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Okkervil River, Down The River Of Golden Dreams

Pubblicato da: Fran il 3 settembre 2003 | Categoria: Indie Rock | 1 Commento »

Comincia con un’introduzione di piano che sembra rubata ad un western d’altri tempi, il secondo dei giovanissimi Okkervil River. Esordienti nel 2000 tornano a fine 2003 in sordina, rispetto al mercato dei grandi nomi, con questo Down The River Of Golden Dreams targato Jagjaguwar. Neanche una manciata di secondi e siamo strattonati fuori dal classico saloon tutto wiskey & scazzottate. L’impressione è quella di una clamorosa novità, una ventata di piacevole e sorprendente freschezza. Provenienti direttamente da Austin in Texas, sono tutt’altro che una southern rock band, fuorviante quindi anche l’intro pianistico (oltre che la locazione geografica ). Quello che aspetta l’ascoltatore in realtà sono 11 tracce di un pop dolcemente ricamato, fatto per lo più di chitarre acustiche e voce altalenante fra il melodico e lo sgraziato. Si tratta a grandi linee del classico gruppo “scazzone”.

Suonano forte, sono esuberanti ma la loro passionalità non fa torto alla melodia. Sono grezzi a tratti, ma impulsivamente romantici. Di fronte a loro i decadenti e trasandati The Veils appaiono solo una cover sbiadita e tremendamente artificiali. Il paragone che forse gli rende più onore è quello con il leggendario Jeff Buckley, di cui sembrano avere la stessa propensione per la melodia e lo stesso pathos nel cantato; ma del quale non riescono a mantenere la stessa signorile nobiltà per tutto il disco, allentando la tensione con una certa autoironia.
Da dieci e lode The War Criminal Rises And Speaks straziante canzone sulla solitudine e sulle costrizioni che ci imponiamo tutti i giorni. “…Please stop ignoring the heart inside…” . Con un nodo alla gola in piedi signori, non si sentono spesso canzoni come questa. Dopo una partenza quieta, la canzone straripa in urlo disperato rauco e sgraziato, per poi sfumare nel sussurrato.
Notevoli anche la romantica Blanket And Crib “…so go on, smile…that’s your style…” o le più energiche The Velocity Of Saul At The Time Of His Conversion, Maine Island Lovers accompagnata da una piacevole armonica e Song About a Star dove una voce rubata al Karaoke precede la ripresa degli accordi pianistici posti in apertura.

Disco meraviglioso, che dovrebbe essere distribuito gratuitamente fuori dai licei, perché gli acquirenti “da hit parade” sappiano che c’è qualcosa di più. Che la ricerca continui!


The Radio Dept., Lesser Matters

Pubblicato da: Fran il 3 marzo 2003 | Categoria: Shoegaze | 1 Commento »

A Lund (Svezia), quattro ragazzi camminano l’uno al fianco dell’altro lungo una strada, sono infondo quella strada; sull’orlo dell’orizzonte. Davanti a loro il sole al crepuscolo. Da noi sarebbe un momento bellissimo, un istante da regalare a due innamorati. Un istante. Da loro gli attimi diventano frazione e quella luce, a quell’inclinazione, è già scomparsa. Dietro di loro lunghe ombre, affilate come lame, nitide come fotografie. Il loro paese è per eccellenza quello del freddo e delle ombre lunghe, la Svezia.
Parlano animosamente, sono compiaciuti di aver creato qualcosa che ha valicato i confini nazionali. Eppure hanno giurato ai giornalisti di mezzo mondo che non è cambiato nulla. Per me è cambiato tutto. Questi ragazzi hanno inciso uno dei migliori dischi del 2004.

Lesser Matters è l’ennesimo caso (dopo le tortuose vicende di You Forgot It In People dei Broken Social Scene) di disco arrivato in Italia (e non solo) in netto ritardo rispetto alla pubblicazione in patria. Oggi dobbiamo ringraziare la Xl Recording se mezzo continente parla, a ragione, dei Radio Dept., mentre in patria avevano esordito già nel 2003. Altrettanti meriti alla Labrador, piccola etichetta Svedese con la passione per i singoli in vinile, che ha dato la possibilità a questi ragazzi di finire dietro i microfoni.

Letter Matter è un disco che basa il proprio successo sulle atmosfere. Su venti gelidi d’elettronica, simili alle ultime esperienze dei Mum, s’innestano muri di chitarre e feedback degni dei My Bloody Valentie ai tempi di Loveless. Notevoli le influenze dei secondi soprattutto, chitarre di intensità emotiva unica e una sognate dolcezza, legano decisamente i Nostri svedesi con il gruppo di Dublino. A conferma di quanto detto si ascoltino il flusso di coscienza , basato sul binomio elettronica/chitarre, emanato da Knee On Boys e da Why Won’t You Talk About It? o la delicatezza della space ballad Against The Taid e della strumentale Solettet #2.

Ad impreziosire il disco non mancano episodi più convenzionalmente melodici come Strange Things Will Happen cantata dalla parte femminile del gruppo, Lisa Carlberg. Qui pur rimanendo il background elettronico, alle chitarre elettriche si sostituiscono organo, piano e sul finale la sei corde acustica. Sempre al repertorio acustico appartengono Bus e It’s Been Eight Years.
Ciliegina sulla torta, l’incredibile facilità di scrittura di Duncanson.
Se persino il primo passo dei My Blood Valentie era stato mezzo falso (ricordate This Is Your Bloody Valentine) , in futuro cosa dobbiamo aspettarci dai Radio Dept.?