il 18 ottobre 2006 | Categoria: Post Rock | 2 Commenti »
Gli iLiKETRAiNS sono senz’ altro la sorpresa più gradita del mese di Ottobre, almeno per quanto mi riguarda; e poco importa se la Fierce Panda li cataloga fra le uscite del 26 di Giugno scorso. Io sugli scaffali li vedo solo ora e per me sono di Ottobre!
Lo premetto subito, gruppo inglese con la fissa dei Joy Division; ora, se hai dei pregiudizi sui novelli Ian Curtis allora siamo in due. Ma qui c’è (finalmente) qualcosa in più, non semplice tributo, non semplice citazionismo revivalista ma qualcosa di tremendamente personale. Il quintetto di Leeds mette in pista un inedito ibrido tra New Wave e Post Rock. Immaginate un frullato omogeneo fra Mogwai ed Explosion In The Sky da una parte e Joy Division dall’ altra.
Atmosfere nervose, cariche di elettricità irrisolta che cercano sfogo in un crescendo che monta ma non trova il senso del vero. La valvola fischia ma il tappo non salta, la frustrazione è quella della New Wave più classica e meglio riuscita, ma la classe è d’altro stampo, di un’ altra epoca. Il cantato baritonale di Dave Martin ha più a che fare con le profondità alla Nick Cave o con l’ austerità malinconica di Mark Kozelek (Red House Painters) che con certi ragazzetti che giocano a fare i “money for nothin get your chicks for free”.
Manca all’ appello la prova del nove live, ma certe code cariche di feedback ricordano violentemente gli Yo La Tengo dal vivo e questo rappresenta un ottimo presagio, ma aspettiamo di sentirli dal vero. Infine gli perdoniamo anche qualche abbozzo di self-made-marketing, la fantasiosa storia che si siano conosciuti “casualmente” alla stazione della natia Leeds fa davvero fatica a reggere. Ma pazienza, in un mondo in cui anche la Emi si butta sull’ indie-non-indie e Badly Drawn Boy gira a ore diurne su Mtv, la fantasia è l’ unica arma in cui sperare.
Sicuramente assieme ai Televise il miglior debutto inglese dell’ anno.