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Il dottor Stranamore, ovvero: come conobbi Spotify e imparai ad amarlo

Pubblicato da: Fran il 24 aprile 2012 | Categoria: Music Business | 3 Commenti »

La prima volta che ho sentito parlare di jukebox celestiale è stato su questo libro, era il 2006. Una lettura illuminante, che ho consigliato più volte su questo blog e di persona. Fra tutti gli spunti e le idee di David Kusek e Gerd Leonhard, circa la diffusione di musica “come fosse acqua” in un continuum a prescindere dal supporto fisico, 2 convinzioni si radicarono fin da subito in me. La prima era che ne sarebbe passata di acqua sotto i ponti, prima di poter entrare in casa opzionando vocalmente “Yoshimi Battles the Pink Robots”, senza alcuna preoccupazione che non fosse il volume dello stereo. La seconda è che il supporto (CD, vinile o qualsiasi altra cosa) sarebbe comunque rimasto, una grande rassicurazione per me.

6 anni dopo (solo sei anni dopo!) ho il mio jukebox celestiale e si chiama Spotify, no, non la versione piratata e schermata dietro un proxy (saprete tutti a cosa mi riferisco), ma la versione premium per cui pago mensilmente il canone di abbonamento, senza pubblicità. Certamente la musica dalle casse del PC non è la mia massima aspirazione di ascolto, ma fortunatamente la compressione del file per gli utenti premium arriva a ~320 kbps, tutto sommato accettabile. Inoltre grazie a Weezy riesco a stare con il PC alla scrivania o sul divano utilizzando lo stereo come canale di output wireless. Senza contare che posso usare Spotify sullo smartphone, dove le playlist funzionano anche off line.

A questo punto del film, mi sveglio seduto sul divano, mentre sto guardando un vecchio VHS, mi cade la fede che comincia a rotolare sul parquet, mi guardo indietro ripercorrendo tutti i fotogrammi e colpo di scena … cazzo, ma il vinile, le musicassette e i CD non sono mai esistiti!
E’ stato tutto un sogno, anche quel bambino che vedeva i dischi morti!
Mi pareva fantascienza che si dovesse rinnovare la propria collezione di dischi ogni 10 anni, perché cambiavano i supporti fisici e il CD non si poteva mettere sul piatto del vinile e che si dovesse pagare, pagare, pagare, pagare …
E la mia voglia di tenere in mano il disco, di leggere il booklet, di annusarlo (persino), probabilmente erano solo bisogni indotti dagli impulsi del sistema Matrix (o dal sistema Marketing?!?).

La cosa terrificante, ora che non compro dischi da 9 mesi, è che l’idea che possedere fosse sinonimo di ascoltare (idea verso la quale avevo comunque un atteggiamento critico e consapevole), è stata sostituita dalla convinzione profonda e inconscia che in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, posso ascoltare qualsiasi musica io desideri.


Tutta la musica digitale del mondo in un’infografica

Pubblicato da: Fran il 4 gennaio 2012 | Categoria: Music Business | 0 Commenti »

Come si diceva una volta, un’infografica vale più di mille parole.

(via allindstrom)


La coda lunga della creatività

Pubblicato da: Fran il 29 novembre 2011 | Categoria: Music Business | 3 Commenti »

La coda lunga della creatività non esiste, ma …

Una volta, quando facevo le medie, ho conosciuto una ragazza che pensava che le parole non fossero infinite. Si chiama C. e pensava che ognuno avesse un tot di parole a disposizione e, a bonus esaurito, sarebbe seguito il silenzio. C. non era molto loquace, come potrete ben immaginare.

15 anni dopo (o giù di lì…)

Ho parlato spesso della coda lunga, di come questo modello (anche) economico (che ha superato la globalizzazione) abbia messo in crisi (fra gli altri) i negozi di dischi a favore degli e-stores. Perché, banalizzando, se negli anni ’90 tutti ascoltavamo o i Blur o gli Oasis, oggi tutti “ascoltiamo band che ancora non esistono” [cit.], e le band che ancora nessuno conosce non possono stare nei negozi che hanno piccoli magazzini, ma stanno solo su Bandacamp o al limite su iTunes.
Questo è più o meno noto e più o meno condiviso.
La mia domanda è: e se la coda lunga (: pochi dischi vendono milioni di copie e milioni di dischi vendono pochissime copie) oltre ad aver diluito le vendite discografiche su milioni di unità, avesse diluito anche la qualità di quello che viene prodotto?

Lo chiedo a voi

Per dirla un po’ come me la spiegava angosciata C., e se la creatività non fosse infinita?
Ovvero: e se la creatività che possono esprimere quest’anno 6.840.507.000 di terrestri, andasse matematicamente divisa per il numero di produzioni musicali che escono/sono uscite/usciranno quest’anno? Non è possibile farlo matematicamente, ma …
Siamo sicuri che il DIY (che infatti ha portato alla ribalta le label oltre che i singoli gruppi) e i “bassi” costi di produzione/distribuzione di un disco (che hanno aumentato la quantità), giovino all’ascoltatore?
E ancora, se uscisse un solo disco di Indie Rock (ok non è un genere, ma facciamo finta di sì) nel 2012, sarebbe il migliore di tutti i tempi? Probabilmente no, ma…
Quanti sono i produttori davvero bravi e quanti gruppi possono produrre davvero bene?
Se I Cani fossero il mio gruppo preferito, quante possibilità avrebbe Niccolò di replicare il successo del suo straordinario album d’esordio? Per esperienza dico poche, e allora, più che avere un gruppo preferito (la mia ossessione alle medie), non mi converrebbe avere un genere preferito, un movimento di gruppi che interagiscono, re-mixano e si influenzano fra loro? In parte è già così, ma se questo fosse riconosciuto come stato di fatto, che cazzo di fine farebbe il fan-system, l’unico vero barlume di salvezza del music-system?

Il web è l’archivio della musica, ok, ma deve avere anche un cestino! In questo concordo totalmente con Simon Reynolds.
Esistono più blog musicali o gruppi musicali?
I blog che fanno talent scouting, sono al servizio della musica o la musica è al servizio dei blog?

Ve ne vengono in mente altre più stupide?

[C. adesso è sposata e ha 2 figli, parla con parsimonia, ma parla, sta bene. Ora.]


Amazon contro gli editori, la guerra non è più solo psicologica

Pubblicato da: Fran il 18 ottobre 2011 | Categoria: Libri | 1 Commento »

Nella filiera che porta un disco dal garage della band (o dallo studio di registrazione) al negozio di dischi, ci sono diversi passaggi di cui potrei (e potresti) fare a meno, se poi decido di acquistare dal web, molte tappe che 15 anni fa erano obbligatorie in questo secondo caso saltano addirittura.
La mia età fa di me un digitale adottivo, non certo un nativo digitale, questo e un po’ di sano romanticismo (Simon Reynolds la chiamerebbe Retromania) fanno sì che io sia ancora malinconicamente legato ai dischi fisici e alle mani attraverso le quali sono passati prima di entrare nel mio lettore: titolari/commessi del negozio, casa discografica, riviste musicali … e tutte le altre componenti che nel mondo digitale, diciamolo, se ne potrebbe pure fare a meno. Per i libri vale un po’ lo stesso discorso.

Di certi snodi della filiera produttiva di un disco o di un libro se ne potrebbe fare a meno ok, ma uso il condizionale non a caso. Già perché questo passaggio dal concreto al digitale non è indolore e l’ingresso di Amazon, iTunes & Co. nell’editoria/discografia tradizionale assomiglia sempre di più ad un elefante in un negozio di lampadari, il problema è che Amazon sta cominciando ad essere quanto meno molesto.

Alcuni editori di New York sostengono che Amazon è aggressivo nel corteggiamento di alcuni dei loro autori di fascia top, è quanto si legge in questo articolo del New York Times.
“Gli editori sono terrorizzati e non sanno cosa fare”, ha detto Dennis Johnson Loy di Melville House; “Tutti hanno paura di Amazon”, ha detto Richard Curtis, un agente di vecchia data che è anche un e-book editor.
L’articolo incalza: “Se sei una libreria, Amazon è in competizione con te da anni. Se sei un editore, Amazon è in competizione anche con te da qualche tempo. E se sei un agente, Amazon può fotterti gli autori dando loro la possibilità di pubblicare direttamente e tagliarti fuori.”

La cosa che preoccupa davvero è quella ben inquadrata da Russell Grandinetti, uno dei dirigenti di Amazon che ha evidentemente dismesso i panni del diplomatico: “Le uniche persone veramente necessarie nel processo di pubblicazione di un libro ora sono lo scrittore e il lettore” ha detto. “Tutti coloro che si frappongono tra i due hanno un rischio o un opportunità, dipende da loro.”

Amazon ha iniziato a dare tutti gli autori l’accesso diretto al ambitissimo Nielsen BookScan, ovvero i dati sulle vendite, e molto altro (vi consiglio la lettura integrale dell’articolo). Il dado è tratto.


Come vengono prodotti i dischi in vinile

Pubblicato da: Fran il 13 ottobre 2011 | Categoria: Nerditude | 1 Commento »

E io che m’immaginavo ci fossero dietro le solite marmotte!

Per chi non si accontenta di quest’immagine di StreetWave segnalata per primo da AudioPorn Central, suggerisco il libro di Ernesto Assante Copio dunque sono, che se non ricordo male ha un capitolo interamente dedicato al viene (e a come viene prodotto un disco).